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Sei la voglia di un amore che non ho vissuto mai

Summary:

Nulla di eccezionale, solo una storia molto noiosa così si limita a dire Daniel in "L'unico amore che vorrei se io non ti avessi con me", ma davvero l'inizio della sua relazione con Armand è stato noioso?
Tra Parigi e New York due persone con i rispettivi traumi imparano non tanto ad amarsi quanto a riconoscere il valore dell'altro e a volerlo al proprio fianco. Con la gentile collaborazione delle figlie di Daniel, (forse) delle sue due ex mogli, di David Talbot e ( forse ) di Lestat

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Chapter 1: Prologue

Chapter Text

New York non gli piaceva.

Avrebbe evitato di recarcisi ma David e la psicologa erano stati chiari: doveva uscire nel mondo da solo almeno una volta. Non ne comprendeva il motivo, stava bene a Parigi, il teatro funzionava e lui gli mancava solo nei giorni di pioggia, poteva tranquillamente continuare così fino alla fine dei suoi giorni, ma gli ordini erano ordini.

David lo aveva ospitato per un weekend, poi lo aveva quasi trascinato di forza ad Heathrow per metterlo su un areo per New York con una o due lettere di raccomandazione e inviti per eventi. Voleva bene a David, forse perché era stato l’unico che non aveva cercato di scoparselo, e considerava tutto quello inutile. Londra invece gli piaceva ma secondo David doveva ampliare i propri orizzonti e un semplice weekend a Londra ogni due mesi non era sufficiente per quello, bisognava osare, e senza supervisione.

A differenza della sua amata Parigi, o della Venezia della sua adolescenza, New York era una città proiettata verso il futuro, cronicamente insonne e affamata di novità, un comportamento molto americano aveva notato, e che non gli piaceva affatto.

Lui aveva bisogno di regole, orari e indicazioni da seguire, non certo del caos americano, senza contare come gli americani fossero animali bizzarri ossessionati dall’aspetto, dal seguire superficialmente le mode e dalla certezza di essere i migliori in tutto. Per fortuna era anche una città dov’era facile passare inosservati, e quello gli piaceva, bastava poco per scivolare nel più completo anonimato a New York aveva constatato.

Non si era ancora abituato al jet lag ma non c’erano problemi, non con i supermercati aperti tutta la notte e una città che alla fin fine invitava ad essere anonimi. Controllò un’ultima volta il telefono ed entrò, David Talbot aveva avuto la pessima idea di consigliargli di recarsi a quella mostra e purtroppo non avendo altri impegni alla fine si era rassegnato. Per fortuna aveva pagato, il pagamento era chiaramente visibile e a sei zeri, perfetto; almeno così poteva capitalizzare quello che gli era successo, eticamente scorretto ma utile. Non aveva avuto accesso ad un’istruzione nel senso normale del termine, nemmeno a Venezia, i suoi documenti erano falsi e prima o poi anche il teatro avrebbe cominciato ad avere delle perdite, almeno con quel sistema avrebbe avuto una discreta liquidità.

La mostra in sé era interessante ma assolutamente identica a tante altre, i partecipanti uno più noioso dell’altro e per fortuna c’era il wii fii, almeno poteva chattare con gli altri del teatro a proposito dei nuovi titoli da mettere in cartellone, l’unica consolazione era un discreto buffet. Nemmeno il luogo era interessante o particolare, l’intenzione c’era ma a quanto sembrava iniziava e finiva lì, come sempre gli americani cercavano di essere audaci ma si fermavano un istante prima di esserlo sul serio. Non riusciva a comprendere cosa Lestat trovasse di così bello nell’America, era un paese barbaro, con arie da nouveau rich e profondamente ignorante, ma da quel che sapeva una o due cose interessanti c’erano.

Il tempo di fare presenza, uno o due saluti e poi poteva uscire, trovare un ristorante italiano e mangiare qualcosa, non sarebbe mai stato come la cucina della signorina Bianca quando si recava da loro la domenica o il cibo della mensa che gli altri gli portavano ma era discreto. E forse fu per questo che non ci fece caso.

<< Ho visto molte persone annoiarsi a queste mostre, ma lei lo fa con una certa eleganza >> disse una voce in inglese che gli fece alzare lo sguardo.

Doveva avere almeno trent’anni più di lui, se non di più, uno sguardo franco e occhi curiosi, non si era tinto i capelli come tanti della sua età avrebbero fatto e per qualche strano motivo sentì di potersi fidare, lui che quando si trattava di nuovi incontri aveva sempre mille dubbi e preferiva mettere davanti la propria bellezza che sapeva essere intimidatoria. E avvertì anche qualcos’altro che non riuscì ad identificare perché aveva provato una sensazione simile solamente un’altra volta ed era finita malissimo.

<< Non vedo nulla di eccezionale qui, tuttavia ho un invito e quindi preferisco fare presenza, sapersi annoiare con eleganza è un’arte >> rispose in inglese, David sarebbe stato orgoglioso del suo accento posh, ne era sicuro. Aveva imparato che se voleva passare inosservato in certi circoli bisognava padroneggiare al meglio l’accento delle classi alte le quali riconoscendolo come uno di loro lo lasciavano in pace permettendogli di perdersi al loro interno, e il personale perdeva interesse nel tentare di coinvolgerlo.

<< Comprendo, personalmente dopo quello che ho visto trovo questo tipo di arte piuttosto autoreferenziale ma devo comunque scriverci un articolo sopra e quindi eccomi qui >> rispose il tipo. Giornalista, quello si che era interessante.

<< Critico d’arte? >> domandò curioso, c’era stato un tempo nel suo passato in cui viveva nella città più intrisa di arte e bellezza al mondo circondato da dipinti, veri artisti e da ogni forma del bello, e come un sogno quel periodo era terminato.

<< Inviato di guerra negli anni novanta, prima di allora giornalista di cronaca, e poi giornalista d’inchiesta, e gentilmente approdato alla cronaca mondana in attesa della pensione, lei invece? >> gli spiegò il tizio, interessante, molto interessante pensò anche se non sapeva il perché.

 << Io posseggo un teatro, a Parigi >> rispose cercando di non comunicare troppo.

<< Parigi, Francia? >> domandò Daniel, una domanda interessante e che meritava una risposta interessante pensò lui.

<< No, Parigi, Arkansas >> rispose lui prima che entrambi scoppiassero a ridere.

<< Parla molto bene la nostra lingua >> disse il tizio, e non c’era traccia di condiscendenza nel suo tono ma una genuina ammirazione.

<< Tutto si impara, e a me è sempre piaciuto impegnarmi al massimo, monsieur… ? >> domandò.

<< Daniel. Daniel Molloy, e lei sarebbe… ? >> fu la domanda seguente, gli piaceva quell’uomo. Daniel non lo trattava come un ragazzino, come una seccatura o come se progettasse di piegarlo a novanta sul più vicino tavolo e quello gli piaceva.

<< Armand >> rispose prima di stringergli la mano e dargli due baci sulla guancia all’europea che lasciò l’altro interdetto ma non troppo, per sua fortuna.

<< Armand come? >> fu la domanda successiva, quella che più temeva. Non ricordava di aver mai avuto un cognome, di sicuro i suoi genitori dovevano avergli passato un cognome e in qualche modo dovevano averli chiamato… tanto tempo prima. Se lo avevano registrato all’anagrafe allora il suo nome era lì da qualche parte, ed era un se grande come una casa, come dicevano in Italia. A Venezia non aveva avuto bisogno dei documenti e tutti lo avevano sempre chiamato per nome, e a Parigi sui documenti che aveva figurava si un cognome ma… c’era un motivo particolare se aveva scelto quel cognome e per fortuna a suo tempo Lestat e David non avevano fatto domande pur conoscendo la sua storia e cosa avesse significato quel nome per lui.

<< Armand e basta >> rispose lui seccamente facendogli intuire che non voleva proseguire quella conversazione, non con un tizio che conosceva da pochi minuti.

<< Molto bene, che ne dici Armand e basta se andiamo a prenderci qualcosa da bere? C’è un pub irlandese qui vicino che ancora resiste alla gentrificazione >> propose Daniel che per fortuna come tutti i giornalisti era intuitivo.

<< Una birra non si rifiuta mai, fai strada Daniel Molloy >> rispose con un sorriso, e quando l’altro allungò la mano per aiutarlo ad alzarsi la prese senza alcun timore, quello era l’inizio di qualcosa di interessante, ne era sicuro.

 

***

 

Spostato alla cronaca mondana.

Lui che era stato in almeno tre zone di guerra e aveva scritto inchieste che avevano fatto tremare lo stato di New York, condannato a seguire cocktail, cene di beneficenza e mostre, che vergogna, e tutto perché Stan non osava mandarlo in pensione.

Sapeva anche che era colpa delle ragazze, per quanto amasse quelle due aveva dovuto ammetterle che preferiva vederle il meno possibile, e Kate, ovviamente Kate, aveva letteralmente implorato Stan di non farlo più correre per il mondo ma di trovargli qualcosa da fare in città. E no, le sue obiezioni che dopo anni conosceva tutti, che sapeva dove trovare dei dottori e che Bobby per quanto bravo cronista non parlava né arabo né russo erano state cassate, era troppo vecchio per fare il corrispondente di guerra e stop. E no, niente inchieste, niente reportage e soprattutto niente indagini… questa era la ricompensa per anni di onorato servizio, certo… erano in causa con il dipartimento di polizia, con il municipio e forse la triade aveva messo una taglia sulla sua testa ma questo significava che era un ottimo giornalista si era difeso.

Quegli incarichi lo annoiavano e gli facevano rimpiangere il Messico degli anni ’80, la Iugoslavia e persino l’Iraq… quelli si che erano bei tempi.

Daniel Molloy aveva avuto degli standard e odiava dover ammettere che probabilmente il suo fisico non avrebbe retto ad un nuovo incarico in zona di guerra ma poteva comunque provarci, senza contare che si era anche disintossicato. Trent’anni di sobrietà da droghe ed alcool avevano forse reso la sua scrittura meno incisiva e diretta ma almeno sarebbe arrivato ai settanta, un traguardo che da giovane non avrebbe creduto possibile. Da giovane si che si era divertito, da solo, con Alice che era più persa di lui o con partner di cui a stento ricordava il viso, uomini e donne perché non aveva mai discriminato e per la droga si facevano delle follie ai tempi. Poi per fortuna c’era stata Saoirse e aveva capito che doveva darsi una regolata, peccato che l’avesse capito dopo il divorzio e la sua seconda moglie non era mai stata intenzionata a riprenderselo sebbene avessero avuto una relazione sessuale altalenante fino al secondo matrimonio di lei.

Si trovava quindi a quella mostra per lavoro, aveva intervistato chi di dovere constatando che a differenza dei suoi colleghi lui non era portato per quello e si stava chiedendo quanto sarebbe durata quella tortura e che alla fine era meglio trovarsi in Siria che non nell’Upper East Side quando lo aveva visto.

Era bello, di una bellezza quasi eterea, di quelle che appartenevano ai dipinti rinascimentali e alle statue greche, e che di solito teneva alla larga il prossimo. Indossava abiti di buona fattura, aveva i capelli boccoluti come quelli degli angeli e si stava annoiando con assoluta eleganza mentre controllava il telefono e sorseggiava champagne.

Non sapeva perché ma aveva provato il desiderio di andare a parlargli e di conoscerlo anche se era assurdo e stupido… aveva quasi settant’anni e quel ragazzino non arrivava nemmeno ai trenta, avrebbe fatto la figura del pervertito, ne era sicuro.

E invece il ragazzino la pensava diversamente ed era da tanto che qualcuno non lo sorprendeva in positivo. Aveva un accento posh invidiabile e soprattutto non artefatto, Daniel Molloy ricordava con autentico orrore quando a seguito di Downton Abbey alcuni dei suoi colleghi più autorevoli, o che si ritenevano tali, avevano cominciato a parlare affettando quell’accento, e ancora peggio era stato con quelli che erano stati corrispondenti a Londra e avevano imparato un inglese britannico più popolare, giorni orrendi.

Armand e basta, perché l’altro non gli aveva rivelato il suo cognome invece era naturale e con altrettanta naturalezza era passato al francese, erano anni che non sentiva un francese così puro, da quando era corrispondente a Parigi negli anni ’70. Sul perché l’altro non gli avesse voluto dire il cognome aveva una teoria: sicuramente o aveva un genitore bianco, e da qui il nome europeo, o il nome era una traduzione e si era stancato di sentire i bianchi mutilare il proprio cognome, comprensibile.

Sia come sia Armand aveva accettato il suo invito e ora si trovavano al pub, sempre lo stesso da quarant’anni, e da sempre un ottimo luogo dove rilassarsi almeno per lui.

<< Oltre al teatro ti occupi d’altro? >> domandò. Li conosceva lui certi tipi: educazione top, scuole private in Inghilterra o in Svizzera, università accuratamente selezionate, giro di amicizie esclusivo, uno o due hobby filantropici per migliorarsi l’immagine in attesa di subentrare nell’azienda paterna e poi un bel matrimonio, un classico.

<< Arte, o almeno ci provo >> rispose Armand, c’era qualcosa di seduttivo e repulsivo che convivevano in lui notò Daniel, come se da un lato l’altro volesse attirarlo a sé e allo stesso tempo respingerlo, molto strano.

<< Nel senso che sei un artista o che proteggi artisti? >> domandò, non era realmente interessato ma il suono della voce dell’altro gli piaceva.

<< Commercio arte, niente di troppo elevato ma tra quello e il teatro ci pago un piccolo hotel particulier a Compiegne >> fu la risposta, e se non ci riusciva arrivavano i soldi di papà, ne era sicuro.

<< E dove non si arriva ecco che planano i soldi paterni >> replicò lui, e stranamente Armand non sorrise.

<< Mi vanto di aver cominciato da zero, anzi da meno di zero e tranne tre persone nessuno mi ha mai aiutato, non sono un figlio d’arte o l’erede di qualche dinastia, però mi fa piacere che il mio mimetismo sociale abbia funzionato, lo dirò alla mia psicologa >> lo contraddisse Armand, spiazzandolo. Ed era dai tempi della guerra in Iraq che qualcuno non lo spiazzava in quella maniera si disse Daniel.

<< Mi scuso allora, ho la sensazione che tu abbia una storia interessante da raccontare >> disse sperando di non passare per indiscreto o ficcanaso.

<< Chi può dirlo? Tutti noi abbiamo delle storie da raccontare, sei o non sei un giornalista? >> lo provocò Armand poco prima che arrivasse la cameriera con le loro ordinazioni. Mangiarono in silenzio e osservandolo meglio Daniel si rese conto che in effetti quella di Armand era una recita: si comportava in un certo modo perché era quello che gli altri si aspettavano da lui ma non perché gli veniva naturale, meravigliosamente artefatto era un’ottima definizione.

Non disse nulla anche quando l’altro insistette per pagare la sua parte o come lo seguisse ascoltandolo bene, sembrava sinceramente curioso di sentire cosa avesse da dire, un’iniezione per il suo ego e… no, quelli erano brutti pensieri a cui non doveva pensare, non nei confronti di un ragazzino più piccolo delle sue figlie.

<< È stato bello conoscerti >> ammise quando furono vicini all’hotel di Armand, c’era qualcosa di strano in lui, un dettaglio che non tornava ma non aveva ancora compreso cosa.

<< Anche per me Daniel, anche per me >> rispose Armand, e per la prima volta Daniel lo vide esibirsi in un sorriso sincero, francamente migliore dei sorrisi artefatti del resto della serata.

<< Spero di sentirti presto >> concluse prima di allungare la mano, per questo uscendo dal pub gli aveva dato il proprio biglietto da visita. E fu allora che accadde.

Armand gli si avvicinò ma non prendergli la mano bensì per baciarlo. Fu un bacio tenero, veloce e… assolutamente inadeguato pensò Daniel prima di allontanarlo dolcemente, una parte di lui voleva ricambiarlo e forse portare la situazione su un altro livello e un’altra parte gli raccomandava di comportarsi da adulto responsabile. E pur odiandosi scelse di ascoltare la seconda.

Chapter 2: chapter 1

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Lo aveva respinto.

Aveva respinto lui! Lui! nessuno si era mai sognato di respingerlo!

Non quando era ancora in quel posto… anzi li pagavano profumatamente per averlo, o quando era a Venezia, con lui. Lo aveva fatto attendere per ben due anni sostenendo che prima era illegale, che non potevano ma poi, quando aveva compiuto sedici anni… quanto era stato bello quella notte quando finalmente lui gli aveva dato ciò che più desiderava, ciò in cui aveva sperato per anni.

Piango, si, piango per la felicità aveva mormorato mentre lui gli asciugava le lacrime, e quella era stata forse la notte più bella della sua vita, quando finalmente aveva potuto associare quelle sensazioni e soprattutto quell’atto a qualcosa di bello e liberatorio, non a qualcosa di disgustoso, prettamente fisico e soprattutto doloroso. Poi c’era stato quella bestia di Santino che pur odiandolo non perdeva occasioni per mettergli le mani addosso chiamandolo puttana e tentatore, ma comunque alla fine se lo scopava.

E Lestat… ah Lestat! Lestat de Lioncourt era stato forse la sua scopata migliore, dopo lui, mai aveva avuto un’intesa fisica, unicamente fisica, così intensa con qualcuno. E dopo la prima volta… non ne aveva avuto abbastanza, era tornato più e più volte, incurante di Nicolas e delle sue lagne anzi c’era stato un periodo in cui si erano divisi Lestat. In quanto agli altri… bisognava pur socializzare nel mondo del teatro, e nessuno gli aveva mai detto di no.

In realtà se doveva essere onesto nessuno lo aveva mai respinto fino a quella sera, o almeno non prima di averlo almeno scopato. Forse per questo quando si separarono guardò più attentamente Daniel Molloy.

Era sicuro di piacergli, era consapevole dell’effetto che il suo corpo aveva su uomini e donne, e non capiva perché l’altro lo stesse rifiutando.

<< No, no, no, assolutamente no >> disse Daniel lasciandolo spiazzato, mai gli era capitato qualcosa del genere.

<< Perché? Credevo di piacerti >> mormorò prima di tentare di avvicinarsi una seconda volta.

<< Potrei essere tuo nonno, ti rendi conto di quanto sia inappropriato? >> gli domandò Daniel. Quindi non era perché l’altro non lo trovasse attraente ma per l’età… poteva lavorarci su. Aveva avuto individui ancora più anziani di Daniel quando si trovava… in quel posto e sotto certi aspetti erano i clienti migliori, laidi e depravati ma in qualche maniera alcuni erano anche gentili, gli regalavano ad atto finito o delle caramelle o dei centesimi come se fosse un loro parente. Non aveva mai pensato all’età come un motivo per non fare qualcosa, non dopo il modo in cui David guardava lui ma soprattutto Lestat ma era… onesto, un’onestà che non aveva mai conosciuto prima.

<< Non capisco. Ho superato i diciotto anni, so quello che voglio, tu non stai cercando di approfittarti di me, cosa c’è di sbagliato? >> domandò curioso, sinceramente curioso.

<< Tanto, c’è tanto di sbagliato e meriti qualcuno di meglio, qualcuno della tua età >> rispose Daniel anche se era palese che lo desiderasse.

<< E se non lo volessi? >> replicò. Aveva avuto Lestat ma l’altro lo aveva rifiutato, a teatro se voleva c’era sempre Gustave senza parlare delle ragazze ma… i suoi coetanei lo annoiavano, forse perché in quasi trent’anni aveva vissuto abbastanza esperienze per riempire tre vite.

<< Ne riparleremo, ma dormici su >> si limitò a dire Daniel prima di allontanarsi.

Rimase ad osservarlo prima di dirigersi verso il suo hotel, aveva un nuovo progetto a cui dedicarsi si disse.

David e la sua psicologa sostenevano che doveva trovarsi qualcosa da fare, che un’attività costruttiva lo avrebbe aiutato e quella era un’ottima attività a cui dedicarsi. Comprendeva bene perché Daniel lo avesse respinto, doveva aver pensato che avesse dei traumi pregressi, che aveva ma non di quel tipo, o forse problemi con la figura paterna, era impossibile avere dei problemi in rapporto a qualcuno che nemmeno ricordava o che forse era solo una cosa sessuale.

E poteva anche esserlo stata ma dopo quello… sentiva di volere di più. Un po’ per amor proprio e un po’ perché Daniel lo interessava sul serio, intuiva che l’altro nonostante tutto aveva preferito la propria integrità rispetto ad una notte di sesso con qualcuno più giovane, e meritava rispetto per quello.

Sarebbe stato facile accendere internet ed informarsi, troppo facile si disse prima di mettersi a letto, per fortuna aveva ancora il biglietto da visita.

Quando riaprì gli occhi erano già le undici del mattino, un orario accettabile e nove ore di sonno erano fattibili. Sicuramente per quell’ora la colazione doveva essere terminata ma un bar per un caffè poteva trovarlo, che poi fosse qualcosa di decente… quello era un altro discorso.

Il caffè francese era buono ma quello che aveva bevuto in Italia... paradisiaco. Non tanto quello dei bar dove si recava con gli altri quanto quello della signora Bianca e soprattutto quello che preparava Antonio quando gli altri si fermavano a pranzo o dopo una sessione di studio, ancora ricordava l’aroma che veniva dalla caffettiera, un residuato appartenente alla nonna di Antonio e che costui da bravo meridionale aveva conservato.

Aveva solo il numero di telefono di Daniel ma era comunque un indizio, sempre che non fosse il numero che utilizzava solo per lavoro. Per curiosità lo cercò online e non c’era corrispondenza, il che significava che l’altro si era fatto togliere dall’elenco, e quindi il numero doveva essere autentico. Molloy era un cognome comune, sicuramente irlandese e dopo Dublino e Londra New York era la città con più irlandesi e quindi cercarlo sarebbe stato complicato ma non troppo.

Per curiosità lo cercò online, e così Daniel non solo era un giornalista ma un giornalista d’inchiesta e che era stato in zona di guerra, con all’attivo ben due libri di buon successo. E per un istante fu tentato di offrirgli la sua storia, sicuramente l’altro avrebbe saputo cosa farne ma poi decise altrimenti, non voleva che Daniel lo guardasse con gli occhi della pietà, odiava chi lo guardava in quel modo o peggio ancora come se fosse fatto di vetro e dovesse rompersi da un momento all’altro.

Per fortuna chiamare al redazione fu facile, nessuno dubito di lui quando sostenne che Daniel Molloy lo aveva contattato per un’intervista ma che, sfortunatamente, si era dimenticato di appuntare il luogo ma che si trovava nei pressi di casa sua. Gli fornirono indirizzo di un locale nei pressi dove sicuramente avrebbe avuto luogo l’incontro e partendo da lì fu facile risalire a dove l’altro doveva abitare, non ebbe nemmeno bisogno di controllare i citofoni. Erano passate da poco le cinque di pomeriggio e lui non aveva nulla da fare per il momento.

Per precauzione si era portato un libro da leggere, d’altronde New York non era solo la città che non dormiva mai ma anche una città estremamente distratta e quindi nessuno venne a fargli domande o chiamò la polizia. A Parigi con discrezione dopo cinque minuti sarebbe uscita una portinaia a chiedergli se stava aspettando qualcuno e a Venezia… sarebbe bastato guardare la sua carnagione per chiamare subito la polizia.

Non era esattamente il suo genere ma ogni tanto bisognava pur tentare cose nuove e poi adorava il film.

Lesse una decina di pagine prima di prendere il telefono e scrivere un messaggio veloce. Daniel poteva essere a casa o da qualsiasi parte, l’importante era che adesso toccava a lui. Non sapeva dire se gli piacesse o meno, sicuramente provava un interesse che andava oltre la semplice sessualità ma non era quel desiderio bruciante e appassionato che aveva provato da adolescente per lui ma è anche vero che il primo amore non si scorda mai.

Tempo cinque minuti e la terza porta a destra, allora aveva indovinato si disse con un sorriso prima di voltare pagina.

<< Sai essere insistente, non è vero? >> lo salutò Daniel prima che riponesse il tascabile in una delle tasche interne della giacca.

<< Ci sto lavorando su, spettava a te decidere se venire o meno >> rispose lui con un sorriso.

<< Mi hanno chiamato dal giornale, e così avrei fissato un’intervista con te? >> domandò Daniel facendolo sorridere.

<< Avrei una storia per te, e sono sicuro che ti piacerebbe ma te la devi guadagnare >> dichiarò con un sorriso. E non gli sfuggì come gli occhi dell’altro brillassero, era una scusa piuttosto debole ma forse era quella giusta pensò.

<< E come? >> fu la domanda successiva.

<< Trascorriamo del tempo assieme, senza fare niente se non vuoi, solo per godere della reciproca compagnia >> replicò lui. Se l’altro temeva che lo desiderasse solo per il sesso gli avrebbe dimostrato che si sbagliava.

<< Come vuoi, cosa stavi leggendo? >> gli chiese Daniel.

<< Questo qui >> rispose mostrandogli il tascabile. Parlava quattro lingue, forse cinque ma la quinta non la ricordava più, e riusciva a leggere in tutte e quattro, motivo per cui aveva iniziato a comprare libri in inglese e spagnolo oltre ai soliti francese e italiano.

Daniel rimase sorpreso, prese il libro per poi restituirglielo.

<< Non credevo che voi giovani leggeste libri simili >> ammise.

<< Adoro il film, è il mio film preferito >> rivelò lui. Era stato uno dei primi film che aveva visto, l’unico di cui aveva pienamente memoria, e aveva adorato ogni secondo della visione. Si era procurato le diverse edizioni e aveva visto anche il sequel sebbene lo avesse trovato confusionario e con una trama molto debole, comprare il libro era stato scontato.

<< Sei veramente pieno di sorprese Armand >> disse Daniel sinceramente ammirato.

<< Non immagini quanto >> rispose con un sorriso.

<< Vedremo, per il momento posso invitarti a prendere un caffè a casa mia >> propose Daniel. Un caffè americano, preparato da un americano… in altre circostanze avrebbe declinato ma era curioso e se doveva soffrire meglio farlo col sorriso.

<< Possiamo provare, e vediamo se sarà migliore del caffè napoletano che prendevo a Venezia >> disse prima di mordersi la lingua, odiava perdere il comando e odiava ancor di più dare indizi sul proprio passato anche se quelle erano solo parole e Daniel non poteva scoprire nulla.

<< Hai vissuto a Venezia? >> fu la prevedibile domanda mentre l’altro lo faceva entrare in casa.

<< Ho vissuto in molti posti, e devo ancora trovarne uno che posso realmente chiamare casa >> ammise. Da bambino, forse, aveva creduto che casa fosse la baracca dov’era cresciuto, il volto dei suoi genitori che non riusciva proprio a ricordare e le voci di tante persone come lui che lo circondavano. Poi aveva temuto che casa diventasse… quel posto, e aveva pregato di morire prima che accadesse. E infine aveva sperato che Venezia potesse essere casa, aveva avuto tutto per lo spazio di un sogno e aveva ingenuamente creduto che potesse durare per sempre. Poi Roma, quella bestia di Santino e i suoi insegnamenti corrotti e infine Parigi, quella città meravigliosa di cui aveva visto il meglio e il peggio e forse proprio per quello aveva scelto di vivere a Compiègne, abbastanza vicino da poter osservare Parigi e allo stesso tempo abbastanza lontano da non farlo troppo spesso e non se necessario.

<< Succede, prima o poi succede sempre >> disse Daniel prima di fargli cenno di sedersi sul divano per poi dirigersi verso la cucina.

<< Lo spero davvero >> rispose sinceramente prima di sedersi rigidamente, odiava trovarsi in ambienti che non conosceva e che non poteva studiare con calma, in generale odiava perdere il controllo o anche una parvenza di esso.

Sentì il rumore della macchinetta del caffè e chiese mentalmente scusa ad Antonio, a sua nonna e a tutta l’Italia per il crimine che stava per commettere. Erano anni che non sapeva più niente degli altri ma… non aveva voluto cercarli, se doveva essere sincero si vergognava di quello che era diventato, di cosa fosse stato costretto a diventare e temeva che gli altri lo avrebbero compatito, dovevano essere ancora tutti vivi, sicuramente avevano ottenuto cattedre per mezza Italia, erano sposati e con figli e… lui non lo aveva cercato ed era questo che faceva più male di tutto.

Tuttavia quello poteva essere un nuovo inizio, doveva solo sperare che non fosse come con Lestat e soprattutto che non si facesse male nessuno, non come con Nicky.

 

***

 

Si stava infilando in qualcosa di complicato.

Daniel Molloy non aveva relazioni con uomini dagli anni novanta, e quella con Yuri non era stata una relazione quanto un accordo comune per sopravvivere… con qualche bonus. E se anche avesse voluto avrebbe cercato un coetaneo o qualcuno appena più giovane, dieci anni al massimo, non qualcuno che doveva essere più piccolo di Lenora. Si era sentito sbagliato, sporco e quel che era peggio una parte di lui avrebbe voluto proseguire, vedere dove lo avrebbe portato tutto quello.

Si era però ricordato di essere un adulto responsabile e se n’era andato per primo, anche se… anche se e niente si era detto una volta tornato a casa.

Armand era senza dubbio una persona interessante, con alcuni aspetti nascosti e sicuramente dei segreti ma… era sicuro che ci fosse poco da indagare, forse era figlio di qualche fuga d’amore, o un figlio illegittimo, nulla di così eclatante e che sicuramente riguardava più la cronaca mondana o i blog di gossip.

Si era quindi svegliato di buon’ora, aveva chiamato Kate, risposto alla telefonata di Lenora e fissato un pranzo di lavoro con suo genero che forse poteva avere informazioni importanti per un caso a cui lavorava nel tempo libero per un articolo che gli avrebbe garantito una pensione tranquilla se proprio volevano che si pensionasse. Era stato verso le cinque del pomeriggio che aveva ricevuto una telefonata da Patsy, la segretaria della redazione, la quale gli aveva ricordato un appuntamento per un’intervista… ed era sicuro di non aver segnato appuntamenti tranne quello con il marito di Kate e il suo dottore di fiducia. Aveva appena chiuso la chiamata quando ricevette un messaggio, certo che quel ragazzo sapeva essere insistente.

Curioso guardò fuori dalla finestra e lo individuò subito. Abiti sicuramente fatti su misura, postura eleganti, capelli che dovevano avere centinaia di prodotti sopra perché era impossibile avere quei ricci naturali… cazzo se era bello gli venne spontaneo pensare. Guardare e non toccare aggiunse poi mentalmente, i ragazzi così giovani non guardavano quelli come lui, non quando avevano già i soldi.

E forse fu proprio questo che lo convinse ad uscire in strada, c’era qualcosa di strano e di magnetico in Armand e lui era pur sempre un giornalista.

Rimase sorpreso quando l’altro gli mostrò cosa stesse leggendo, Philip K Dick non era esattamente uno scrittore per millennial e soprattutto non si aspettava che Armand fosse perfettamente in grado di fare il collegamento dato che il film era molto diverso dal romanzo e anche ai suoi coetanei non veniva spontaneo collegare i due prodotti.

Lo aveva comunque invitato in casa per un caffè e aveva scoperto che Armand aveva vissuto in Italia e da come parlava sembrava quasi un apolide, nella sua forma più raffinata ma pur sempre un apolide.

<< Allora? >> domandò. La macchinetta del caffè era un regalo di Kate, la famiglia di suo genero in quanto messicana credeva anche nella cultura del caffè e quindi sua figlia gli aveva portato diverse miscele.

<< Credevo peggio, un buon caffè, sudamericano per caso? >> domandò Armand, e da come fece quella domanda era evidente come fosse sinceramente impressionato, evidentemente lo stereotipo secondo cui gli americani bevessero solo beveroni orrendi e fossero dipendenti da Starbucks aveva preso piede.

<< Mio genero è messicano >> spiegò lui. Gerry era anche un avvocato, un buon marito, un discreto conversatore e un ottimo padre di famiglia ma quello non doveva riguardare Armand che lo conosceva da nemmeno un giorno.

<< ¿Entiendo, y tu habla castellano Daniel? >> gli domandò l’altro esibendo uno spagnolo impeccabile, doveva averlo imparato guardando il tg, non c’erano altre alternative. Gli ricordò per un istante Rita Ortega, che aveva conosciuto in Afghanistan… anche se Rita era una vichinga bionda il cui unisco segno di “spagnolità” era bere sangria ad ogni ora del giorno e della notte.

<< Viví en Mexico por nueve años en los ochentas >> spiegò, se l’altro credeva di prenderlo alla sprovvista gli avrebbe fatto vedere lui. Non era un periodo di cui andava fiero dato che era costantemente strafatto, Alice era messa quasi peggio di lui e Kate più che essere una bambina si era ritrovata a doversi prendere cura di entrambi, ma aveva scritto dei begli articoli, questo doveva riconoscerlo.

<< Interesante, non sono molti gli americani che parlano una lingua straniera >> disse Armand tornando all’inglese, era sua impressione ma quell’inglese era meno posh di quello che aveva sentito la notte precedente? Come se l’altro si fosse adattato alle sue esigenze, e quella era un’idea assurda.

<< Ho viaggiato, per lavoro e per piacere, e odio servirmi di un interprete >> rispose lui.

<< Possiamo dire di avere entrambi delle storie da raccontare, e potremmo parlare di altro >> propose Armand, c’era una nota di paura nella sua voce, come se temesse che una volta trovato un obbiettivo lui non smettesse. E in effetti era così ma sapeva aspettare.

<< Dimmi di cosa vuoi parlare >> disse lui e l’altro sorrise divertito. Rimasero a parlare per oltre un’ora, Armand aveva una conoscenza quasi enciclopedica delle arti e della letteratura ma quando si trattava di temi scientifici era straordinariamente carente, esclusa una strana fascinazione per la tecnologia. Daniel quasi si dispiacque che fossero quasi le otto, gli sarebbe piaciuto poter continuare quella conversazione senza sembrare inquietante.

<< Ti chiamo un taxi? O proseguiamo a cena? >> domandò, e non sapeva quale risposta temesse di più.

<< Posso prepararti qualcosa qui, il tempo di andare al più vicino supermercato >> rispose sorprendentemente Armand prima di dargli un bacio sulla guancia ed alzarsi.

Daniel Molloy ne aveva sentite tante in vita sua ma rimase realmente spiazzato da quella situazione, e ancora più lo fu quando Armand tornò venti minuti dopo con due borse della spesa per poi sistemarsi nella sua cucina, quasi quasi avrebbe preferito che fosse tutta una scusa e che l’altro se ne fosse andato definitivamente, principalmente perché odiava dover affrontare quel che sarebbe potuto accadere.

Lo sentì canticchiare in italiano mentre apparecchiava, tutto quello era assurdo, assurdo ma anche tenero in qualche modo. L’odore era buono si disse prima che l’altro aprisse i cassetti della credenza per impiattare.

<< Scamp a la buzara e risoto de go, non ho avuto troppo tempo ma spero vada bene >> disse Armand, e quello era sicuramente italiano. Curioso provò un morso e… beh, l’altro aveva un talento nella cucina si disse.

<< Buono, dove hai imparato? >> domandò.

<< Osservando, sono bravo ad osservare il prossimo, torno a Parigi tra cinque giorni, posso continuare a cucinare per te >> propose Armand prima di osservarlo, c’era un candore in quegli occhi che per un attimo Daniel si dimenticò della differenza d’età e di tutto il resto, ma solo per un attimo.

<< Se ti va >> rispose dubbioso.

<< Non sarebbe un problema per me, sono abituato a cucinarmi da solo, dovrò solo raddoppiare le dosi >> spiegò Armand, e Daniel ebbe la sensazione che dietro quei gesti manierati e quelle parole forbite ci fosse qualcos’altro, la vera essenza di Armand, ed era quella ad interessarlo.

<< Allora è vero che la via per il cuore di un uomo passa per il suo stomaco >> scherzò lui sperando che l’altro non credesse che volesse flirtare.

<< Chi può dirlo, Daniel, chi può dirlo? >> fu invece la risposta.

Si limitò ad alzare le mani, erano anni che non si rilassava in quella maniera. C’era un mistero dietro Armand, ed una storia interessante ma per la prima volta da anni non sentiva tutta quella fretta di occuparsene, la fretta e la volontà di arrivare per primo ad uno scoop gli era costata il suo secondo matrimonio e non avrebbe ripetuto quell’errore.

Quasi gli dispiacque alla fine doverlo accompagnare alla porta ma per nulla al mondo lo avrebbe fatto dormire a casa sua, tantomeno nel suo letto. Era sicuro che l’altro avrebbe tentato un qualche approccio e lui non era abbastanza forte per dirgli di no.

Tuttavia quando Armand lo baciò, nuovamente sulla bocca questa volta non riuscì a trattenersi e lo ricambiò. Sarebbe stato facile chiedergli se voleva rimanere, portarselo a letto e scoparselo, l’altro non gli chiedeva altro ma doveva pur dimostrarsi una persona matura e riflessiva. Inoltre era sicuro che per l’altro sarebbe stato solamente un intermezzo, un aneddoto piccante da raccontare agli amici o forse un pensiero a cui ripensare con malinconia quindi meglio di no, non ancora almeno lo corresse la sua mente.

<< Vai a casa, è quasi mezzanotte >> disse e la risata spontanea di Armand lo fece stranamente stare bene.

<< Io non sono Cendrillon >> replicò Armand servendosi della variante francese.

<< Forse, ma ci vedremo comunque domani >> si limitò a dire.

Non sapeva cosa fosse stato quello ma non doveva essere un appuntamento romantico, per il suo stesso bene. Gli era indubbiamente piaciuto e la compagnia dell’altro era gradevole ma doveva finire lì, assolutamente.

Quella bizzarra routine si ripeté per altri quattro giorni al punto che l’ultimo giorno si sentiva come se a breve avrebbe perso un’abitudine consolidata e rilassante.

<< Perché? sinceramente, perché? Potresti avere chiunque della tua età eppure ogni sera sei qui con me, problemi con la figura paterna o quale altra sciocchezza psicologica? >> domandò, doveva sapere, prima di fare qualsiasi cosa voleva sapere.

<< Non voglio un coetaneo. Ho avuto… c’è stato qualcosa con qualcuno quasi della mia età ma non ha funzionato, ideologicamente eravamo troppo diversi e io l’ho capito troppo tardi. Problemi con la figura paterna. Prima dovrei ricordare il volto di mio padre per poter avere un problema con lui. Mi piaci e basta, e ho la sensazione che tu sia più giovanile di me >> rispose sinceramente Armand, e quello era qualcosa. Una confessione semplice, onesta e che rivelava qualcosa, pur non volendolo il suo istinto di giornalista si era attivato.

Si sentiva di escludere che Armand fosse nato ricco o che avesse raggiunto la ricchezza in maniere legali, non c’era alcuna traccia di accento indiano nel suo inglese mentre l’italiano… era sicuramente diverso da quello di Little Italy ma non riusciva ad identificarlo. E quell’ultimo dettaglio… qualsiasi cosa fosse accaduta o l’altro era rimasto orfano o era accaduto qualcosa di così grave che non avvertiva alcun bisogno di contattare la propria famiglia.

<< E… lo sai che sarà complicato, non ti imporrei mai di trasferirti qui e ci sarebbe un oceano tra di noi, letteralmente. Senza dimenticare che ho quasi settant’anni, e sappiamo entrambi cosa voglia dire >> aggiunse lui, se l’altro aveva problemi con la cittadinanza bastava dirlo e lo avrebbe indirizzato verso Kate che sicuramente conosceva qualche avvocato.

<< Tutto nella mia vita è stato complicato, non vedo perché questo non dovrebbe. L’età non è mai stata un problema per me, anche quando avrebbe dovuto esserlo per gli altri e non ho intenzione di trasferirmi, con tutto il rispetto ma trovo gli Stati Uniti un apese invero mediocre, straordinario nella sua mediocrità e troppo superbo per rendersi conto dei suoi difetti, inoltre la cittadinanza francese mi basta e avanza >> replicò Armand con sincerità.

E da quello non si tornava indietro pensò Daniel Molloy, era forse la decisione più stupida di tutta la sua vita ma ormai era in ballo e avrebbe ballato. Si erano baciati già altre volte ma quel bacio fu diverso, lo capirono entrambi.

<< Allora, monsieur Molloy, non vuole invitarmi a vedere la vostra collezione di farfalle? >> domandò Armand, come poteva un millennial conoscere certe cose? Aveva trovato parole simili solamente nei romanzetti da due soldi che sua madre aveva ereditato da sua nonna eppure l’altro era riuscito a mettere in quelle parole una tale carica di sensualità e di erotismo che la risposta gli apparve scontata.

<< Faccio strada >> rispose lui prima di allungare la mano. E quando Armand la prese Daniel fu sicuro che da quel momento in poi nessuno dei due si sarebbe tirato indietro, lui sicuramente non lo voleva, fosse solo per una volta sola. Forse era una scemenza, uno sciocco tentativo di inseguire una giovinezza che lo aveva abbandonato da un pezzo e che aveva vissuto appieno ma aveva la sensazione che per qualche strano motivo fosse la cosa giusta da fare.

Notes:

- i riferimenti al passato di Armand ci saranno per tutta la storia, una sintesi della sua vicenda si trova nel secondo capitolo della storia madre
- in Italia l'età del consenso è 16 anni, sarebbe 18 nel caso di una figura di riferimento come un insegnante ma vallo a spiegare a Marius
- il libro che sta leggendo Armand è "Il Cacciatore di androidi", titolo originale "Do Androids Dream of Electric Sheep?" di Philip K Dick, da cui è tratto Blade Runner
- siamo tutti d'accordo che prima di Daniel, di Louis, di Marius e persino di Lestat il grande amore di Armand è Blade Runner? E la buon'anima di Rutger Hauer?
- Scamp a la buzara e risoto de go perché Venezia è sempre Venezia

Chapter 3: chapter 2

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Era da tanto che non lo faceva, o meglio che non lo faceva con qualcuno di cui gli importasse davvero.

L’ultima volta era stata con Lestat e aveva compreso quanto l’altro lo detestasse e peggio ancora lo compiangesse, inoltre tra di loro c’era il fantasma di Nicky il quale persino da morto riusciva a dargli sui nervi. Con il teatro era diverso, più un sistema per legare con gli altri che altro, e non c’era mai stato vero trasporto con nessuno di loro, e agli altri andava bene così.

Con Daniel però era diverso, anche se non sapeva dire come.

Lo conosceva da nemmeno una settimana e l’altro aveva fatto di tutto per tenerlo a distanza sebbene finalmente i baci li accettasse. E ora quello, e si sentiva stranamente nervoso. Lo aveva fatto centinaia di volte, cominciando da quando era troppo piccolo perché il suo corpo non lo considerasse una barbarie dolorosa e umiliante per finire con un’adolescenza di cui aveva approfittato a larghe mani con il beneplacito sornione di lui… fin troppo dato che aveva avuto spesso la sensazione che volesse indirizzarlo verso chi voleva lui. non ne avevano mai parlato ma c’erano stati dei momenti in cui aveva avuto la sensazione che non solo lui sapesse delle sue indiscrezioni ma le avesse anche incoraggiate e che vi ricavasse un qualche vantaggio personale.

Daniel era… era speciale. Era gentile, era divertente e non lo trattava come se gli facesse pena o volesse solamente scoparselo, faceva un po’ troppe domande ma aveva già deciso che se tutto quello fosse proseguito, anche se non sapeva ancora dargli un nome, gli avrebbe raccontato tutto.

Motivo per cui quando furono nella camera da letto di Daniel cominciò a spogliarsi con gesti lenti e misurati per poi riporre i suoi abiti su una delle sedie lì vicino. Non perse tempo a guardarsi attorno ma alzando lo sguardo notò che Daniel non si era tolto la camicia limitandosi a slacciarsi i pantaloni ma senza farseli scendere.

<< Sei bellissimo >> mormorò Daniel Molloy prima di sfiorargli una guancia con le dita e per un istante si abbandonò a quella carezza.

<< E tu sei ancora vestito >> replicò lui, non capiva perché l’altro non si fosse già spogliato. Non era certo giovane ma in quel momento non voleva un amante giovane, no, lui voleva Daniel Molloy e non gl’importava affatto dell’età, anzi aveva sempre saputo che l’età aggiungesse esperienza e che si durasse di più quindi l’età avanzata di Daniel non lo disturbava affatto.

<< È passato tanto tempo >> disse Daniel, una risposa accettabile ma che trovò odiosa.

<< Da quando lo hai fatto l’ultima volta? > domandò prima di far aderire i loro corpi senza però accarezzarlo lasciando all’altro l’iniziativa.

<< Da quando l’ho fatto con un uomo >> gli spiegò Daniel facendolo sorridere, quindi l’altro aveva già avuto esperienze. Era così diverso da lui… da quel desiderio bruciante e appassionato che inizialmente non avevano saputo come concretizzare perché lui non sapeva come farlo ed evitare di fargli male.

<< Certe cose non si scordano >> si limitò a rispondere prima di baciarlo, e Daniel rispose al bacio. Portò timidamente una mano sui pantaloni dell’altro e cominciò ad accarezzarlo permettendo poi a Daniel di prendere il comando del bacio. Daniel lo strinse a sé mentre continuava a masturbarlo e poi gli abbassò pantaloni ed intimo con un gesto deciso. Avrebbe tanto voluto prenderglielo in bocca e succhiarglielo ma meglio di no, non ancora almeno. Forse dopo, forse tra un giorno o tra una settimana ma non ora si disse.

Daniel gli fece segno di distendersi sul letto e lui obbedì ma non prima di aver frugato nelle tasche della giacca, non lo aveva esattamente premeditato ma ci aveva pensato spesso in quei giorni, quello poteva ammetterlo. Daniel si limitò ad un sorriso stanco prima di raggiungerlo sul letto dove continuarono a baciarsi, fece in modo che le loro erezioni sfregassero tra di loro per fargli capire quanto lo voleva, che lo voleva, che era lui ad eccitarlo e che tutto il resto per lui non era importante.

<< Preferirei tenere la camicia >> ammise Daniel prima di distogliere lo sguardo.

<< Come desideri, tutto quello che vuoi >> rispose prima di aprire la bottiglietta di lubrificante. Cominciò a prepararsi da solo mentre Daniel lo osservava, conosceva bene quello sguardo ma c’era una dolcezza che non aveva mai percepito negli altri e che lo eccitò come non mai. Avrebbe voluto che fosse Daniel a toccarlo in quella maniera ma… non ancora, era consapevole che l’altro aveva bisogno di tempo e non voleva sembrare troppo precipitoso.

Si baciarono e quando sentì che il proprio corpo era pronto rimosse le dita. Daniel lo fissò imbambolato prima di mettersi il preservativo, come se quasi non credesse ai suoi occhi o come se ancora non credesse a quello che a breve sarebbe accaduto tra di loro.

Avrebbe preferito farne a meno ma… non si conoscevano ancora così bene e non voleva che l’altro poi avesse dei sensi di colpa per chissà quale timore, la generazione di Daniel era quella che si era data all’edonismo più sfrenato salvo poi essere decimata dalla SIDA, comprensibile che l’altro volesse prendere delle precauzioni.

Si morse appena le labbra quando l’altro cominciò ad entrargli dentro, era da troppo tempo che non ricopriva il ruolo passivo, ma fu questione di pochi secondi.

Era… bellissimo, non si era sentito completo in quella maniera da anni, da lui; e allo stesso tempo era una sensazione completamente diversa. Portò le mani sulle spalle di Daniel sperando che l’altro capisse, era tutto assolutamente meraviglioso.

<< Vuoi che… tutto bene? >> domandò Daniel, era evidente che si stava trattenendo solo per lui e quello gli piacque; nemmeno lui si tratteneva, solitamente quando lo facevano c’era poco tempo per permettergli di abituarsi a quell’intrusione.

<< Non ti fermare… è bello… per favore >> ansimò, e Daniel cominciò lentamente a muoversi. Era diverso da tutto quello che aveva sperimentato nel corso degli anni, le stesse sensazioni ma amplificate e migliorate. Cercò le labbra di Daniel in un bacio appassionato prima di portare le proprie gambe contro i fianchi dell’altro, non doveva finire mai.

Daniel Molloy era di diversi anni più grande di lui, almeno venti se non di più e sapeva come muoversi, dopo qualche secondo finì per imporgli il suo ritmo e quelle spinte lente, decise e sempre più profonde lo stavano lentamente facendo impazzire. Si baciarono ancora e ancora mentre lui cercava di memorizzare ogni dettaglio, avrebbe tanto voluto togliergli la camicia e vederlo nudo ma intuiva che l’altro un po’ per pudore e un po’ per amor proprio avesse preferito rimanere vestito, e lo accettava, almeno quella notte era disposto ad accettarlo.

Si mosse seguendo il ritmo dell’altro, non era abituato a simili ritmi ma tutto quello lo incantava. Con gli altri del teatro si trattava di piacevoli incontri durante le pause o dopo le prove, con Lestat era stata una passione bruciante che avevano principalmente consumato sul divano o contro il muro, con… con Santino non ricordava di averlo mai fatto in un letto vero, con lui era avvenuto tanto tempo prima e con ritmi del tutto diversi, e prima di lui preferiva non pensarci.

Sentì una delle mani di Daniel accarezzarlo reverente per poi scivolare dal suo torace all’inguine e comprese cosa l’altro volesse fare.

<< No… se lo fai… se lo fai vengo >> ammise con un gemito strozzato, era sicuro che non avrebbe retto ancora a lungo, voleva che venissero insieme o quantomeno abbastanza ravvicinati nel tempo e se Daniel lo avesse toccato era sicuro che gli sarebbe bastato pochissimo per venire.

<< Ah beata gioventù >> mormorò Daniel prima di ritirare la mano e baciarlo per l’ennesima volta.

Portò le mani sulle spalle di Daniel e sperò di non avergli rovinato la camicia quando sentendo l’orgasmo avvicinarsi gli piantò le unghie nella schiena. Avvenne troppo presto e allo stesso tempo troppo tardi fu il suo ultimo pensiero prima di venire tra i loro stomaci gemendo il nome di Daniel. Si godette così le ultime spinte dell’altro continuandolo a stringerlo a sé, era tutto fantastico, assolutamente fantastico e non gli sarebbe dispiaciuto farlo di nuovo si disse poco prima che un calore familiare lo riempisse, sapeva però che Daniel aveva bisogno dei suoi tempi, che le loro capacità di recupero non erano uguali e forse l’altro sarebbe stato incapace di rifarlo subito ma non gl’importava, per una volta non gl’importava. Con Lestat era arrivato a farlo anche tre, quattro volte a notte e da adolescente aveva degli standard elevati ma in quel momento non gl’importava, quella volta bastava e avanzava, anzi non si era mai sentito meglio.

Daniel lo baciò un’ultima volta prima di uscire e si morse le labbra, non voleva che l’altro se ne andasse, voleva che restasse con lui, non sapeva nemmeno perché avesse così tanto bisogno dell’altro anche dopo il sesso ma non voleva separarsi da Daniel Molloy. E non gli era mai accaduto con nessuno, solitamente si accendeva una sigaretta e mandava via l’amante del momento o se ne andava lui, con Lestat preferivano mantenere le distanze dopo il sesso e solo con lui era stato diverso ma lui… lui era un altro discorso, assolutamente un altro discorso.

<< Fumi? >> domandò prima di cercare le sue sigarette e un accendino, era una pessima abitudine ma una persona per bene deve avere almeno un vizio, così sosteneva David Talbot e il fumo era sicuramente meno pericoloso di tanti altri vizi.

<< Ho smesso >> rispose Daniel. Rimise quindi la sigaretta nella confezione, per educazione.

<< Puoi fumare se vuoi >> gli disse Daniel.

<< Preferisco di no, non voglio tentarti >> replicò lui prima che l’altro lo guardasse.

<< Dopo quello che abbiamo fatto il fumo è il problema minore >> rispose Daniel facendolo sorridere.

<< Non mi ero mai sentito così bene >> ammise. Aveva avuto tanti amanti, alcuni senza il suo consenso, e mai nessuno lo aveva mai fatto sentire così bene. Non era solo una questione fisica ma un insieme di fisicità ed emotività, era così che ci si sentiva quando si faceva l’amore con il proprio innamorato, una sensazione che credeva non avrebbe più provato in tutta la sua vita. Quello però era stato il desiderio confuso di un ragazzino spezzato che voleva a tutti i costi dimostrare a sé stesso che il sesso poteva essere anche piacere, quello che provava per Daniel era un sentimento diverso, più maturo, più adulto. Il primo amore non si scorda mai gli avevano spiegato ma… quello era un amore diverso, e voleva viverlo, fosse solo per un istante o un giorno ma se lo meritava.

<< Armand, potrei essere tuo nonno e sono sicuro che sei abituato ad avere di meglio >> ragionò Daniel, odiava come l’altro facesse di tutto per negare quello che provavano, perché era sicuro che anche Daniel provasse qualcosa per lui che andava oltre la mera attrazione fisica.

<< Forse mi sono stancato di volere il meglio e preferisco altro. E ti ho già detto che l’età mi lascia indifferente >> lo contraddisse prima di accoccolarsi contro il petto dell’altro, se solo Daniel si fosse tolto la camicia sarebbe davvero stato tutto assolutamente perfetto, ma ci sarebbero arrivati, prima o poi.

<< Sento che hai una storia interessante da raccontare, e che prima o poi me la racconterai >> disse Daniel facendolo ridere. Gli avrebbe raccontato tutto, non ancora ma in futuro e sperò che l’altro non scappasse da lui o peggio ancora lo guardasse con gli occhi della pietà come era già accaduto in precedenza. Solo Lestat non lo aveva guardato in quella maniera ma dopo Nicky se n’era andato lasciandolo solo, lo aveva aiutato per poi prendere il primo areo abbandonandolo.

<< Quindi questo vuol dire che ci rivedremo? >> domandò, il suo volo partiva poco dopo mezzogiorno e doveva ancora fare i bagagli, ma forse poteva prenotare un altro biglietto una volta arrivato a Parigi.

<< Tutto può accadere, ora dormi >> rispose Daniel e chiuse gli occhi con un sorriso, e quello non era un no.

 

 

***

 

 

Lo aveva fatto.

Erano passati esattamente tre anni dall’ultima volta che aveva scopato e ben venticinque dall’ultima volta che aveva fatto sesso con un uomo. Daniel Molloy era consapevole di non essere desiderabile, non più ormai, ma non ci perdeva certo il sonno. Aveva passato gran parte della sua vita adulta a fare sesso con chiunque trovasse attraente e negli anni settanta lui ed Alice avevano avuto rapporti a tre, scambi di coppia e autentiche relazioni parallele, l’incoscienza della gioventù mischiata alle droghe degli anni settanta. Con gli anni novanta erano arrivato il momento di stendere un bilancio, disintossicarsi e ringraziare di non aver contratto alcuna malattia sessuale. Aveva quindi provato a fare il padre ma Kate era già un’adolescente mentre Saoirse era stata chiara: non si fidava a lasciarlo solo con Lenora, per fortuna anni dopo era diventato un nonno quantomeno passabile.

Ammetteva di aver sempre dato la precedenza al lavoro, e che la coca gli era servita per reggere i ritmi che si era autoimposto, quindi al sesso non aveva mai dato troppa importanza, e tuttavia era riuscito senza sforzo in un’impresa che era il sogno di gran parte dei suoi coetanei.

Armand era oggettivamente bellissimo ma soprattutto era più giovane di lui, molto più giovane, troppo più giovane. Aveva intuito che l’altro avesse dei problemi ma aveva anche compreso che non doveva fare domande e ci era riuscito. Armand era stranamente maturo per la sua età, qualsiasi fosse, e anche stranamente ingenuo, come se tappe fondamentali della sua vita fossero avvenute troppo velocemente e altre completamente tralasciate ma da come parlava una o due idee gli erano venute in mente.

Era stato sciocco, stupido e… erano anni che non si sentiva così bene. Non si era spogliato del tutto perché nel vedere l’altro nudo si era sentito tremendamente inadeguato ma Armand sembrava del tutto indifferente alla differenza d’età. E quando lo avevano fatto… era stato eccezionale. L’ultima volta che aveva fatto sesso con un uomo era stato con Yuri a Sarajevo e il loro era un accordo: sesso in cambio di informazioni, forse per questo si era sentito come negli anni settanta, quando tutto era nuovo, eccitante e lui aveva i sensi amplificati dalla droga.

Aveva temuto di non farcela, alla sua età era un timore sensato, o che ci avrebbe messo troppo ma Armand non gli aveva messo fretta, anzi si era goduto ogni istante e lui non si era mai sentito meglio. Non aveva problemi con la sigaretta del dopo, non lui che a suo tempo fumava tranquillamente hashish e cannabis con Alice dopo il sesso, ma era rimasto piacevolmente colpito da come Armand avesse rifiutato di fumare in sua presenza per non farlo cadere in tentazione, anche se il tabacco non era mai stato un suo vizio, solo una brutta abitudine che aveva abbandonato senza problemi di sorta.

Allungò la mano sul cuscino e lo trovò vuoto, ma ancora caldo.

Non ne fu sorpreso, sicuramente Armand doveva aver ritrovato abbastanza buonsenso per capire che scopare con un sessantenne che poteva essergli padre o addirittura nonno era una pessima idea, e non aveva alcun motivo di portargli rancore. Sarebbe stato un aneddoto interessante da raccontare e una buona nota a piè di pagina quando avrebbe scritto le sue memorie, di nuovo, sperando che questa volta nessuno d’importante gli togliesse il saluto.

Si vestì e scese le scale diretto verso la cucina, e sul tavolo trovò la caffettiera pronta, dei biscotti e del succo d’arancia già preparato. Almeno gli aveva preparato la colazione pensò ammirato, lui che di solito si limitava ad attendere che la sua conquista del momento fosse addormentata, e Alice quando a inizio anni duemila avevano avuto un ritorno di fiamma fortemente avversato da Kate che aveva ingiunto a tutti e due di smetterla con certe puttanate e soprattutto di incasinarle la vita.

Avvicinandosi notò un biglietto, scritto in una grafia elegante e lo prese tra le mani.

“Ho il volo di ritorno presto, altrimenti di avrei aspettato per fare colazione insieme. Se passi per Parigi vieni pure a trovarmi, Compiègne è bellissima in questa stagione” diceva il biglietto con tanto di numero di cellulare e firma.

Gli venne spontaneo sorridere e poi si mise il biglietto in tasca non prima di aver memorizzato il numero.

Armand viveva in Francia ma non era francese, parlava almeno quattro lingue inglese incluso e aveva un’ottima formazione classica e assolutamente nessuna conoscenza matematica, sicuramente una personalità interessante. E a letto era fantastico aggiunse la sua mente.

Il biglietto rimase nelle tasche dei suoi pantaloni per oltre tre settimane in cui si annoiò terribilmente, non era solo l’istinto del giornalista a dirgli che doveva indagare ma anche un genuino desiderio di rivedere l’altro. Le sue relazioni erano sempre state funzionali ad un obbiettivo, lavoro o droghe, e non si sentiva pronto a cominciarne una che poteva essere impegnativa alla sua età, tuttavia doveva pur tentare, fosse solo per fallire con stile.

Nel mentre aveva cercato il nome del teatro dove Armand ricopriva il ruolo di direttore artistico e… theatres de vampires, seriamente?

Aveva dato un’occhiata al sito e aveva visto che principalmente vi si rappresentavano spettacoli alla Grand Guignol intervallati però da classici e pezzi moderni più il mercoledì spettacoli in inglese ma nella sezione dei contatti c’era solo l’email del teatro e un numero che sembrava il fisso, e non voleva certo rendersi così ridicolo.

<< … e quindi ho bisogno di una vacanza >> aveva spiegato a Stan, suo caporedattore da una vita nonché quello a cui vendeva la maggior parte dei suoi pezzi quando per motivi di scontro con la dirigenza preferiva lavorare come freelance.

<< Non ti sei preso una vacanza nemmeno quando è morto tuo padre, hai almeno tre anni di arretrati >> si era meravigliato Stan.

<< Avrei preferito scalare l’Everest in mutande che andare al funerale di mio padre, puoi quindi darmi le ferie? >> aveva domandato. Lui e suo padre non avevano mai avuto un buon rapporto, lui non era mai stato un figlio modello e suo padre non aveva alcuna idea su come fare il padre e sua madre aveva i propri demoni da combattere per schierarsi o fare da cuscinetto tra loro due. Con l’età aveva compreso che forse da adulti avrebbero potuto avere un rapporto cordiale ma in realtà non gli era mai interessato sul serio, e comunque al funerale erano andate le ragazze a Saoirse che venendo da una famiglia numerosa e affiatata non aveva mai compreso il motivo di tutto quel risentimento.

<< Vai, e divertiti ovunque tu voglia andare. E non scrivere niente… guarda che se lo fai cestinerò tutto quello con la tua firma, goditi le vacanze >> lo ammonì Stan.

<< Non oseresti! >> rispose lui prima di chiudere la porta.

Era quindi passato in banca a ritirare degli euro, per quanto avesse almeno due carte di credito continuava a dare maggior fiducia alla carta stampata, e aveva controllato il suo passaporto. Non aveva bisogno del visto e non credeva di rimanere troppo a lungo, solo il tempo di… non sapeva esattamente cosa. Chiarire? Cosa c’era da chiarire poi? Parlare? E di cosa dato che avevano fin troppi argomenti da affrontare? Scopare? Per quello era sufficiente un giorno.

Lenora si era limitata a dirgli di stare attento e lo aveva accompagnato personalmente all’aeroporto, dove aveva chiamato Kate che gli aveva urlato al telefono che non era più un ragazzino, che non poteva certo sparire così da un giorno all’altro e che era un ingrato ad avvisarla solamente all’aeroporto… poi aveva spento il telefono pur sapendo che sua figlia aveva ragione, ma non poteva dirle perché aveva deciso di prendersi quella pausa.

Il viaggio andò bene, aveva qualche dolore alla schiena ma quello era a causa dell’età, il cibo come prevedibile era orrendo ma per fortuna in Francia si mangiava bene, o almeno così ricordava da quando vi era andato con Alice verso la fine degli anni settanta quando Giscard era ancora presidente… certo che era vecchio gli venne spontaneo pensare, sicuramente Armand non era nemmeno nei pensieri dei suoi genitori ai tempi.

Riaccese il telefono solamente una volta atterrato, e approfittando della fila al controllo passaporti si decise a chiamare Armand, al massimo si sarebbe cercato un hotel a Parigi.

<< L’offerta è ancora valida?... sono al controllo passaporto del Charles de Gaulle, se mi dici come arrivare dove abiti mi organizzo >> disse prima di chiudere la conversazione, non voleva certo che l’altro venisse a prenderlo, si sarebbe accontentato di comprare un biglietto della metro, del treno o di qualsiasi altro mezzo… aveva vissuto a New York per quasi trent’anni, sapeva muoversi.

Il controllo passaporti duro più del previsto a causa di un gruppo di giapponesi che per qualche motivo vennero considerati possibili terroristi dallo scanner ma niente di preoccupante, riuscì persino a fare colazione in uno dei tanti bar. Aveva appena terminato di pagare che sentì suonare il cellulare e vide un messaggio da parte di Armand. Lo lesse sentendo le mani tremare come quando aveva sedici anni e si voltò.

Era lì, di fronte a lui, ed era bellissimo.

Indossava una giacca bordeaux abbinata ad una camicia bianca dove i primi tre bottoni erano slacciati, pantaloni bordeaux e scarpe fatte sicuramente su misura ma non era solo l’aspetto fisico. Armand emanava un magnetismo naturale ed era appoggiato alla parete come se stesse posando per un pittore rinascimentale, un’eleganza naturale e sofisticata che contribuiva al suo fascino e quegli occhi… nel rendersi conto che lo aveva visto Daniel ebbe l’impressione che gli occhi di Armand brillassero, sicuramente il sorriso che gli attraversò le labbra era spontaneo ma anche incredibilmente sensuale, com’era possibile che qualcuno così giovane e bello non solo lo trovasse attraente me volesse fare l’amore con lui più di una volta?

<< Bienvenue à Paris >> lo salutò Armand prima di avvicinarsi e lui non seppe cosa dire, aveva notato che gran parte della folla li stava guardando e… c’erano uomini e donne che guardavano Armand senza tentare nemmeno di mascherare il proprio desiderio, una donna bionda dall’accento russo lo guardava estasiata e un tizio con la bandiera ungherese sulla valigia stava letteralmente sbavando; ed era sicuro che la maggior parte dei presenti lo considerasse un pervertito o comunque qualcuno abbastanza ricco per poter attrarre qualcuno come Armand.

<< Bentornato, non benvenuto >> riuscì solo a dire facendo ridacchiare l’altro.

<< E allora bentornato in Francia >> replicò Armand prima di baciarlo. Per un istante rimase paralizzato dalla sorpresa, poi si ricordò di ricambiare il bacio e lo fece, diventando l’uomo più invidiato e più odiato dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, e non gliene importò affatto. Non si era mai sentito meglio, inoltre era in Francia, non lo conosceva nessuno e se doveva vivere quella relazione, o quello che era, meglio godersela al meglio almeno se fosse stata breve sarebbe stato interessante parlarne.

<< L’autostrada a quest’ora per fortuna è tranquilla, ci vorrà un po’ per Compiègne ma nulla di troppo complicato >> gli disse Armand quando si separarono.

<< Fai strada, sicuro che posso stare da te? >> domandò lui. Non voleva disturbare e soprattutto non voleva imporre la propria presenza. Era lì per… per definire meglio quello che avrebbero potuto avere e non voleva che Armand pensasse che ospitandolo dovesse anche fargli il servizio completo; non era contrario a priori ma preferiva che fosse spontaneo.

<< Certamente, c’è spazio. Domani abbiamo le prove generali in vista di uno spettacolo, se vuoi posso procurarti un biglietto >> propose Armand.

<< Il mio francese è abbastanza buono per uno spettacolo >> rispose lui. Non era vero ma era comunque curioso.

<< Molto bene, è forse il mio lavoro preferito, uno dei pochi in cui reciti persino io, secondo gli altri è il mio cavallo di battaglia >> gli rivelò Armand prima di baciarlo.

<< E allora ancor di più sono curioso >> replicò lui, quel soggiorno si stava rivelando interessante, potenzialmente esplosivo ma era comunque curioso di vedere come sarebbe andata a finire.

Notes:

- ebbene si, si sono dati
- ogni riferimento a Marius NON E' casuale e si, Armand vede la situazione in una maniera alquanto ambigua
- Lestat haunts the narrative come solo lui sa fare
- Kate e Lenora non sono ancora comparse fisicamente ma Kate è già stanca di tutto
- i voli New York - Parigi solitamente sono notturni ma ce ne sono alcuni via Londra, Dublino o Madrid che partono anche durante il giorno
- uno statunitense può andare in un Paese dell'area Schengen per 15-30 giorni senza bisogno di richiedere il visto

Chapter 4: chapter 3

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Quella calma tranquilla gli piaceva.

Con lui era stato passione e segretezza sebbene gli altri sapessero, con Santino c’era stata vergogna mentre con Lestat si era trattato di un incendio che si era spento con la stessa intensità, almeno per quel che riguardava Lestat. Con Daniel Molloy era diverso e aveva avuto l’opportunità di rifletterci in quelle settimane.

Tanto per cominciare Daniel era stato il primo a respingerlo ben prima del sesso e anche quando avevano fatto sesso non era sembrato entusiasta della cosa, come se fosse qualcosa di naturale per loro ma che allo stesso tempo volesse evitare, e lui quello non lo capiva.

Sapeva di essere fisicamente attraente, lo sguardo di Daniel quando era rimasto senza vestiti lo aveva notato, ma mai nessuno aveva risposto ai suoi approcci in quella maniera. Doveva essere a causa della differenza d’età, forse Daniel credeva che avesse problemi con la figura paterna o con l’autorità ma non era affatto così. Non era infuriato con suo padre e sebbene fosse sicuro che non sarebbe mai riuscito a perdonarlo per quello che gli aveva fatto con gli anni aveva imparato a comprendere le motivazioni dietro la decisione dei suoi genitori, sia che sapessero cosa gli sarebbe capitato sia se fossero stati ingannati. Per quel che riguardava la ricerca di una figura paterna sostitutiva… lui, lui era stato tutto per lui: mentore, amante, padre, ed era riuscito a convincerlo a vivere appieno quel che provavano, oh se ci era riuscito. Aveva creduto che quella potesse essere la sua vita, e invece dall’oggi al domani aveva perso tutto a causa di quell’animale di Santino che almeno gli aveva dato uno scopo, doveva essere così perché pensare che fosse tutto casuale e che non ci fosse un grande disegno dietro sarebbe stato troppo devastante per lui, almeno quando era ancora… con loro aveva uno scopo, una missione, una direzione da seguire e da far seguire, c’era una sorta di malsano conforto nel far parte di una setta.

Il suo rapporto con l’autorità era improntato ad un tranquillo laissez faire, molto comune in Francia, almeno finché qualcuno non avesse scoperto che i suoi documenti erano falsi, che il nome che vi figurava sopra non esisteva e che forse nemmeno era registrato all’anagrafe di Delhi. Non lo aveva mai saputo, i primi dieci anni della sua vita erano un immenso buco nero e la sua psicologa gli aveva consigliato di non sforzarsi rifiutandosi di ipnotizzarlo in quanto non condivideva affatto quei metodi, e siccome ogni volta che si sforzava di pensarci cominciavano i giramenti di testa, le palpitazioni e i tremori alla fine aveva rinunciato, se qualche ricordo fosse riaffiorato bene, altrimenti poteva vivere anche senza.

Capiva i timori di Daniel ma semplicemente non li condivideva e se l’altro era in Francia voleva dire che poteva farcela. Lentamente, progressivamente e inesorabilmente ma ci sarebbe riuscito, inoltre aveva bisogno di un progetto. Il teatro gli piaceva, preferiva occuparsi dell’organizzazione e delle scelte legate alla regia ma non lo teneva impegnato come credeva e anche l’arte era un hobby, un hobby che gli rendeva bene ma pur sempre un hobby.

<< Credevo… un appartamento, o una di quelle villette che si vedono, non un autentico castello >> sentì dire da Daniel quando fermò la macchina. Non era un guidatore eccellente, gli unici che si erano veramente preoccupati di insegnargli erano stati Riccardo e gli altri, ma la pratica rende perfetti e dalla partenza di Lestat si era esercitato molto, fosse solo per il tragitto da casa alla stazione e ritorno.

<< Il termine esatto è hotel particulier, l’amministrazione Hollande ha fatto fuggire molti super ricchi in Belgio e posti del genere si sono svalutati >> spiegò lui. In realtà non sapeva esattamente come fossero andate le cose dato che aveva pensato a tutti David Talbot ma era sicuro che al prezzo che avevano concordato difficilmente avrebbero trovato un alloggio simile se non fosse stato un colpo di fortuna.

<< E a te va bene vivere qui? Non sarebbe meglio un appartamento a Parigi? >> domandò Daniel.

<< Forse, ma qui sto bene, il treno non è un problema e ho bisogno di pace e tranquillità >> ammise. Ci aveva pensato e aveva ancora le chiavi dell’appartamento ma non se la sentiva di ritornarci. Aveva trascorso tra quelle mura l’estate più bella della sua vita in cui aveva davvero creduto che per lui potesse esserci un lieto fine duraturo, e se per poterlo avere aveva dovuto rubarlo a Nicky era qualcosa che non lo sfiorava, salvo poi sentirselo scivolare dalle mani. Erano stati felici tutti e tre, e poi lui e Lestat ma tutto quello che era avvenuto verso la metà di agosto aveva rovinato tutto senza che lui potesse fare nulla. Ci si fermava a dormire quando le serate on gli altri duravano troppo ma non riusciva mai ad addormentarsi veramente lì dentro, molto meglio chiamare un taxi si era detto l’ultima volta. E se doveva essere onesto la Piccardia aveva sempre un suo fascino, discreto ed elegante nonché squisitamente provinciale.

<< Dove pensi che dovrei stare? >> gli chiese Daniel. Avrebbe tanto voluto che dormissero insieme nello stesso letto ma se l’altro non voleva… aveva una stanza degli ospiti. Daniel forse si sentiva insicuro a causa del suo corpo, forse temeva di non farcela o non voleva imporsi, non lo sapeva ma era pronto a fargli cambiare idea.

<< Dove desideri, ci sono delle stanze degli ospiti, dai un’occhiata e fammi sapere, io nel frattempo prenoto il pranzo >> rispose. L’Italia gli aveva lasciato come eredità il bisogno di fare tre pasti completi, un discreto senso della moda e la tendenza all’intrigo, ed erano eredità preziose.

<< Ai tuoi ordini >> replicò Daniel prima di dargli un bacio sulla guancia, se solo si fosse spostato l’altro lo avrebbe baciato sulla bocca realizzò Armand. Per fortuna Le Bistrot de Flandres era aperto e accettava prenotazioni si disse, avrebbe potuto puntare sull’asporto ma voleva comunque mostrare la città a Daniel, voleva mostrargli così tanto e avevano così poco tempo.

Daniel per fortuna era una di quelle persone che mangiava tutto quello che gli mettevano davanti senza problemi, e soprattutto adorava parlare e ancor di più adorava conversare, una fortuna per lui che aveva la tendenza a mangiare poco, mangi come un uccellino diceva sempre la signora Bianca, ovunque fosse in quel momento.

Si erano quindi messi d’accordo su cosa avrebbe fatto Daniel nel pomeriggio, per fortuna il castello chiudeva alle sei e lui aveva fatto la spesa il giorno prima.

<< Non mi aspettare, le prove dovrebbero terminare per le sette ma gli attori non sono mai puntuali >> disse quando si salutarono davanti all’entrata del castello.

<< Se vuoi scrivi quando avete terminato, altrimenti se per le otto non ho ricevuto nulla mi faccio portare un hamburger dal McDonald’s >> propose Daniel, americano.

<< No, quello no! Ti lascio il numero della mia pasticceria preferita, del ristorante cinese e persino della pizzeria ma… siete in Francia monsieur Molloy >> dichiarò lui prima che l’altro scoppiasse a ridere di gusto.

<< Non sarai nato in Francia ma sei davvero francese >> disse Daniel prima di baciarlo sulla bocca.

Lo aveva baciato lui, in pubblico, dove tutti potevano vederlo… dove sicuramente erano stati visti da civili e turisti, quella si che era una grande conquista pensò mentre si allontanava diretto verso la stazione. Aveva ovviamente ricambiato il bacio e nessuno aveva avuto nulla da ridire, il bello della Francia dove si poteva fare di tutto ma l’importante era farlo con eleganza, esattamente come Mitterand e lo stesso Hollande insegnavano.

La situazione in teatro era identica al giorno precedente, le solite liti, le solite discussioni e i soliti contrasti, nulla di nuovo tranne che lui proprio non riusciva a concentrarsi e sapeva benissimo il motivo: Daniel Molly.

Aveva accettato il fatto che Daniel gli piacesse, che ci si trovasse bene e che il sesso fosse stato ottimo ma non era preparato al fatto che avrebbe pensato solo a lui, e gli piaceva, trovava quella sensazione stranamente confortante.

Per sua fortuna finirono puntuali alle sette, conoscevano tutti l’opera alla perfezione al punto che le prove non sarebbero nemmeno state necessarie se non avessero cambiato i ruoli rispetto alla stagione precedente. Era rimasto qualche minuto per scambiare qualche parola con Sam a proposito del copione del nuovo spettacolo perché invece di comprare le nuove traduzioni Sam preferiva tradurre di persona partendo dall’originale, e poi aveva avvisato Daniel, per fortuna la metro non era troppo affollata e avendo l’abbonamento non perse tempo alla Gare du Nord.

Daniel gli aveva risposto che lo stava aspettando, e per fortuna il ristorante giapponese si occupava anche di asporto. Non era il massimo ma non aveva avuto il tempo di cucinare nulla, avrebbero avuto tempo si era detto mentre mangiavano, tutto a suo tempo.

Daniel però non ci aveva provato, lo aveva osservato, gli aveva sfiorato più volte il volto con le dita e lo aveva anche baciato ma oltre quello non era andato quella sera e la successiva, costringendolo a… quanto era umiliante tutto quello si era detto ogni volta prima di tirare fuori le mani dai pantaloni del pigiama, quale umiliazione. Era palese però che l’altro lo trovasse attraente ma… non gli era sufficiente, per quanto adorasse baciarlo aveva bisogno di altro, soprattutto aveva la sensazione che Daniel capisse perfettamente cosa volesse e per qualche motivo non volesse darglielo.

Lo aveva portato nella foresta, quella zona era meravigliosa e soprattutto piena di calma e invitava a rilassarsi e… non gli sarebbe dispiaciuto farlo lì con le opportune precauzioni ma l’altro era stato categorico, quindi si baci e amoreggiamenti ma solo quelli per il momento, anche e soprattutto a causa del jet lag e lì purtroppo non aveva avuto obiezioni. Daniel aveva comunque accettato la sua offerta di un biglietto e nell’attesa era andato a farsi un giro, Pigalle offriva sempre un sacco di distrazioni per i turisti americani. Erano arrivati a Parigi con il treno e Daniel lo aveva salutato poco prima che lui prendesse la metro, per precauzione gli aveva scritto l’indirizzo del teatro e come arrivarci, gli americani a Parigi avevano la tendenza a perdersi.

<< Tutto bene capo? >> gli domandò con fare assente Gustave. Gli voleva bene, Gustave era stato un’ottima compagnia e talvolta…era accaduto ma soprattutto Gustave era uno dei pochi a sapere la verità su di lui, e per fortuna non aveva mai detto niente.

<< Non è importante >> rispose prima di sistemarsi la cravatta, avevano portato in scena quella rappresentazione decine di volte eppure non era mai stato così nervoso, quella sera tra il pubblico ci sarebbe stato qualcuno della cui opinione gli importava sul serio e non poteva rovinare tutto, doveva essere perfetto, più che perfetto, impeccabile.

<< Se lo dici tu capo >> replicò Gustave prima che raggiungessero gli altri.

<< Mi fido di voi, e ricordate che se sbagliate anche solo una sillaba… >> cominciò.

<< … io vi ammazzo tutti con le mie mani, lo sappiamo >> lo interruppe Santiago. Talento mediocre, non aveva mai davvero sfondato ma era comunque un buon trascinatore e aveva una parlantina invidiabile, doveva solo ricordargli chi era a comandare ma per quello ci avrebbe pensato dopo lo spettacolo.

Non sapeva dire perché proprio quella, il film lo aveva visto e gli era piaciuto, il remake un po’ meno e adorava la versione musical ma c’era qualcosa di incredibilmente divertente nel testo originale ed era una delle poche opere che mettevano in scena per cui sentiva il bisogno di unirsi invece di osservarli dal loggione. Avrebbero dovuto farlo restaurare e poi aprirlo ma costava troppo e in un teatro i soldi andavano sempre per qualcos’altro.

Ascoltò gli altri con un sorriso, poi attese la prima pausa e si preparò mentre Estelle ed Eglée lo raggiungevano pronte per il secondo. Era il suo momento, e si sentiva nervoso come la prima volta che aveva partecipato ad uno dei ricevimenti di facoltà dove lui lo portava in quella che gli sembrava un’altra vita.

Il sipario si alzò.

 

***

 

Era tutto assurdo, bizzarro e stranamente divertente.

Erano passati oltre quarant’anni dall’ultima volta che era stato a Parigi e la città non era affatto cambiata, o almeno così gli sembrava dato che ai tempi lui ed Alice erano sempre fatti e in fuga. Non vi era più tornato perché per come la vedeva lui Parigi era una città fin troppo noiosa ma ne riconosceva il fascino, e non era mai stato nella provincia tranne una gita di un giorno a Versailles dove più che fare i turisti lui ed Alice ne avevano approfittato per sniffare cocaina durante la notte, e farsi scopare a turno dallo spacciatore che si chiamava Richard o Roland, a distanza di anni non lo ricordava. Compiègne aveva un fascino discreto, elegante e tranquillo, tipico di una certa provincia che si vuole vendere ai turisti e gli piaceva.

Non avrebbe mai pensato che Armand possedesse addirittura un palazzo ma il discorso dell’altro aveva senso, lui stesso aveva letto di come i miliardari fossero letteralmente scappati dalla Francia per evitare la famigerata tassa sui super ricchi, e sicuramente qualcuno doveva aver fatto dei buoni affari nell’immobiliare, fatto che continuava a cementare la sua idea che Armand fosse old money, come dicevano in Inghilterra.

Il pranzo era stato eccellente, e così la cena, e doveva ammettere che il castello era interessante, incredibile come in Francia ad ogni singolo passo si inciampasse nella Storia. In quanto al resto… no, o meglio, non ancora. Sapeva cosa voleva l’altro, e anche lui lo voleva, ma aveva ancora fin troppi dubbi e non se la sentiva di puntare subito a quello.

Dubitava di potercela fare o di raggiungere le aspettative che aveva Armand, e si vergognava del proprio corpo, una sensazione che non aveva mi sperimentato. C’erano almeno vent’anni di differenza tra di loro se non di più ed era consapevole di quanto fosse tutto eticamente problematico ma allo stesso tempo nessuno lo aveva mai guardato in quella maniera, mai aveva visto tanta fiducia e devozione.

Non che non ci avesse provato. Armand stava conducendo un attacco frontale da manuale e… era sicuro che non avrebbe resistito, già la prima sera si era dovuto trattenere dal saltargli addosso quando si erano ritirati adducendo come scusa il jet lag ma ci era comunque riuscito. E quando erano andati nella foresta… non era contrario al sesso in esterna e non aveva paura di essere scoperto quanto di metterci troppo o non riuscirci affatto quindi aveva rifiutato. Certo, si erano baciati, ripetutamente, si erano struscianti e Armand aveva infilato una mano nei suoi pantaloni ma alla fine si era comunque tirato indietro, di positivo c’era che aveva avuto un principio di erezione quindi quella parte di lui non era ancora definitivamente morta.

Erano arrivati insieme a Parigi e nell’attesa che cominciasse lo spettacolo si era fatto un giro, Pigalle era decisamente cambiata nel corso degli anni, lo ricordava come un quartiere degradato e possesso semi esclusivo di puttane e protettori mentre adesso era elegante, turisti e solamente qualche sexy shop ricordava l’antica anima del quartiere., almeno il Moulin Rouge era rimasto lo stesso aveva notato.

Il teatro non era certo degno di Broadway ma gli sembrava dignitoso ed era sicuro di non aver mai visto lo spettacolo, “la gabbia delle folle”, un titolo piuttosto all’avanguardia si era detto prima di sedersi e sperare che il suo francese fosse davvero così buono da permettergli di seguire tutto. E fin dalle prime battute invece aveva riconosciuto perfettamente la storia, ignorava che il film fosse un remake ma spiegava molte cose. Era stato sicuro di quale fosse il ruolo di Armand ma dovette ammettere di essersi sbagliato e… era eccezionale.

Non era esattamente il suo genere ma si divertì moltissimo, avrebbe dovuto portare dei fiori si disse, se solo ci avesse pensato prima ma non credeva che si sarebbe divertito tanto. La troupe non era delle migliori ma era palese che si divertissero tutti e quello era qualcosa a cui aveva sempre dato valore, e non solo lui visti gli applausi che ricevevano ad ogni paura, senza contare la standing ovation quando tutto fu terminato. Sentì una vibrazione sul cellulare e controllò: “aspettami fuori dal teatro tra dieci minuti”, detto fatto si disse prima di rimetterlo in tasca.

Nell’attesa controllò se Lenora o Kate lo avessero cercato, Kate ancora insisteva col trattamento del silenzio e Lenora sembrava essere rassegnata a quella sua follia, sorprendentemente la più grande delle sue nipoti sembrava preoccupata, almeno qualcuno con il suo DNA era una persona mediamente decente, un grande risultato gli venne spontaneo pensare.

Nel frattempo vide il resto della troupe uscire e continuò a controllare il telefono finché non vide Armand, quasi quasi gli dispiaceva che l’altro si fosse cambiato perché i vestiti di scena gli stavano davvero bene.

<< Deputato Dieulafoi? >> domandò e Armand scoppiò a ridere.

<< Non sono responsabile della pessima condotta del presidente Bertard >> rispose prima di raggiungerlo facendolo sorridere.

<< Male, deputato, o si affonda tutti insieme o non si affonda >> dichiarò lui quando furono abbastanza vicini.

<< Vuoi affondare con me, Daniel? >> lo provocò Armand, e la carne era debole.

<< Non vedo perché no? Potrebbe essere interessante >> rispose lui prima che Armand lo baciasse. Ricambiò il bacio prima di spingerlo delicatamente contro la parete facendo aderire i rispettivi corpi, se avesse avuto vent’anni di meno era sicuro che lo avrebbe preso lì, in quel vicolo e senza preoccupazioni di sorta ma uno dei vantaggi dell’anzianità era una certa maturità, o almeno così gli avevano detto.

<< Non qui, andiamo da te >> propose quando si separarono, le mani di Armand erano già sulla sua cintura.

<< Come desideri >> fu la risposta, per fortuna la stazione della metro era abbastanza vicina a dove si trovavano. E per fortuna non c’era quasi nessuno a quell’ora si disse quando ripreso a baciarsi, la Gare du Nord però era affollata quindi mantennero le distanze sebbene il treno fosse quasi deserto e trovare uno scompartimento libero fu facile. Non faceva certe cose dagli anni settanta, quando lui ed Alice avevano attraversato la California prima di approdare in Messico, giovani, strafatti e con la libido alle stelle.

Non si era sentito così vivo da anni, e gli piaceva quella sensazione, per fortuna il tragitto non durò troppo a lungo altrimenti avrebbero corso il serio rischio di scopare direttamente nel bagno del treno o farsi arrestare per atti osceni in luogo pubblico.

Fecero il tragitto a piedi, Compiegne era meravigliosa la notte ma Armand di più gli venne spontaneo pensare. E quando furono a casa dell’altro e finalmente poté baciarlo… se fosse morto in quel momento sarebbe morto contento si disse.

Si spogliarono in maniera frenetica e solo quando furono entrambi nudi si ricordò di quanto si vergognasse del suo corpo, aveva sessantasette anni per l’amore del cielo, e Armand non ne aveva nemmeno trenta o così aveva intuito.

<< Tutto bene? >> gli domandò l’altro, quanto era bello pensò Daniel, e giovane, e sensuale ma soprattutto giovane.

<< No, io… sei bellissimo, e io ho oltre sessant’anni >> ammise prima che Armand lo baciasse teneramente.

<< Anche tu sei bello Daniel, non m’importa della differenza d’età, come devo dirtelo? >> replicò Armand prima che fosse lui a baciarlo questa volta.

Gli sembrava di essere tornato ai trent’anni, quando aveva conosciuto Saoirse e Kate dormiva da Alice quindi potevano scopare ovunque, compreso nella volante della polizia, erano anni che non si sentiva così bene. Armand lo guardava in una maniera in cui nessuno lo aveva mai guardato, si fidava di lui in maniera assoluta. Lo spinse lentamente sul letto per poi salirgli sopra, le loro erezioni che sfregavano… e almeno lui aveva un’erezione, e vista l’età non era poco.

Quando il più giovane ebbe finito di rovistare nel cassetto e tirò fuori lubrificante e preservativo lo fermò, questa volta voleva farlo lui, non voleva più solamente guardare. Armand lo baciò appassionatamente quando glielo fece capire e aprì sensualmente le gambe, ogni suo gesto era intriso di una sensualità rara che lo affascinava e lo attirava.

Era da tempo che non lo faceva ma… per fortuna certe cose non si dimenticavano e a giudicare da come il corpo dell’altro accogliesse le sue dita e dai gemiti allora aveva ancora una certa tecnica si disse inorgoglito.

E quella si che era la prova del nove si disse prima di posizionarsi contro l’altro. Era… perfetto, assolutamente perfetto pensò mentre lentamente gli entrava dentro. Si prese un momento per respirare e sentì le mani di Armand accarezzargli la schiena, era sicuramente migliore della prima volta e sentire la pelle dell’altro contro la propria, il calore di entrambi i loro corpi e avere la certezza che l’altro non avesse alcun problema nel vederlo nudo… tutto quello lo inebriava.

<< Potrei metterci un po’ >> lo avvisò, la tentazione di spingersi contro l’altro, di prenderlo con forza e ripetutamente era forte ma era consapevole che fisicamente rischiava di non farcela.

<< Tutto il tempo che vuoi Daniel… tutto il tempo che vuoi >> replicò Armand prima di baciarlo, e lui non ebbe bisogno d’altro.

Si prese tutto il tempo del mondo e sentire i gemiti di Armand, le loro bocche che si cercavano, le mani che si esploravano, si sentiva di nuovo giovane anche se era impossibile e soprattutto si sentiva in pace con sé stesso, stava facendo sesso con qualcuno molto più giovane e l’altro stava facendo sesso con lui perché lo trovava attraente, perché provava qualcosa per lui, perché lo desiderava e lui adorava tutto quello.

Sentì le ginocchia di Armand circondargli i fianchi, come se volesse andare da qualche parte dopo quello pensò. E quello fu uno dei suoi ultimi pensieri razionali prima che Armand venisse gemendo il suo nome e piantandogli le unghie nella schiena, e quello fu troppo per lui. non veniva in quella maniera da quando era adolescente, ed era tutto stranamente liberatorio.

<< Ti amo tanto >> mormorò Armand mentre riposavano uno accanto all’altro, e forse era proprio l’intensità del sentimento e il modo in cui sembrava che stessero bruciando le tappe a preoccuparlo, non che non gli dispiacesse ma gli sembrava che tutto avvenisse fin troppo velocemente.

<< Ci conosciamo da poco più di un mese >> replicò lui mentre gli accarezzava i capelli.

<< Quando lo sai lo sai, e ho vissuto troppo intensamente per non sapere quel che provo >> rispose Armand, c’era un mistero attorno alla sua persona, riusciva benissimo ad intravederlo ma aveva tutto il tempo del mondo per saperne di più si disse.

<< Non so se ti amo, ma so che con te sto bene, e… mi piace stare con te. Sono stato sposato due volte, ho rovinato entrambi i miei matrimoni per motivi diversi e non voglio farti questo, non sono esattamente il principe azzurro >> ammise. Alice e Saoirse per motivi diversi avevano chiesto il divorzio, Kate gli parlava a malapena ed era consapevole che Lenora mantenesse un rapporto con lui solo perché era la cosa giusta da fare e non per autentico desiderio di cercare un qualche rapporto, cosa poteva offrire a qualcuno che aveva tutta la vita davanti?

<< E io non sono la principessa da salvare, nessuno si è mai scomodato e i pochi che ci hanno provato poi se ne sono andati >> gli rivelò Armand, quindi nel suo passato era accaduto qualcosa di grosso, più volte, e qualcuno lo aveva aiutato per poi allontanarsi, interessante.

<< Quando sarai pronto mi racconterai tutto >> disse, in altre circostanze avrebbe cercato di sfruttare la situazione ma non gli sembrava onesto inoltre voleva passare ancora del tempo con Armand, non sapeva quanto con esattezza ma non gli dispiaceva di certo.

<< Come desideri, ho una bella storia per te, ma tutto a suo tempo. E tu dovrai raccontarmi la tua >> propose Armand. Do ut des, approva sicuramente quel modo di fare pensò Daniel Molloy prima di baciarlo, forse la vita gli stava regalando una nuova opportunità ed era stupido da parte sua farsi tutte quelle domande ma era pur sempre un giornalista d’inchiesta

Notes:

- ringraziamo l'amministrazione Hollande per la sua tassa sui super ricchi con computa devozione
- le Bistrot de Flandres esiste realmente, si trova a Compiègne davanti la stazione, visionato con Google Maps
- la foresta demaniale di Compiègne, tra le più grandi di Francia, dove Luigi XVI conobbe Maria Antonietta, dove napoleone incontrò Maria Luisa e dove fu firmato l'armistizio del 1918, e dove per poco Daniel ed Armand stavano per fare roba
- la Cage aux Folles, da noi noto come Il Vizietto, è un'opera teatrale poi adattata a film il quale film ebbe due sequel e un remake americano dal titolo the Birdcage
- nel film il cognome del suocero è Charrier, nel testo teatrale invece Dieulafoi ossia "dio la fede" in ottemperanza al fatto che sia estremamente di destra e bigotto

Chapter 5: chapter 4

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Forse era troppo impulsivo ma non gli dispiaceva affatto.

La sua vita era sempre stata caotica, imprevedibile e allo stesso tempo dipendente dalle decisioni altrui, motivo per cui pur amando che qualcuno gli dicesse cosa fare allo stesso tempo amava poter decidere di testa sua. Armand De Romanus riconosceva benissimo che quella era una contraddizione ma era anche vero che la sua stessa vita si fondava sulla casualità e su dei documenti assolutamente falsi. Il suo cognome tanto per cominciare era qualcosa che avevano scelto Lestat e quella vrenzola di sua madre, e a lui andava bene così per dei motivi di cui preferiva non parlare. Dopo quello che gli era successo Lestat gli aveva chiesto se avrebbe mai denunciato Santino ma… a che pro? L’altro era in Italia, era lontano e sicuramente nessuno gli avrebbe creduto, meglio lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare gli aveva spiegato. E poi Lestat era andato in America.

David Talbot gli aveva spiegato che lui non voleva responsabilità e quindi doveva imparare a badare a sé stesso mentre il teatro… nessuno tra quelli del teatro era degno di comandarlo, non come a suo tempo era accaduto con lui. Lui era stato speciale, era il primo grande amore della sua vita e si era imposto di non cercarlo, non avrebbe aiutato nessuno dei due rivedersi dopo quasi dieci anni inoltre… c’era un dubbio che era meglio restasse tale.

Daniel gli piaceva, gli piaceva come persona e gli piaceva farci sesso e cosa più importante Daniel lo ricambiava. Aveva bisogno di tempo per accettare la cosa ma sapeva come fare, e l’altro si sarebbe abituato alla differenza d’età, a non vergognarsi del proprio corpo e ad accettare che non fossero perfetti. Era consapevole che Daniel avesse un passato ma non poteva giudicarlo per quello, non lui con quello che si portava dietro, inoltre non poteva essere tanto terribile si era detto.

Si erano quindi goduti quei giorni in pace approfittando della pausa che aveva in teatro, non era necessario che andasse allo spettacolo del mercoledì in lingua inglese e infatti non era andato, aveva avvisato Sam e Gustave e quello doveva essere sufficiente, gli altri avevano il suo numero e l’ordine di cercarlo solo per autentiche emergenze… e no, un decesso sul palco non era un’emergenza ma un’opportunità come insegnava Moliere.

Avevano fatto sesso ogni notte, e sotto quello aspetto non aveva nulla di cui lamentarsi, e Daniel sembrava acquisire maggiore sicurezza di sé ad ogni scopata, assolutamente perfetto. Durante il giorno lo aveva portato nei in giro nei dintorni, quanto poteva offrire la Piccardia se si sapeva dove guardare… se solo l’altro avesse accettato di fare sesso nella foresta ma tutto a suo tempo si era detto, tutto a suo tempo.

Si erano salutati dopo una settimana assolutamente fantastica e aveva subito avvisato David Talbot il quale si era limitato a dire che se a lui andava bene allora doveva continuare, lui si limitava a fargli le congratulazioni e siccome era in partenza per il Brasile non lo seccasse. C’era un’altra persona a cui avrebbe voluto parlarne ma… meglio di no, non ancora almeno.

Non aveva detto nulla durante la commemorazione per Nicky e come l’anno passato era riuscito a farsi scopare da Lestat de Lioncourt, consapevole di quanto l’altro odiasse tutto quello e comunque non riuscisse a dirgli di no. Non gli aveva parlato di Daniel o di quello che stava costruendo con lui, semplicemente perché i due argomenti dovevano restare separati e soprattutto perché era del tutto ininfluente.

Lestat gli aveva detto che aveva cominciato a vedere qualcuno, però lo aveva comunque scopato contro il muro anche se dopo aveva giurato che non sarebbe più accaduto… ne avrebbero riparlato tra trecento sessantaquattro giorni, lui non avrebbe rinunciato a Lestat e a quello che avevano semplicemente perché avevano altre persone nella loro vita, e che l’altro se lo mettesse bene in testa.

Lui e Daniel avevano continuato a vedersi nel corso dei mesi, o lui andava a New York o l’altro andava a Parigi e l’unico a sapere tutto era David Talbot il quale voleva essere libero di godersi la propria pensione in pace e che quindi si era limitato a consigliargli di stare attento. Ed era tutto assolutamente perfetto.

Amava Daniel, ne era assolutamente convinto, e Daniel lo amava a sua volta anche se ci aveva messo del tempo per capirlo.

La differenza d’età era tanta ma non era mai stata un problema, non per lui almeno e di cosa pensasse il resto del mondo se ne fregava, la luna non deve curarsi dell’abbaiare dei cani sosteneva Caterina II di Russia. La zarina si riferiva alla rivoluzione francese ma aveva sempre trovato la frase pertinente in qualsiasi contesto, inoltre adorava accumulare nozioni di qualsiasi entità su qualsiasi argomento, a Venezia poteva passare i pomeriggi nelle biblioteche delle varie facoltà a leggere ogni libro che gli capitasse per le mani al punto che ormai le bibliotecarie avevano smesso di fargli domande.

Certo, sapeva che Daniel era già stato sposato e che aveva due figlie ormai adulte che lo avevano reso nonno ma quello non era un problema per lui, specialmente perché i rapporti tra Daniel Molloy e le sue figlie erano quasi del tutto inesistenti. Non voleva certo che Daniel trascurasse la sua famiglia per lui ma non era quello il caso, inoltre ignorava cosa Daniel avesse detto avendo intuito come l’altro invece temesse delle reazioni esterne e da parte della famiglia.

Gli sguardi li aveva notati anche lui, e andavano dall’invidia alla commiserazione quanto non al disgusto, se fosse perché erano due uomini, per la differenza d’età o perché lui non era bianco non lo sapeva e non voleva saperlo. Aveva quindi deciso che era arrivato il momento di presentare Daniel Molloy a David Talbot, e poi lentamente introdurlo anche alla signora marchesa e a Lestat sperando che non si facesse strane idee, e c’era un solo momento per quell’incontro: il carnevale di Dunkerque. Non era un culture del carnevale pur avendo partecipato a quello veneziano per anni ma la troupe adorava andarci e così si univa a loro sebbene spesso si limitasse ad osservarli folleggiare mentre o leggeva o mangiava qualcosa in una brasserie.

<< Non sapevo nemmeno che ci fosse il carnevale, davvero è così famoso? >> gli domandò Daniel mentre riposavano sul divano.

<< Uno dei più famosi d’Europa, dopo quello veneziano, quello di Colonia e quello di Tenerife >> rispose lui. Gustave e Celeste gli avevano raccontato delle meraviglie del carnevale nizzardo ma non essendoci mai stato preferiva sospendere il giudizio, in quanto agli altri… David diceva sempre che viaggiare e avere il controllo del viaggio gli avrebbe fatto bene.

<< Sono stato al carnevale di Rio quando ero giovane, non ricordo se durante il mio primo matrimonio o durante il primo divorzio perché ero completamente strafatto, ma ricordo benissimo di quanto tutto fosse colorato ed esuberante, o forse perché avevo provato la ketamina o il crack, gli anni ottanta per me sono un buco nero pieno di flash, quando avevo la tua età mi ero sniffato mezza Colombia >> era stata la risposta di Daniel. E prima o poi doveva farsi raccontare tutto, la vita di Daniel gli sembrava veramente interessante, e forse poteva essere un sistema per distrarlo. Era sicuro che una volta saputo tutto Daniel sarebbe o scappato a gambe levate mettendo un oceano tra di loro o lo avrebbe guardato con gli occhi della pietà, e lui quello non poteva sopportarlo, non da Daniel Molloy.

<< Un giorno o l’altro mi racconterai tutto, e io ti racconterò la mia vita >> replicò prima che l’altro lo baciasse.

<< Al tuo servizio, bisogna andare vestiti in qualche maniera particolare? >> aveva domandato Daniel.

<< Niente di che, porta un ombrello però >> rispose. Ogni anno la troupe saccheggiava il guardaroba in occasione al carnevale, con grande dispiacere di Luchenbaum che dopo doveva occuparsi dei rammendi e di sistemare alla meno peggio gli abiti di scena rovinati. E secondo la polizia non poteva nemmeno prendersela con i colpevoli perché sarebbe stato “lesioni e percosse sul posto di lavoro”, che generazione di smidollati.

<< Come desideri >> aveva risposto Daniel prima che scivolasse tra le sue gambe per poi abbassargli i pantaloni. Non era stato facile arrivare a quel risultato ma dopo sette mesi alla fine Daniel aveva accettato che gli praticasse sesso orale. Era sicuro che l’altro ancora si vergognasse della sua età e dei suoi tempi ma a lui non importava, dopo tutto quello che aveva vissuto un partner più anziano e che avesse maggiore esperienza e maggiore resistenza era ben accetto, e non solo perché i partner della sua età lo avevano deluso.

Lestat e Nicky erano stati… meglio sotto certi aspetti ma per quanto avesse fatto non aveva funzionato dato che subito dopo aver fatto internare Nicky Lestat era partito lasciandolo solo, e Nicky… era così stordito da sonniferi che quasi non si era accorto di nulla l’unica volta che si era recato a trovarlo con quello scopo, le altre volte era un altro discorso. E gli incontri con la troupe non contavano, non erano mai realmente contati pur essendo stati divertenti e… fantasiosi, decisamente fantasiosi in una o due occasioni; decisamente con i partner della sua stessa età non funzionava e quindi aveva dovuto guardarsi intorno.

Daniel sorrise e le sue mani gli accarezzarono dolcemente i capelli, era sempre pieno di attenzioni per lui in una maniera commovente, nemmeno… nemmeno lui lo era stato. Certo, lo abbracciava, gli asciugava le lacrime e lo coccolava dopo il sesso ma… a volte aveva l’impressione che non lo avesse mai realmente visto.

Si mosse con abilità, godendo dei gemiti dell’altro mentre cominciava lentamente a succhiargli il cazzo, avrebbe voluto altro, che Daniel gli scopasse con forza la bocca ma sapeva che l’altro gli voleva troppo bene per costringerlo, anche se sotto sotto era quello che più desiderava, ma quello gli bastava. Si portò una mano tra le gambe quando intuì che era eccitato e sentì Daniel tirargli i capelli, finalmente pensò prima che l’altro lo allontanasse. Cercò di mascherare la propria irritazione salendogli sulle ginocchia e baciandolo, e per fortuna Daniel ricambiò il bacio prima di circondarlo con le braccia.

<< Sei così bello >> mormorò Daniel con autentica reverenza quando si separarono, l’eccitazione tra di loro sembrava quasi tangibile.

<< Non sai quanto ti amo >> rispose lui, la voce roca prima di strusciarsi con desiderio contro l’altro, non gli sarebbe certo dispiaciuto che l’altro gli venisse in bocca per poi terminare da solo ma a quanto sembrava Daniel aveva altri piani, e a lui andava bene. Lo amava, ne era sicuro e quello era sicuramente il sentimento più spontaneo che avesse mai provato in tutta la sua vita, un amore semplice, spontaneo e naturale come quelli di cui aveva letto a suo tempo nei libri.

<< Credo di saperlo invece >> replicò Daniel prima di portare la sua mano tra i rispettivi corpi facendolo ridacchiare.

<< Il corpo non mente mai Daniel >> dichiarò lui mentre sentiva l’altro prepararlo. Il corpo mentiva invece, o per meglio dire imparava a mentire. Lo aveva appreso durante i suoi ultimi mesi in… quel posto, quando il suo corpo era così abituato a tutto quello schifo che ormai accoglieva gli altri con finto abbandono e la sua voce sapeva simulare un piacere che non aveva mai realmente provato. Ne aveva avuto la conferma quando lui continuava a spingerlo verso colleghi e amici affinché imparasse a godere con il proprio corpo liberamente e poi con Santino il quale pur odiandolo adorava sentirlo gemere ed implorarlo ogni volta che lo scopava.

Cercò le labbra di Daniel nell’ennesimo bacio e poi lentamente si calò sull’erezione dell’altro, tutto quello era perfetto e avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di preservare quella tranquillità che si era procurato, dubbi di Daniel o meno. Daniel ridacchiò prima di cominciare a muoversi, se solo ci fosse stato un modo per essere sicuri che restasse una volta che avesse finito di raccontargli la propria storia ma sapeva che era improbabile e quindi voleva godersi l’altro il più possibile.

 

***

 

Daniel Molloy non si era mai sentito così bene in una relazione.

Con Alice era stato un turbinio di emozioni e di sensazioni, dove entrambi avevano indugiato in qualsiasi cosa li interessasse anche dopo la nascita di Kate. Avevano viaggiato, si erano amati con intensità e con abbandono salvo detestarsi con forza quando lei aveva sostituito le droghe con la beneficenza e lui aveva superato la seconda overdose senza sentire il bisogno di smettere.

Saoirse invece era stata l’opposto. Tranquilla, posata, devota al proprio lavoro e al proprio quartiere, la vita tranquilla che chiunque avrebbe desiderato ma che dopo appena cinque anni lo aveva profondamente annoiato portandolo a fotocopiare di nascosto documenti riservati di cui si era servito per un articolo e che gli erano costati il matrimonio e per poco la custodia di Lenora.

Alice continuava a gravitare per le varie organizzazioni di beneficenza viaggiando per tutto il paese e a portare la sua testimonianza di ex tossicodipendente mentre Saoirse era ancora a New York con il suo nuovo marito e pur non avendolo mai perdonato sul serio alla fine era riuscita ad accettare il suo comportamento.

E poi c’era Armand.

Armand che chiedeva solamente di essere amato, che non si curava della differenza d’età o degli sguardi che ricevevano ogni volta che andavano da qualche parte e che si prendevano per mano, che lo amava con una spontaneità rara e non chiedeva nient’altro.

Non ne aveva parlato con nessuno, temendo il giudizio altrui. Le ragazze sapevano che aveva qualcuno, in redazione si speculava su chi potesse essere e Saoirse, da poco pensionata gli aveva chiesto quando avrebbero potuto uscire per un appuntamento a quattro ricordandogli come Richard fosse un marito migliore di lui, era anche vero che non ci voleva molto.

Gli piaceva quella relazione a distanza, i pranzi nei vari locali di Compiègne, le visite nel circondario o a Parigi, o quando rimanevano a casa a fare l’amore e a parlare di tutto o niente. E New York, gli piaceva la curiosità di Armand che era praticamente senza confini e riguardava qualsiasi cosa. Armand però restava un enigma per lui, lo aveva sentito discutere d’arte a livelli accademici ma per i calcoli più elementari si serviva della calcolatrice, come se davvero non fosse mai andato oltre le quattro operazioni. E quel mistero lo intrigava e lo incuriosiva, impossibile negarlo ma non era solo per quello che continuavano a vedersi ormai una volta al mese per una settimana.

E ora quell’invito al carnevale. Non era mai stato tipo da carnevale, aveva partecipato a quello di Rio in gioventù ma era così fatto che non ricordava nulla, e per il resto tranne New Orleans gli Stati Uniti non avevano una gran tradizione in materia preferendo puntare su Halloween.

Inoltre per la prima volta avrebbe conosciuto qualcuno del passato di Armand sebbene un passato molto più sereno e tranquillo di quello che l’altro gli aveva fatto intuire, lui comunque si era informato lo stesso su David Talbot di Londra, migliore amico del migliore amico di Armand. E perché un uomo suo coetaneo fosse amico di due ventenni, anzi uno di loro era il suo migliore amico, era qualcosa di cui discutere... ma su cui non avrebbe detto nulla perché non voleva sembrare ipocrita.

Bibliotecario da poco in pensione, non sposato e ottimi studi in una di quelle scuole private inglesi dove prima ti insegnavano come rubare e poi la letteratura ma era sicuro che anche nel suo caso ci fosse di più.

Per il momento si limitava a godersi il carnevale.

Armand lo aveva ufficialmente presentato e forse era vero che i teatranti non si sconvolgevano più per niente dato che nessuno aveva avuto da obbiettare anche se uno o due lo avevano guardato male ma comunque non avevano detto nulla.

Il locale dove si erano sistemati era adorabile, il pavimento coperto di brillantini e coriandoli, ogni tanto entrava qualcuno mascherato e la musica era troppo alta ma era comunque confortevole e discreto, e nessuno sembrava guardarli; se doveva essere onesto le occhiate peggiori le aveva ricevute a New York, i parigini e per estensione i francesi dopo un primo momento preferivano ignorarli ma d’altronde si trattava dello stesso popolo che negli anni novanta di fronte alla notizia della figlia segreta di Mitterand si era schierata compatta a favore del presidente parlando di violazione della privacy, un popolo strano i francesi.

<< Ti piace qui? >> gli domandò Armand, quel giorno vestito di verde scuro.

<< È una bella città ma parlano con un po’ troppo accento per me >> ammise prima che l’altro ridacchiasse.

 << Un certo film per quanto carino ha fatto dei danni incredibili >> disse Armand prima di prendergli la mano, e questa volta non ci fu nemmeno bisogno del tovagliolo posizionato in maniera strategica come le altre volte.

<< Dovremo vederlo allora >> replicò lui prima che sentisse qualcuno si avvicinasse al loro tavolo.

<< Non avrei mai creduto di sentire un accento americano proprio qui, allora sono nel posto giusto >> disse quello che doveva essere David Talbot di Londra. Daniel alzò gli occhi e rimase sorpreso: David doveva avere la sua età ma indossava abiti punk con tanto di borchie che sarebbero stati ridicoli su un ventenne e aveva tra le mani un gigantesco ombrello fucsia… e quel tipo era un bibliotecario?

<< David, queste cose dovevi farle a vent’anni >> si limitò a dire Armand prima di alzarsi e salutarlo all’europea ossia con due baci su entrambe le guance.

<< Ma io le ho fatte a vent’anni, zuccherino, e le faccio anche adesso. E così è lui l’americano… David Talbot, bibliotecario londinese in pensione e habitué del carnevale di Dunkerque >> rispose l’altro prima di allungare la mano, in che razza di situazione era finito?

Alla fine David Talbot non era male, non li giudicava, era riservato e pur avendo un tono di superiorità cercava di non considerarli due pezzenti se non peggio ma soprattutto Daniel Molloy si era reso conto di una cosa: David sapeva. Ignorava cosa sapesse del passato di Armand ma era evidente che ne sapeva più di lui e che moriva dalla voglia di parlarne, se solo ad ogni minimo accenno Armand non gli avesse dato un calcio da sotto il tavolo a cui l’altro rispondeva cambiando argomento con aplomb tipicamente britannico.

Rimasero a parlare per quasi mezz’ora, poi Talbot li avvisò che aveva il treno di ritorno per Londra e che per due settimane non voleva essere reperibile perché si stava preparando per andare in vacanza in Brasile. E dal modo in cui lo disse era evidente cosa pensava di fare una volta sbarcato su suolo brasiliano. Lo faccio da oltre trent’anni e cerco solo maggiorenni, con alcuni di loro ho avuto persino delle vere e proprie relazioni si era giustificato David ma lui sapeva benissimo quale fosse il vero nome di quel che faceva l’inglese, e non l’aveva detto solamente per educazione.

<< Conosci persone singolari >> si limitò a dire quando furono tornati a Compiègne, il resto della compagnia sarebbe rincasato in serata ma non erano un suo problema.

<< David è più inoffensivo di quanto sembri, sono gli altri due a preoccuparmi >> rispose Armand prima di alzarsi dal letto, aprire la finestra e accendersi una sigaretta. Gli aveva spiegato che non aveva problemi di sorta col fumo, che a suo tempo non era stato un fumatore di tabacco e l’altro aveva quindi iniziato a fumare in sua presenza sebbene si trattasse solamente della rituale sigaretta del dopo. Era forse l’unico vizio che non aveva mai avuto, forse perché erano gli anni sessanta e fumare tabacco era considerato troppo da borghesi, non sapeva dirlo con certezza ma aveva cominciato direttamente con le canne per poi passare all’hashish.

<< Mi racconterai tutto quando ti sentirai pronto >> si limitò a rispondere lui. Non era esattamente la prima volta che succedeva ma era stato discretamente appagante sussurrare all’altro che voleva farsi scopare. Armand aveva replicato con un bacio sulla bocca e poi aveva prontamente eseguito… e ne era passati di anni da quando aveva permesso a qualcuno quel tipo di confidenza e di predominio, e forse si era dimenticato quanto fosse bello. Armand si era preso il suo tempo, ogni suo singolo gesto e movimento sembrava finalizzato più del solito a farlo impazzire e quando finalmente gli era entrato dentro… possibile che si fosse dimenticato un tale piacere? L’altro si era mosso lentamente, senza alcun timore e con occhi così pieni d’amore e di desiderio che se avesse avuto ancora vent’anni sarebbe venuto dopo pochi secondi, ne era tremendamente consapevole. Tuttavia la cosa sembrava non aver indispettito Armand che anzi sembrava averla presa come una sfida personale e… era bravo, sembrava quasi che il suo corpo fosse nato per l’amore si era ritrovato a pensare Daniel più di una volta, specialmente in quei momenti mentre l’altro se lo scopava lentamente e lui aveva portato una mano sulla propria erezione, almeno andare a letto con qualcuno di così giovane aveva avuto come effetto positivo quello di risvegliare quasi completamente il suo corpo.

<< Daniel, tu non vuoi davvero sapere cosa mi sia successo, altrimenti scapperesti, come tutti >> gli rivelò Armand prima di rimettersi i pantaloni. Forse, ma meritava comunque di saperlo per poi decidere, aveva già intuito che l’altro non avesse avuto una vita facile e che tutto quello, gli abiti su misura, il portamento aristocratico e il vocabolario forbito, erano una posa per nascondere un passato che doveva essere decisamente problematico. In parte il suo istinto di giornalista gli chiedeva di fare domande, di incalzarlo e scoprire tutto contattando David Talbot ma voleva che fosse l’altro a parlargli, quella era la sua storia e meritava di essere lui a raccontarla, regola uno del giornalismo. Inoltre nemmeno lui aveva un passato tranquillo alle spalle quindi poteva reggere qualsiasi rivelazione, ne aveva passate troppe per sconvolgersi sul serio.

<< Non puoi saperlo, io stesso ne ho fatte tante, facciamo così: prima parlo io e poi parli tu >> propose. Era una follia ma doveva pur tentare, non avrebbe cominciato seriamente una relazione basandosi solamente su omissioni e accenni involontari, meritava di dover sapere prima di decidere cosa fare, e Armand meritava la stessa cosa.

<< Come desideri, comincia tu >> rispose Armand con aria di sfida, come se fosse sicuro che lui non avrebbe osato.

<< Molto bene, torna a letto e preparati, la storia della mia vita è piuttosto lunga e avventurosa >> replicò lui con un sorriso sardonico.

<< E invece la storia della mia è una lunga discesa verso le profondità dell’animo umano, ricorda solo che lo hai voluto tu >> dichiarò Armand prima di spegnere la sigaretta e raggiungerlo, e non gli era mai sembrato così fragile, era come se l’altro si trovasse su un pavimento di vetro rotto in maniera irreparabile e che si stesse preparando a cadere sapendo che non avrebbe fatto in tempo a scansarsi, una strana metafora ma non avrebbe saputo spiegare meglio l’espressione degli occhi dell’altro pensò Daniel.

Attese che l’altro si fosse sistemato e poi cominciò, ne aveva di cose di raccontare.

<< Allora, mio nonno era fuggito dall’Irlanda a seguito della rivolta di Pasqua del secolo scorso e pur essendo cattolico era anche disinteressato alla religione, fatto che venne compensato dalla figlia della sua padrona di casa a Modesto, California, ragazza di ottimi costumi ma estremamente religiosa per non dire bigotta. Non potendo quindi ottenere quel che voleva con i sorrisi e le canzoni come aveva sempre fatto si risolse a sposarla e da questo connubio sarebbero nati mio padre e mio zio Liam, entrambi refrattari al cattolicesimo nonostante le preghiere di mia nonna, ed è così che da una bigotta discende una lunga tradizione di atei, laici e di persone che hanno persino cambiato religione, ma sto correndo troppo >> cominciò, doveva spiegare l’antefatto altrimenti tante cose non si sarebbero comprese, e inoltre era palese che Armand non si fosse informato su di lui leggendo le sue memorie e doveva quindi recuperare.

Notes:

- si, ci siamo, devo decidere se dedicare tutto il prossimo capitolo a Daniel o fare 50 e 50 ma ci siamo
David, oh David
- dopo quello di Nizza il carnevale di Dunkerque è il più famoso carnevale francese
- il 10 novembre 1994 un paparazzo beccò François Mitterand mentre usciva dal ristorante Le Divellec con una ragazzina di appena 20 anni, dalle indagini risultò che quella ragazzina era sua figlia, che si chiamava Mazarine e che la madre non era madame Mitterand. Lo scandalo fu assoluto ma una successiva inchiesta mostrò come i francesi si schierassero compatti a favore del presidente accusando Paris Match di aver violato la privacy dei Mitterand e di aver esposto Mazarine al pubblico, d'altronde ragionò persino Jean Marie Le Pen Mitterand non aveva mai parlato a favore della famiglia quindi non era nemmeno ipocrita, un atteggiamento che gli americani non hanno mai compreso

Chapter 6: Interlude

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Sono nato a Modesto, California, all’inizio degli anni cinquanta, millenovecento cinquantadue per la precisione, e la mia nascita complicò una situazione già complicata.

Mio padre aveva prestato servizio in Europa e oggi direbbero che fosse affetto da una sindrome da stress post traumatico da manuale, all’epoca si diceva che “aveva bisogno di tempo”. Poco dopo essere tornato in California conobbe mai madre e nella speranza di zittire le voci che gli parlavano nella testa decise di sposarla. Mia madre era di famiglia armena, i suoi genitori erano scappati a causa dei turchi e non presero bene la decisione di mia madre di convertirsi al cattolicesimo, e nemmeno mia nonna la prese bene, le sembrò sempre una decisione manipolatoria.

Mia nonna è sempre stata convinta che i due figli sopravvissuti ai dieci anni, mio padre e mio zio Liam, fossero sopravvissuti solamente per mettere alla prova la sua fede. Mio zio infatti era tornato dal sud est asiatico con una moglie, zia Rose o quantomeno è così che sua la traduzione del suo nome dal cinese mandarino. Zia Rose a differenza di mia madre non si convertì mai ed era persino comunista ma il suo odio nei confronti dei ricchi era superato solo dall’odio nei confronti dei giapponesi, che le avevano sterminato la famiglia.

Una nuora cinese comunista e una nuora armena neoconvertita… mia nonna non la prese bene.

Per anni mia nonna si rifiutò di parlare con mia madre, la invitava ai pranzi, alle cene e per ogni festa comandata ma non le rivolse la parola se non negli anni sessanta. Mia madre a differenza di zia Rose le tentò tutte per farsi accettare, scontrandosi contro quel muro di mattoni che era mia nonna, e alla fine rinunciò. Cominciò quindi a pentirsi di essersi convertita, di aver sposato mio padre e di aver avuto me, fatto di cui venni edotto alla verde età di anni sette. All’epoca abbondava già nel bere e nell’ingestione di pillole, una drogata la si definirebbe oggi. E siccome era spesso stanca mio padre fece quello che facevano tutti i maschi irlandesi: si consolò altrove. Non hanno mai divorziato ma sarebbe stato sicuramente meglio per tutti e tre.

Arrivai quindi ai diciotto anni profondamente disilluso sul concetto di famiglia e andai a San Francisco, ufficialmente per il college ma già all’epoca avevo un’idea tutta mia su come avrei gestito la cosa, e il contesto non aiutò.

Gli anni erano quelli che erano e alla fin fine preferivo andare in giro con un registratore per ascoltare le tante storie che si trovavano in giro che non seguire le lezioni, inutile dire che cominciai a farmi e che talvolta… accadevano cose. Credevo di essere eterosessuale ma fin da quando mi proposero droga in cambio di sesso compresi che forse non lo ero poi così tanto. Oggi mi definirei eteroflessibile o pansessuale, tuttavia credo che “bisessuale” mi si addica maggiormente dato che alla fine il sesso mi piaceva, uomini o donne era secondario. Inutile dire che non ne parlai mai a casa, anche a causa di un ulteriore scandalo familiare.

Stanca di sopportare mia nonna zia Rose si era avvicinata ad una religione… probabilmente nella tundra siberiana faceva meno freddo della cucina di mia nonna quando zia Rose le comunicò che lei e zio Liam non solo si erano convertiti all’ebraismo ma che avevano chiesto il passaporto per Israele. Non posso dirti che mia nonna sia morta per il dispiacere ma lo abbiamo sempre pensato.

Ero quindi tornato a San Francisco dopo il funerale, la laurea per qualche motivo che non saprei spiegare era più vicina del previsto, quando mi chiesero di andare ad intervistare nientemeno che Huey P Newton, fondatore delle Black Panthers e da poco uscito dal carcere.

Andai e ad aprirmi la porta trovai una ragazza dai capelli afro che mi punto contro un fucile.

E quando una donna ti punta contro un fucile non hai che due alternative: o scappi o la sposi. Io l’ho sposata. Alice credeva davvero nella rivoluzione, in una maniera fanatica perché cercava qualcosa che desse senso alla sua esistenza. Sia come sia ci vedemmo dopo l’intervista e cominciammo a frequentarci sebbene non in maniera esclusiva. Tuttavia due anni dopo il nostro primo incontro dovemmo scappare in Messico, io a causa di un’inchiesta condotta fin troppo avventatamente e senza coperture, lei perché aveva ucciso un poliziotto… non ho mai indagato sulla dinamica ma conoscendola sono sicuro che abbia semplicemente reagito. Dal Messico si spostammo in Francia e in Germania per poi scendere verso l’Italia e la Grecia, o almeno credo perché eravamo costantemente strafatti, posso dirti che in quegli anni la monogamia ci sembrava un retaggio borghese, capitalista e da bianchi snob quindi avemmo storie con uomini, donne, con i travestiti del Bois de Boulogne e con letteralmente chiunque. Scambi di coppia, ammucchiate, rapporti a tre, non ci negavamo nulla ed eravamo felici a modo nostro. Nostra figlia Kate fu concepita o in una memorabile notte in cui facemmo l’amore contro il Partenone o sulla nave che ci avrebbe portato a Marrakech, non saprei dirlo.

Kate nacque in Messico, e solo per puro miracolo si dimostrò fin da subito matura e consapevole.

Alice aveva momentaneamente smesso di farsi durante la gravidanza ma riprese praticamente un minuto dopo il parto e io non avevo mai smesso. E in Messico, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta… ne girava di droga, a buon mercato se si sapeva dove cercare, e noi lo sapevamo. Come giornalista riuscivo ad essere informato e appena ebbi imparato lo spagnolo abbastanza da poter fare a meno dell’interprete… la situazione andò di male in peggio. Scrissi della pessima situazione politica e di come il narcotraffico fosse diffuso ma evitando sempre di fare nomi, non quando ero considerato un ottimo cliente, anzi… sconto famiglia dato che anche Alice era tornata alle vecchie abitudini

Il terremoto dell’ottantacinque non distrusse solamente Città del Messico ma inferse l’ultimo colpo alla distruzione del nostro matrimonio, io sempre più perso nelle droghe ed Alice che scopriva la beneficenza, ovviamente era più facile aiutare gli altri che non aiutare la propria famiglia e per questo chiesi il divorzio e andai a New York con Kate. Le Black Panther, la droga, il sesso, la beneficenza, Alice ha sempre avuto bisogno di qualcosa da fare, e di cambiamenti radicali nella propria vita, ancora oggi rifiuta di fermarsi ed è sempre in giro per il paese. New York mi sembrava un’ottima città per ricominciare, mi ero già fatto un nome e potevo provare a disintossicarmi… momento sbagliato e città sbagliata ma fu così che incontrai la mia seconda moglie: Saoirse.

La prima mi aveva puntato un fucile in faccia, la seconda mi puntò una pistola in quanto era una poliziotta e io ero stato appena arrestato per comportamento molesto. Saoirse vide qualcosa in me, non so cosa ma decise di aiutarmi e quando terminai il mio primo rehab le chiesi di sposarmi.

Sembrò che tutto potesse migliorare, Kate finalmente poteva essere una bambina, io stavo bene, Saoirse amava il suo lavoro e persino Alice a modo suo era serena e Lenora era deliziosa, i miei genitori adoravano Saoirse a differenza di quanto avvenuto con Alice, d’altronde ai loro occhi la mia seconda moglie era più “rispettabile” della prima, si, ho fatto le virgolette. La felicità però fu di breve durata, e io ero semplicemente diventato più bravo a nascondere la droga confidando nel fatto che Saoirse mai e poi mai avrebbe pensato che suo marito avesse avuto una ricaduta, non in una casa con due bambine e una moglie poliziotto.

Non abbiamo divorziato per quello ma perché approfittai di una festa della polizia per fotocopiare alcuni documenti riservati di cui avevo bisogno per un articolo, la carriera di Saoirse non si è mai ripresa e lei giustamente non mi hai perdonato. Trovai un secondo rehab e una volta uscito feci domanda per essere inviato in Iugoslavia, Kate aveva iniziato l’università e mi aveva incolpato praticamente di tutto mentre Lenora aveva ancora fiducia in me, povera Lenora.

Iugoslavia, Afghanistan, Iraq… le zone di guerra mi rilassano e alla fine si stringono anche amicizie perché siamo sempre quei dieci, venti reporter abbastanza folli o abbastanza disillusi da aver chiesto l’incarico e quindi si sta bene. Poi dieci anni fa sono tornato in pianta stabile a New York e il mio rapporto con Kate si limita alle telefonate settimanali anche se posso dire di essere un nonno discreto, almeno secondo mio genero Gerry.

Kate fa l’avvocato, in un buono studio e forse per reazione all’essere cresciuta con due hippy drogati ha sempre difeso persone che io trovo moralmente ripugnanti, ma va anche detto che è così che manda i suoi quattro figli in una scuola privata, veste abiti d’alta sartoria e lei e Gerry possono mangiare nei ristoranti migliori quindi forse questa è la soluzione.

Lenora invece è psicologa, e anche brava se posso permettermi, suo marito Josh sostiene di fare il contabile ma ho da sempre il dubbio che in realtà ricicli denaro sporco vista la sua propensione al minimo sforzo per massimo rendimento, ma avrai intuito che io di soldi non ho mai capito niente.

E ora tocca a te, io ti ho raccontato la mia vita, in sintesi e ora aspetto la tua.

 

***

Sono nato a Delhi, verso la fine degli anni ottanta o l’inizio degli anni novanta.

Non saprei dirti con esattezza l’anno, il mese o il giorno per il semplice fatto che non li conosco, così come non sono nemmeno sicuro di essere nato a Delhi pur avendo vissuto lì. E non so nemmeno se il mio nome sia mai stato davvero Arun o se questo nome mi sia stato dato in seguito, a suo tempo David Talbot ha svolto alcune ricerche e non ha trovato nessun bambino di nome Arun nato a Delhi in quell’arco di tempo, tranne due sebbene uno di loro sia un ingegnere informatico e l’altro un pediatra. Quindi o Arun non era il mio nome o non sono stato registrato all’anagrafe, e ritengo che questa sia l’ipotesi più credibile.

Avevo dei fratelli e delle sorelle ma non ricordo il loro volto, solo che era mio dovere badare a loro, e in quanto a dove vivevo… puoi indovinarlo da solo. Quando avevo circa dieci anni venne un uomo a casa nostra, una persona importante con un’offerta di lavoro.

Ancora oggi non so perché i miei genitori scelsero me, forse perché ero il maggiore, forse perché eravamo troppi, so solo che il mio secondo ricordo fisso è qualcosa a cui evito di pensare.

Ho trascorso quattro o cinque anni in un posto che ho cercato in tutti i modi di dimenticare, a fare cose che non si dovrebbero chiedere ad un bambino e posso dirti che più di una volta ho pregato di poter morire. Chi ho pregato? Non ne ho idea, lo shock è stato tale e l’abuso così forte che il mio cervello si è protetto cancellando tutto, motivo per cui non ricordo che religiose praticassi o che lingua parlassi, so solo che l’hindi e l’urdu non mi sono estranee ma non vuol dire assolutamente niente dato che ho sempre avuto un certo talento per le lingue.

Il secondo grande cambiamento nella mia vita avvenne quando la polizia fece una retata, non ricordo degli arresti ma io e tutti gli altri venimmo portati in centrale e da lì smistati in quelle che dovevano essere situazioni temporanee ma che nel mio caso non lo furono.

Si chiamava Marius de Romanus, era professore di storia dell’arte moderna ed è stato il primo grande amore della sua vita.

Ignoro tuttora perché finì a casa sua a Venezia ma posso dirti che l’ho amato con la passione dell’adolescenza e la resilienza di un sopravvissuto. Non pensare male perché non ci fu manipolazione o altro, anzi fino ai sedici anni mi respinse perché era illegale, se davvero voleva scoparmi e basta avrebbe ceduto fin dal principio.

Casa sua era sempre piena di studenti, dottorandi e assistenti e per loro divenni una sorta di mascotte o di fratello minore, mi insegnarono moltissimo mentre Marius supervisionava la mia istruzione e la mia crescita. E Venezia… ah la mia Venezia, una città magica, unica al mondo e dove mi sentivo completamente a mio agio quando uscivo.

Imparai in fretta l’italiano mescolando i vari dialetti che udivo ogni giorno a casa di Marius e nessuno trovò mai sbagliato che dormissimo insieme nello stesso letto, non dopo che ebbi compiuto sedici anni e quindi era legale. Eravamo felici, lo eravamo davvero.

Mi portava dovunque, ai ricevimenti di facoltà, alle feste e non si infuriava mai se mi imbucavo alle sue lezioni. Solo… c’era una cosa su cui non siamo mai andati d’accordo.

Credo che dopo qualche mese si sia stancato di me o forse aveva bisogno di altro, so solo che cominciò a dirmi che non aveva problemi nel caso mi fossi guardato altrove, se trovi qualcuno che ti piace puoi andarci, se ti piace uno dei miei colleghi posso organizzare… ma io lo amavo, e lui amava me quindi non c’era nulla di sbagliato, non quando dopo quegli incontri tornavo da lui e dopo aver voluto i dettagli facevamo l’amore tutta la notte, l’amore non deve essere necessariamente facile o lineare.

Inoltre ero io a volerlo, avrei potuto semplicemente dirgli che volevo solamente lui ma non l’ho mai fatto e lui mi ha solo assecondato, capisci, vero? Non avevo ancora dei documenti ma ci eravamo ripromessi con gli altri che una volta terminati gli esami di maturità da privatista avremmo fatto domanda per tutto: carta d’identità, passaporto, patente, tessera sanitaria e persino badge universitario perché allora non vedevo un altro futuro per me se non rimanere accanto a Marius come assistente e forse un giorno ereditare la sua cattedra. Si, non si dovrebbe dire ma l’Italia è questo: terra di santi, navigatori e poeti ma anche di zii, cugini, amici e amici degli amici.

Fu in quegli anni che conobbi la signora Bianca, o la Bella Signora come la chiamavo io.

Bianca Solderini era toscana, fiorentina, di buona famiglia ma ridotta in miseria e a Venezia esercitava l’onorevole lavoro della escort. Ed era bella Bianca, bellissima. Bionda, pelle chiara e occhi vivaci, a vent’anni aveva ristretto la sua clientela a cinque persone e non aveva altri bisogni. Non so come lei e Marius si conoscessero, so solo che lei era una presenza ricorrente in casa, che mi ha insegnato a cucinare, che preparava un ottimo caffè e che cantava, aveva una bella voce quando cantava per me in italiano.

Era una bella vita, felice, senza pensieri e assieme alle persone che più amavo al mondo ma le cose belle finiscono, o almeno per me finiscono sempre.

Si chiamava Santino, era un prete ben introdotto nell’ambiente e non so quando mi vide per la prima volta, so solo che mi vide e gli piacqui.

Non ho mai saputo i dettagli ma aveva un gruppo religioso, o una setta, ben organizzato, al punto che approfittando di una conferenza di Marius a Dresda fecero irruzione e mi rapirono. Non intendo parlarti di quello che è accaduto con Santino, e presumo che tu lo abbia intuito ma posso dirti che trovai confortante la sua religiosità fanatica, era come se… tutto fosse avvenuto per uno scopo ed è un pensiero che conforta se come me non hai mai avuto la possibilità di decidere. Nemmeno in quel caso ottenni dei documenti ma passai comunque le Alpi diretto verso la Francia, a quanto sembra nel giro di poche settimane mi ero dimostrato così zelante e così devoto da poter essere d’esempio al punto che Santino si fidò a lasciarmi partire.

La setta è stato il periodo più oscuro e tranquillo della mia vita, suona paradossale ma è stato così. Sapevo cosa fare, sapevo dove trovare le risposte ed ero bravo a farlo, e avevo smesso di sperare lasciandomi guidare dalla corrente.

E poi la mia vita è di nuovo cambiata.

Si chiama Lestat de Lioncourt, padre marchese e madre italiana, e se per certi aspetti mi ha salvato dall’altro lato mi ha anche tolto ogni certezza che avevo fino a quel momento. Lo avvicinai pensando di reclutarlo e invece distrusse tutto, e in una maniera così definitiva che non saprei nemmeno spiegarti come ci riuscì. L’ho amato per questo, e l’ho odiato con la stessa intensità.

Mi ha aiutato moltissimo, e non solo aiutandomi ad avere dei documenti, il cognome che abbiamo scelto è un omaggio al periodo più felice della mia vita fino ad allora. Avevo ventiquattro anni, forse, completamente incapace sotto certi aspetti al punto che tuttora posso descriverti gran parte dei dipinti del Louvre ma poi per calcolare quando devo spendere al supermercato devo usare la calcolatrice. Oppure che so cucinare un’ottima bistecca alla fiorentina ma non ho idea di come ci si faccia un sandwich, e non sto scherzando.

Lestat e il suo ragazzo di allora, Nicolas de Lenfrent, mi ospitarono a casa loro, mi hanno aiutato con il teatro che abbiamo rilevato tutti e due e dopo un certo evento abbiamo deciso entrambi che era meglio stare separati. Se vuoi saperlo, si, è accaduto, solamente io e Lestat e anche con Nicolas nello stesso momento ma non ha funzionato e funzioniamo meglio come amici che non come amanti; Lestat attualmente vive in Louisiana e da quel che so c’è una nuova persona nella sua vita ma ignoro i dettagli, dopo la morte di Nicolas aveva bisogno di voltare pagina in maniera radicale. David Talbot lo portò a casa Lestat, stava cercando libri di antropologia e psicologia per aiutarmi e David che allora ancora lavorava gli fu d’aiuto, e fu così che studiando il sottoscritto divennero amici. Ci sarebbe una quarta persona coinvolta ma essendo rimasta sempre sullo sfondo non è necessario che ti parli di lei, diciamo solo che anche lei è da qualche parte in questo nostro vasto mondo.

Una bellissima estate, e un anno fantastico, e dopo di quello un lento tentativo di rimettermi in pari con il mondo. Poi la prima volta che sono andato a New York, odio viaggiare su lunghe distanze perché mi torna in mente il mio primo viaggio in assoluto sebbene non ricordi se sia avvenuto via areo o via nave, sono andato a questa mostra grazie ad una lettera di presentazione scrittami da David.

Il resto lo conosci perché lo stiamo vivendo insieme.

 

***

 

Ecco, aveva detto tutto e ora doveva prepararsi.

Sicuramente Daniel non sarebbe voluto rimanere, chi avrebbe scelto di rimanere dopo aver ascoltato la storia della sua vita? Sarebbero tutti scappati a gambe levate o lo avrebbero preso per l’ennesimo caso di cui farsi carico, e dopo una vita passata a dipendere dagli altri voleva essere libero di prendere le proprie decisioni.

Lo avrebbe capito, e glielo avrebbe lasciato fare, non si sarebbe certo umiliato a corrergli dietro pur amandolo, aveva comunque una dignità.

Daniel Molloy invece lo sorprese. Lo fissò negli occhi, aprì la bocca due o tre volte come se cercasse le parole giuste e poi finalmente parlò, lasciandolo senza parole.

<< Mi vuoi sposare? >> e nell’udire quelle parole per poco non ebbe un mancamento. Cazzo!

Notes:

- ed eccoci qui, alla fine ha vinto il 50 e 50
- dopo di questa volevo scrivere un sequel della storia madre, e alcune informazioni vanno tenute a mente
- Saoirse santa subito
- il fatto che sia riuscita ad adattare la storyline di Armand al XX° secolo è qualcosa di oltremodo triste
- a Delhi si parlano 3 lingue oltre all'inglese: hindi, urdu e punjabi nonché bengali, tamil, telugu e marathi, senza informazioni più specifiche ho preferito rimanere sul vago
- Arun è un nome interconfessionale, in uso tra ebrei, musulmani e cristiani, specialmente cattolici. Quindi non è nemmeno un indizio sulla religione tenendo conto del fatto che potrebbe essere stato un nome affibbiatogli nel bordello per comodità, e siccome ancora oggi molti bambini indiani degli strati più bassi non vengono nemmeno registrati all'anagrafe...
- in Italia l'età del consenso è 16 anni, tuttavia come dice David nella storia madre "che un uomo adulto si metta a fare certe schifezze con un ragazzino che ha subito quello che ha subito lui è sbagliato, e immorale"
- Armand sostiene che è stata una scelta deliberata quella di dormire con altre persone, tuttavia Marius lo ha praticamente spinto a farlo, pur "amandolo moltissimo", ho preferito mantenere il tutto volutamente ambiguo fedele all'italico amore per la scala dei grigi
- Bianca sempre cupcake
- ah Santino, oh Santino
- si, Armand ha omesso l'incesto tra Gabrielle e Lestat, pur essendo testimone di prima mano come si scopre nella storia madre, e ha ridimensionato sia Gabrielle che Nicolas
- odio terminare un capitolo senza nemmeno un dialogo, questo è stato un esperimento ma almeno le virgolette una volta dovevo aprirle

Chapter 7: chapter 5

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Quella domanda lo lasciò senza parole.

Sposare. Sposare significava matrimonio e matrimonio significava legame eterno, almeno avrebbe dovuto significare quello. Sposare significava che Daniel Molloy voleva stare con lui, che aveva ascoltato il resoconto della sua vita e non aveva alcuna intenzione di abbandonarlo. E quello non aveva senso.

Lestat potendo scegliere se rimanere con lui dopo quello che era successo aveva preferito cambiare continente, Marius non lo aveva mai cercato e persino Santino aveva preferito allontanarlo piuttosto che tenerlo con sé, perché con Daniel avrebbe dovuto essere diverso?

Non… non poteva avere senso perché se lo avesse avuto la risposta sarebbe stata troppo devastante per lui, e a mettere la testa sotto la sabbia era sempre stato bravo, tutto pur di non dover affrontare la realtà. Amava Daniel, questo era ovvio, e Daniel lo amava ma che il loro amore, o quello che era potesse resistere al suo passato gli sembrava assurdo e impossibile, degno di una fiaba e per lui le fiabe esistevano solo nei libri.

Sicuramente doveva esserci un secondo fine, non c’erano altre spiegazioni. Forse Daniel era malato e quindi voleva sposarlo in articulo mortis, o qualsiasi suo equivalente. O forse credeva che lui volesse la cittadinanza americana… come se effettivamente ci dovesse fare qualcosa quando la cittadinanza francese gli consentiva di fare tutto quel che voleva e avere tutto quel che desiderava.

<< Daniel… io non ho bisogno della cittadinanza, e non voglio trasferirmi >> dichiarò. Per quanto New York fosse una città interessante non aveva alcuna intenzione di viverci in pianta stabile, non quando aveva Parigi e la sua amata Piccardia. E il teatro, non aveva alcun interesse nel rinunciare al teatro e alla compagna, aveva scoperto che fare il direttore artistico gli piaceva ed era anche bravo quando si trattava di salire sul palcoscenico, ovviamente non accadeva spesso ma si divertiva il giusto. Conosceva bene gli altri, non lo avrebbero seguito a New York, non quando si erano costruiti una nicchia di appassionati e non aveva alcuna intenzione di ricominciare da zero.

Certo, dell’arte poteva occuparsi ovunque, forse New York sarebbe stata un ottimo investimento ma non ne aveva punta voglia.

<< E io non ho intenzione di forzarti a fare nulla. Sto per andare in pensione, o vogliono costringermi a farlo e quindi non avrò più alcun bisogno di dover vivere a New York >> fu la risposta. Se Daniel era disposto a trasferirsi la situazione si poteva discutere ma c’era pur sempre la questione della sua famiglia. Daniel non era stato un buon padre a sentir lui ma almeno cercava di essere un buon nonno e non sarebbe stato lui a mettersi tra Daniel e la sua famiglia.

<< E la tua famiglia? Non potrai vederli spesso come adesso e io non voglio mettermi in mezzo >> disse. Aveva visto come a suo tempo si guardassero Marius e Bianca e sebbene allora non gli fosse affatto dispiaciuto mettersi in mezzo e rivendicare il proprio posto col senno di poi era giunto alla conclusione che quello fosse un comportamento accettabile solo in virtù della sua giovane età e di come fosse terrorizzato al pensiero di perdere l’unica persona che era stata gentile con lui.

<< Posso tornare per le feste comandate, mi sento con le ragazze principalmente via telefono. E potrei provare a presentarti, solamente noi quattro in qualche locale di New York >> propose Daniel. Quello si che sarebbe stato divertente, era sicuro che Kate e Lenora lo avrebbero detestato e lui certamente non avrebbe fatto nulla per risultare piacevole ai loro occhi, non quando ciò che più contava per lui era l’approvazione di Daniel.

<< Possibile. Di quanti anni sono più grandi me? >> domandò e Daniel rise, se solo fosse stato tutto così facile.

<< Kate di almeno dieci anni, Lenora cinque o sei ma più che l’età è che non ho mai formalmente frequentato loro nessuna delle mie ex, o dei miei ex. Ci andai molto vicino con Hilde Fries del Die Spiegel ma poi il suo incarico finì, e l’ultima volta che l’ho vista era all’aeroporto di Baghdad l’anno successivo >> spiegò Daniel.

<< Tutto è possibile, sicuro di stare bene? >> domandò, aveva abbastanza cure per i migliori medici e li avrebbe spesi, non aveva alcun problema nel fare il giro dei migliori specialisti.

<< Compatibilmente con l’età e quasi venticinque anni di sobrietà >> rispose Daniel prima che lo baciasse, allora forse anche lui poteva avere un lieto fine. E forse tutto quello che aveva dovuto sopportare, che aveva dovuto affrontare era una sorta di prova, parte di un percorso che lo avrebbe condotto infine da Daniel Mollo, doveva essere così, la sua sofferenza aveva nuovamente un senso e quello poteva gestirlo, poteva affrontarlo.

<< Non hai però risposto alla mia domanda >> gli fece notare Daniel quando si separarono.

<< E sarebbe? >> rispose lui divertito.

<< Mi vuoi sposare? >> ripeté Daniel.

<< Si, ti voglio sposare ma ci saranno delle condizioni >> rispose lui, meglio mettere tutto in chiaro fin dal principio.

<< E sarebbero? >> domandò Daniel.

<< Io non prenderò la cittadinanza americana, e tu non sei obbligato a chiedere quella francese. Separazione dei beni affinché le tue figlie non possano accusarmi di volere solo i soldi. E per ultimo ti chiedo di non indagare sul mio passato >> dichiarò, quella era la prova del nove, se davvero l’altro lo amava avrebbe accettato altrimenti poteva gestire una relazione facendo il boy toy… che poi alla prova dei fatti era lui il più ricco e non aveva bisogno di nessuno che lo mantenesse.

<< Ma non sei più ricco di me? >> disse infatti Daniel, perfetto, assolutamente perfetto.

<< È quello che volevo sentire >> aveva risposto prima di baciarlo.

Non avevano fatto niente ma non ce n’era bisogno. Tutto sarebbe andato bene e finalmente anche lui avrebbe avuto anche un lieto fine, dopo tanto tempo se lo meritava assolutamente. Aveva quindi comunicato la notizia alla compagnia dichiarando però che Daniel non avrebbe avuto alcuna quota del teatro, e Daniel non era lontanamente interessato, e che tutto sarebbe proseguito come sempre.

Avevano deciso di sposarsi a New York, d’altronde dovevano solo andare in un municipio a firmare un foglio, e potevano farlo sia negli Stati Uniti che in Francia grazie alla signora Taubira, almeno a New York ci sarebbe stata la famiglia Molloy, Kate e Lenora permettendo. Avrebbe poi portato il documento in municipio per farlo convalidare e tutto sarebbe finito lì, era sicuro che il signor prefetto non avrebbe fatto troppe domande, inoltre non aveva nulla da nascondere.

Aveva quindi avvisato David, Lestat e la signora Gabrielle che pur trovandosi da qualche parte nella foresta amazzonica aveva risposto che ci sarebbe stata, il tempo di raggiungere Manus e rendersi presentabile. David Talbot si era limitato a rispondere con britannico aplomb mentre Lestat aveva riattaccato salvo poi richiamare cinque minuti dopo per chiedergli se per caso non stesse scherzando. Aveva risposto che lui su certe ose non scherzava e che aveva un mese di tempo per pensare ad un regalo, e avrebbe controllato provenienza e costo.

Questo non voleva dire che quello che avevano dovesse terminare, ovviamente, solo che doveva cercare di convincerlo con le parole giuste, era consapevole dell’effetto che il proprio corpo aveva su uomini e donne, e per quanto ci avesse provato Lestat alla fin fine capitolava, capitolava sempre.

Era una pazzia, o per meglio dire ad occhi esterni sarebbe sembrata una pazzia per tanti motivi ma lui non ne trovava nessuno. Non aveva ancora parlato a Daniel sulla provenienza della sua maggiore fonte di reddito ma Daniel era intelligente ed era sicuro che avesse già una mezza idea, senza contare come si fosse fatto sfuggire che all’occorrenza sapeva essere fisionomista.

Era stata anche l’ultima volta che aveva provato a cercare il coraggio per aprire internet e informarsi su Marius.

Non lo sentiva da anni, l’altro non lo aveva cercato e c’erano momenti in cui si chiedeva se tutto quello non fosse stato solamente un sogno. Forse l’altro era andato avanti, forse lui e Bianca erano finalmente insieme o forse lo stava ancora cercando… sapeva solo che era meglio continuare a vivere sperando che quelle tre ipotesi fossero vere e false nello stesso momento. Era altresì sicuro che gli altri fossero sparsi per l’Europa, erano sempre stati brillanti, con ottimi voti e un’eccellente preparazione, qualsiasi università sarebbe stata fortunata ad averli nel proprio corpo docente ma anche nel loro caso aveva preferito evitare di cercarli.

Questa volta era riuscito a digitare il nome sulla barra di ricerca ma poi si era fermato e non aveva trovato il coraggio di premere il tasto del mouse, aveva anzi chiuso il browser e per poco non aveva staccato la connessione, meglio vivere nell’incertezza che nella delusione. Daniel era un nuovo inizio, Daniel significava davvero lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare da zero, e questa volta sarebbe stato lui a dettare le regole del gioco, non sarebbe stato in balia degli eventi o delle decisioni altrui.

Aveva lasciato fare tutto a Daniel, consapevole che la compagnia aveva già organizzato un ricevimento a Parigi, ed erano giunti alla conclusione che un semplice pranzo in centro sarebbe stato sufficiente in quanto tranne i suoi tre invitati non sarebbero stati in molti: le sue figlie con i mariti, forse, e sicuramente il cugino Patrick Molloy il quale dopo una vita passata in un kibbutz vicino al confine aveva deciso di voler trascorrere la vecchiaia circondato dal caos di New York.

L’idea di cenare con le figlie di Daniel era stato lui a suggerirla, con la speranza che Daniel rifiutasse o trovasse una scusa e invece l’altro non solo aveva accettato ma aveva convinto tutte e due le figlie ad incontrarlo. Non aveva idea di cosa avrebbero parlato, non aveva argomenti di conversazione validi con due persone che avevano avuto un’infanzia normale, e soprattutto era sicuro che le due lo avrebbero subito preso in antipatia e le capiva pure.

Se doveva essere onesto la loro situazione era particolare e ad occhi esterni nessuno dei due ci faceva una bella figura.

Lui aveva circa trent’anni, forse, e non era bianco mentre Daniel il doppio se non di più. Certo, parlava un ottimo inglese con un accento posh che aveva imitato da David Talbot con la differenza che quello di David era autentico mentre il suo era chiaramente una forzatura ad un orecchio attento, e oltre all’inglese parlava anche francese, spagnolo e italiano ma era sicuro che a Kate e Lenora non sarebbe interessato affatto. Consapevole di cosa avrebbero pensato aveva stampato i suoi ultimi estratti conto per dimostrare che non sposava Daniel per i soldi, anzi a voler essere onesti poteva essere il contrario viste e considerate le sue entrate.

<< Vai e siediti, io devo occuparmi di una telefonata >> comunicò a Daniel quando si videro. Solitamente la compagnia andava a letto entro e non oltre la mezzanotte ma quando avevano una replica… c’erano state occasioni in cui avevano fatto l’alba, eppoi dicevano che i teatranti erano noiosi.

<< Chi devi chiamare? >> gli domandò Daniel.

<< La compagnia, le repliche di Gogol li mettono sempre su di giri, l’ultima volta abbiamo rischiato di farci cacciare dal Moulin Rouge e avevamo messo in scena “L’ispettore generale”, non chissà quale commedia divertente >> rispose. Non doveva preoccuparsi ma aveva la sensazione che Santiago stesse cercando di sfidarlo e non poteva permetterlo, assolutamente. Poteva sempre contare sul supporto di Gustave e di Sam, anche se era quasi un anno che non andava a letto con nessuno di loro ma le ragazze… lì era più complicato, lo sapeva, per fortuna Quang obbediva a suo padre e Tuan era facilmente corruttibile.

<< Come desideri, chiedi all’entrata e fai il mio nome >> rispose Daniel prima che lui lo baciasse, ah se solo la sua vita fosse stata davvero così facile pensò prima di cercare il gruppo del teatro, sistemarsi gli auricolari e premere per una chiamata di gruppo, era il momento della sua emicrania mensile ma non sarebbe stato facilmente sconfitto, oh no.

 

***

 

Di scelte impulsive ne aveva fatte tante, ma non quella.

Daniel Molloy ci aveva seriamente pensato ed era giunto alla conclusione che alla fine era la scelta più semplice e più pratica in assoluto. Lui ed Armand si amavano, ormai poteva ammetterlo, stavano bene insieme e ormai conoscevano tutto uno dell’altro, renderlo ufficiale con un timbro era solo una formalità.

Se si fermava a rifletterci non si era mai sposato in maniera tradizionale, fin dal primo matrimonio. Lui ed Alice si erano sposati poco dopo aver passato il confino, il prete era reduce da una sbornia e il loro pranzo di nozze consisteva in due tacos, una bottiglia di vino rosso palesemente annacquato e quattro fette di tre leches. Con Saoirse non era stato meglio, lui era divorziato, la chiesa cattolica proibiva il divorzio e pur potendo avere comunque una sorta di cerimonia non vincolante sua moglie aveva preferito unicamente il matrimonio civile e poi un panino al Central park con Kate che era l’unica tra di loro ad essere vestita con l’abito della domenica.

Per questo riteneva giusto che il suo terzo matrimonio dovesse essere sobrio come i precedenti ed Armand aveva convenuto che aveva ragione. Aveva notato come Armand fosse riservato, il numero di persone di cui si fidava si poteva contare sulle dita di una mano e i membri della compagnia erano colleghi, non amici e sicuramente non aveva intenzione di pagare la loro trasferta a New York, su quello l’altro era stato chiaro.

Avrebbe voluto invitare Stan ma era consapevole di cosa il suo capo avrebbe pensato e soprattutto che non sarebbe riuscito a tenerselo per sé, e soprattutto avrebbe trovato una qualche scusa per pensionarlo, cosa che non poteva permettersi. Poteva lavorare da remoto a Compiègne, anzi il fuso orario poteva essergli d’aiuto tenendo conto di come in Francia non accadesse mai nulla.

Rimaneva quindi la sua famiglia e l’unico che aveva confermato senza alcun problema era suo cugino Patrick Molloy, il primogenito di zio Liam. Patrick era stato il suo cugino preferito quando erano bambini, senza pensarci due volte aveva fatto le valige e seguito subito i genitori in Israele per poi trascorrere i successivi quarant’anni in un kibbutz, si erano rivisti negli anni novanta quando era stato in servizio a Tel Aviv per qualche mese, sua madre avrebbe tanto voluto che visitasse i luoghi santi ma aveva paura di prendere fuoco non appena avesse messo piede in una chiesa, e da lì in poi si erano spesso scritti. Una volta rimasto vedovo Patrick aveva salutato figli e nipoti e si era trasferito a New York, dichiarando che dopo anni trascorsi nella pace del deserto aveva bisogno di un po’ di caos.

In quanto alle ragazze dipendeva tutto da cosa avrebbero detto alla cena dove avrebbe presentato Armand. E conosceva le sue figlie, se Lenora poteva anche abbozzare ed essere felice per lui Kate questa volta non gliel’avrebbe fatta passare liscia. Sua figlia aveva sempre voluto una vita tranquilla, da cui lui ed Alice erano sempre fuggiti e non gli aveva mai perdonato il divorzio da Saoirse, che poi volesse sposare qualcuno di oltre trent’anni più giovane di lui l’avrebbe fatta infuriare, uomo o donna. Motivo per cui si era limitato a lasciarle un messaggio mentre si era presentato a casa di Lenora per parlarle di persona, Lenora fingeva di assecondarlo a differenza di Kate che gli aveva sempre detto dove e come sbagliasse.

<< E come mai vuoi vedere entrambe? Non sarai mica… dammi il numero del tuo medico e ne parliamo >> aveva subito detto sua figlia, possibile che tutti credessero che fosse così fragile?

<< No, non solo malato Lennie, o almeno non credo di esserlo. Voglio solo parlare con te e con tua sorella, offro io >> aveva risposto prima che sua figlia sgranasse gli occhi.

<< Hai conosciuto qualcuno? >> aveva subito domandato sua figlia, percettiva come sempre.

<< Si, ho conosciuto qualcuno, ormai è un anno che io e questa persona stiamo insieme e vorremmo rendere ufficiale la relazione >> aveva ammesso, e con questo il numero di persone statunitensi a conoscenza del suo terzo matrimonio salivano a due.

<< La terza volta è quella buona, no? Sono felice che tu abbia conosciuto qualcuno, il matrimonio mi sembra un po’ affrettato ma considerata la tua età meglio sbrigarsi, di cosa si occupa o è già in pensione? >> aveva chiesto Lenora curiosa.

<< No, è… si occupa di arte, e possiede un teatro ma saprai tutto venerdì >> aveva risposto lui, meglio che Lenora continuasse a credere che sposava qualcuno della sua età e non qualcuno addirittura più piccolo di lei, e se anche non avesse avuto obiezioni ci avrebbe certamente pensato Kate ad averne per due, ne era sicuro.

E così era arrivato a venerdì sera, e quello era un autentico bivio. In altri tempi non gli sarebbe importato ma le sue figlie erano comunque parte della sua vita e voleva che sapessero, che lo approvassero era un altro discorso.

Kate alla fine gli aveva confermato la sua presenza ed era sicuro che fosse stata Lenora ad insistere, fosse dipeso dalla sua primogenita lui poteva anche schiattare all’angolo della strada e lei si sarebbe limitata a gettarlo nell’Hudson, e non le dava torto dato che era stato un pessimo padre. Lui ed Alice erano stati entrambi dei pessimi genitori e Kate ne aveva pagato il prezzo, solo che era più facile prendersela con lui dato che viveva a New York, ma non ancora a lungo, rispetto ad Alice che a quasi settant’anni viaggiava per tutti i cinquanta stati per fare beneficenza e tenere conferenze, come sempre per la sua prima ex moglie era più facile aiutare gli altri che non sé stessa.

Era pronto a rispondere alle obiezioni delle sue figlie, che poi erano le stesse che aveva sollevato l’anno precedente con Armand. La differenza d’età tanto per cominciare, che apriva scenari preoccupanti, potenzialmente problematici avrebbe sicuramente detto Lenora, poi il fatto che Armand evitasse assolutamente di parlare del proprio passato, lui sapeva il motivo ma le ragazze potevano pensare di tutto e per ultimo la cittadinanza.

Armand non era affatto interessato alla cittadinanza americana, e con i tempi che correvano lo capiva pure, ma era anche vero che un numero incredibile di stranieri si sposava per la green card, che all’altro fosse sufficiente la cittadinanza francese poteva apparire sospetto agli occhi delle ragazze, e non solo perché Gerry subito dopo il matrimonio con Kate aveva fatto domanda… perché due figli su tre fossero poi nati su suolo messicano lui non lo capiva.

Poteva essere interessato alla cittadinanza francese? Riconosceva che c’erano dei vantaggi ma poi ci sarebbero state delle domande e non poteva permettere che un’indagine svelasse come i documenti di Armand fossero falsi e che di fatto il suo futuro marito fosse apolide. E già il fatto che nel terzo millennio esistessero ancora degli apolidi era qualcosa di cui discutere, o di cui poteva servirsi per un articolo, una bella inchiesta su un argomento scottante ma allo stesso tempo inoffensivo.

Non aveva scelto chissà quale ristorante ultra costoso o pretenzioso, qualcosa di semplice, prezzi leggermente alti ma non troppo, d’altronde quando era a Compiègne Armand lo aveva portato in tutte le brasserie della cittadina, non che non amasse i locali più eleganti ma giudicava estremamente cafone la ricerca spasmodica di locali alla moda e costosi, un atteggiamento molto europeo aveva notato. Armand era impegnato con la compagnia e lui si era sistemato al bancone del bar e aveva ordinato un cocktail nell’attesa.

<< Non dovresti bere, sei un ex alcolizzato in riabilitazione >> sentì dire e vide Lenora.

Per sua fortuna Lenora aveva preso da lui solamente l’altezza e il colore degli occhi, per il resto era bionda, capelli lisci, pelle chiara e minuta, una versione giovanile di Saoirse. Che poi la sua seconda moglie fosse cintura nera e al poligono di tiro non sbagliasse un colpo mentre Saoirse aveva una mira a dir poco tremenda era secondario.

<< È analcolico >> si difese. Non era vero ma aveva finito e sua figlia non poteva certo saperlo.

<< Come dici tu, papà >> rispose Lenora prima di salutarlo con un bacio sulla guancia.

<< Devi smetterla di credere a certe puttanate Lennie >> sentì dire, Kate.

Catherine Iglesias nata Molloy, o Catalina Molloy de Iglesias sotto El Paso, aveva abbastanza capelli per due teste, quando era bambina pettinarle i capelli era una delle poche attività rilassanti che si concedesse Alice, gli occhi nocciola e la pelle scura, a guardarle nessuno avrebbe mai pensato che lei e Lenora fossero sorelle, o che la metà del loro DNA discendesse da lui.

<< Ti trovo bene anch’io Katie >> rispose prima che Kate gli stringesse la mano, l’ultima volta che si erano abbracciati era stato al suo matrimonio e poi Kate gli aveva categoricamente vietato di abbracciarlo e si era dovuto rassegnare.

<< Sono felice di trovarti in salute Daniel, come mai questa cena? >> domandò sua figlia prima che facesse segno al cameriere di scortarli al loro tavolo, Lenora che sorrideva divertita.

<< Ho delle notizie Kate, e ritengo che tu debba saperle da me >> rispose lui quando si furono seduti.

<< Sei malato? >> chiese Kate, possibile che tutti pensassero a quello si domandò.

<< No, non sono malato ma… ho incontrato una persona e abbiamo deciso di sposarci >> rivelò prima che Lenora lo guardasse ammirata.

<< Una persona… un uomo quindi, hai deciso di rovinare la vita anche al tuo stesso genere >> lo spiazzò Kate. Kate sapeva? Sapeva che gli piacevano anche gli uomini? Era sempre stato discreto, Alice ovviamente sapeva e così Saoirse ma non ne aveva mai davvero parlato con le sue figlie.

<< Sei bisessuale? >> domandò Lenora sorpresa.

<< Tu come lo sai? >> domandò invece lui rispondendo così alla domanda della sua secondogenita.

<< La mamma le ha sempre definite “diversioni matrimoniali”, per le donne parlava di “storielle”, e crescendo mi sono fatta delle domande. E ho avuto al conferma leggendo le tue memorie, l’uomo a cui hai deciso di rovinare la vita mi fa pena ma voglio comunque conoscerlo >> rivelò Kate, almeno aveva letto le sue memorie e quello era un passo avanti pensò Daniel, un passo alla volta come insegnavano agli alcolisti anonimi.

<< Mi avevi detto di esserti rifiutata di leggerle >> disse invece.

<< Il libro lo ha comprato Gerry, e siccome mi ha bersagliato di domande alla fine mi sono decisa a leggerlo, almeno hai ammesso gran parte dei tuoi errori, Daniel >> replicò Kate prima di concentrarsi sul menù.

<< Mi sarebbe piaciuto saperlo, dove vi siete conosciuti? >> domandò Lenora, la quale era da sempre dotata della capacità di farsi scivolare addosso le notizie.

<< Ad una mostra, vive in Francia e ci sarebbe una cosa di cui dobbiamo parlare >> disse lui.

<< È francese? O un americano residente in Francia? E il teatro? Fa il pittore o un critico d’arte? Direi il primo caso perché hai sempre trovato chi scrive d’arte degli incapaci, artisti falliti che si sfogano recensendo il lavoro altrui dicevi quando ero piccola, di sicuro un artista a tutto tondo >> dichiarò Lenora.

<< È un pochettino più complicato di così >> cominciò lui. Si era preparato tutto un discorso ma ovviamente la sua idea andò in fumo nel momento esatto in cui Armand si avvicinò al loro tavolo e Kate alzò gli occhi dal menù con aria palesemente annoiata.

<< Non siamo ancora pronti per ordinare, per il momento può portarci una bottiglia d’acqua, minerale e non di rubinetto, non gassata >> disse sua figlia, quello sarebbe stato difficile da spiegare pensò lui prima che Armand cercasse di non ridacchiare e Lenora sgranasse gli occhi, Lenora era sempre stata percettiva pensò con un certo orgoglio.

<< Come prego? >> le domandò Armand che evidentemente si stava divertendo un mondo mentre Lenora diventava scarlatta e cercava di richiamare l’attenzione della sorella.

<< Una bottiglia d’acqua, non gassata, minerale, ora muoviti >> ripeté Kate con una certa irritazione mentre il rossore di Lenora raggiungeva tonalità di rosso mai viste prima da occhio umano.

<< Lo comunicherò al cameriere non appena arriverà >> rispose Armand prima di sedersi accanto a lui e baciarlo sulla bocca con assoluta naturalezza.

E Kate non urlò solamente perché erano in un luogo pubblico.

Notes:

- ebbene si, il matrimonio si farà
- la legge sul matrimonio omosessuale francese è detta anche legge Taubira dal nome della politica che l'ha patrocinata
- la cena è cominciata in maniera esplosiva
- santa Lenora aiutati tu, esattamente come santa Saoirse
- anche i mariti compariranno, tutto a suo tempo, per il momento sappiamo che Gerry è palesemente un diminutivo di Gerardo e questo è un indizio sul prestavolto
- per quel che riguarda le ragazze... non so perché ma da 2 anni mi fancasto Kate come Ruth Negga, mentre per Lenora Ruth Kearney
- "L'ispettore generale" altrimenti detta "Il revisore" è una commedia degli equivoci ma anche piena di temi politici quindi non esattamente comica

Chapter 8: chapter 6

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Fottuta puttanella intrigante.

Kate Iglesias, nata Molloy era sempre stata sicura di una cosa: lei voleva una vita normale.

Era nata in Messico, aveva trascorso lì gli anni della sua infanzia se di infanzia si poteva parlare e per quanto ne amasse il ricordo era sempre stata consapevole di essere dovuta crescere prima del necessario a causa delle pessime decisioni dei suoi genitori. Daniel ed Alice Molloy potevano anche essere delle grandi persone ma per lei erano stati entrambi dei pessimi genitori.

Erano entrambi due tossici, brillanti nei rispettivi lavori ma in casa i soldi se n’erano sempre andati più per le droghe che non per le necessità più basilari, aveva dimenticato quante volte avesse dovuto fare colazione pranzo e cena con gli stessi cibi perché sua madre giaceva strafatta sul divano e suo padre era chissà dove a rincorrere una notizia. E le altre persone, le altre persone.

Nessuno dei due era mai stato fedele, per casa sua erano passati uomini e donne indifferentemente e se suo padre occupava il letto matrimoniale allora sua madre si sistemava sul divano con la sua conquista del momento. Non aveva mai visto nulla di scandaloso o di pericoloso ma sapeva bene che i suoi genitori preferivano uomini e donne indiscriminatamente, e che non erano nuovi al sesso di gruppo.

Dopo il terremoto mentre sua madre sviluppava una passione per aiutare gli altri suo padre aveva deciso che ne aveva abbastanza del Messico così aveva chiesto il divorzio e l’aveva portata negli Stati Uniti, a New York. Si era disintossicato, la prima grande balla che Daniel Molloy le avesse mai raccontato, e poco dopo le aveva presentato Saoirse. E quanto aveva voluto bene a Saoirse, la seconda moglie di suo padre e la prima figura tranquilla della sua vita.

Saoirse era una poliziotta, Saoirse era buona, comprensiva e le preparava il pranzo da portare a scuola, andava alle recite e le faceva persino suonare la sirena. Quando era nata Lennie si era sentita felice, anche lei poteva avere una famiglia normale, con due genitori che si volevano bene e senza problemi più grandi del decidere dove andare a cena fuori o quale film noleggiare.

Aveva notato che a New York la guardavano tutti, una bambina nera che andava in giro con due bianchi calamitava l’attenzione, dove in Messico nessuno le diceva nulla dato che le coppie miste erano frequenti a New York sembrava una sorta di animale esotico ma era disposta a sopportarlo.

E poi suo padre aveva rovinato tutto.

Kate era sicura che il suo odio nei confronti del padre fosse cominciato proprio in occasione del secondo divorzio. Suo padre aveva distrutto la loro famiglia per un articolo e aveva rischiato di far licenziare Saoirse, non c’era quindi da sorprendersi che lei si fosse decisamente schierata a favore della sua matrigna e avesse chiesto al giudice di poter stare con lei, sua madre non era affidabile dato che sembrava incapace di smettere, in quegli anni Alice era semplicemente passata dal crack alla cocaina che solo ad inizio anni duemila avrebbe sostituito col metadone. Ed era venuto fuori che suo padre non aveva mai smesso di drogarsi, era semplicemente divenuto più bravo a nascondere le dosi.

Era quindi arrivata alla NYU con un solo obbiettivo: trovare un mestiere che le permettesse di guadagnare abbastanza denaro per poter offrire ai suoi figli tutto quello che lei non aveva mai avuto.

Per questo aveva scelto giurisprudenza decidendo che non aveva tempo per fare l’idealista, lei voleva guadagnare migliaia di dollari e basta, l’etica era per i ricchi, o per gli sciocchi.

Aveva così conosciuto Gerardo Maria Luis Nepomuceno de Tods los Santos Iglesias Tapia, proveniente da Aguascaliente, il cui albero genealogico poteva essere tracciato dal momento in cui uno dei suoi antenati aveva messo piede sulla spiaggia di Veracruz assieme a Cortez. Gerardo, che negli Stati Uniti si faceva chiamare Gerry era consapevole di essere un privilegiato e con aristocratico distacco se ne serviva senza sensi di colpa. Gerry era a New York per diventare anche lui avvocato perché la sua famiglia aveva abbastanza soldi per mandarlo, contava di restare negli Stati Uniti perché gli sembrava naturale e trattava tutto come un passatempo. Forse per questo era stata attratta da lui e subito dopo la laurea si erano sposati, suo padre e sua madre avevano avuto da obbiettare ma l’opinione di Alice e Daniel Molloy per Kate non contava. Inoltre Gerry le aveva presentato la sua famiglia, tutte brave persone, unite, coese e senza problemi, un balsamo per lei.

Lavoravano entrambi per un grande studio, lei difendeva chiunque fosse disposto a pagarla e dormiva tranquilla la notte, i suoi tre figli frequentavano scuole private, vestivano i migliori abiti e non avevano preoccupazioni, la vita alto borghese che aveva sempre inseguito.

E poi suo padre le aveva comunicato che voleva sposarsi per la terza volta.

Non aveva problemi col fatto che sposasse un uomo, non lei che all’università aveva anche avuto una storia con una donna e che era sempre stata di mentalità, era la differenza d’età il vero problema oltre al fatto che il suo futuro patrigno nascondesse qualcosa. Lennie era di diverso avviso ma Lennie era troppo ingenua, lo era sempre stata.

<< Di quanti anni è più giovane di tuo padre? >> le domandò Gerry mentre erano a letto, lui impegnato a correggere una deposizione e lei troppo nervosa per dormire.

<< Trenta, quarant’anni… è un ragazzino, parla con un libro stampato ed è… gentile >> rispose lei furiosa. Apparentemente Armand sembrava perfetto ma c’era qualcosa che non la convinceva anche se non sapeva cosa.

<< E adesso la gentilezza è un difetto, Kate? >> le domandò Gerry prima di togliersi gli occhiali curioso.

<< Nel suo caso si, ho cercato di provocarlo per tutta la sera ma niente, mi ha sempre risposto con fredda gentilezza, quel tizio vuole qualcosa e scoprirò cos’è >> dichiarò lei. Non potevano essere i soldi, suo padre non ne aveva mai avuti molti quindi andavano esclusi; restava la cittadinanza e su quello avrebbe fatto le sue ricerche. O forse… no, suo padre era incapace di amare sé stesso, figurarsi amare qualcun altro, doveva esserci un motivo nascosto sotto. E lei non era razzista, nient’affatto, non era assolutamente una faccenda razziale e soprattuto come poteva esserlo se era mixed? Sapeva però che la pelle ambrata di Armand la irritava, così come i suoi occhi, il suo accento posh e… praticamente tutta la sua persona.

<< Hai mai pensato che forse si vogliono davvero bene? >> le chiese Gerry.

<< Un ragazzino di nemmeno trent’anni non può amare un vecchio di quasi settant’anni. O si stanno sfruttando a vicenda o qualcuno si sta approfittando di qualcuno, e il primo qualcuno è sicuramente mio padre >> rispose lei. Era una pazzia, tutto quello era una pazzia e ora volevano anche sposarsi, pazzi.

<< Mai dire mai, non hai detto che non t’interessa l’eredità? Quando è la boda? >> le chiese suo marito.

<< Venerdì, sto pensando di non andare >> disse lei, non voleva assecondare suo padre in quella follia e il solo pensarlo con Armand la irritava profondamente.

<< Io invece voglio andare, chissà com’è suegro joven. Ecco come lo chiamerò: suegro joven! E ora dormi >> le aveva detto Gerry.

E lei ci aveva provato.

Da una parte era sicura che quella fosse solo l’ennesima puttana di suo padre il quale doveva aver pensato che avere un boy toy fosse un ottimo modo di passare la vecchiaia, dall’altro Armand doveva aver sicuramente fatto i suoi conti ed era sicura che avesse manipolato suo padre. Era oggettivamente un uomo bellissimo e che sapeva benissimo quale effetto avesse sulle persone, e doveva aver architettato qualcosa, se lo sentiva fin nelle ossa.

Gerry si era subito procurato uno smoking salvo scoprire che il matrimonio sarebbe stato casual e quindi lo aveva cambiato con un maglione e alcuni jeans dato che era quasi dicembre. E lei aveva continuato ad indagare, Armand de Romanus, mai aveva sentito un nome più pretenzioso. Non c’era niente su di lui e quello l’aveva definitivamente convinta, doveva essere una truffa o chissà cosa ma non era qualcosa di legale.

E poi mercoledì aveva ricevuto una telefonata da parte di Lennie mentre era a lavoro.

<< Josh mi hai detto che gli chiesto di controllare le finanze del nostro nuovo patrigno >> le aveva detto sua sorella dopo i saluti di rito.

<< Io non mi fido Lennie, e prima che questa farsa proceda voglio vederci chiaro >> aveva risposto lei.

<< Katie, capisco che tu non ti fidi e che papà non è un santo ma Armand mi ha chiesto se poteva parlare con me, come in una seduta e io ho accettato >> le aveva detto Lenora, finalmente.

<< Quindi? Vuole i soldi? La cittadinanza? Ha un fetish per i vecchi? >> l’aveva incalzata lei, già sognava il momento in cui avrebbe detto a Gerry “avevo ragione io”.

<< Kate, te lo dico come sorella e come terapeuta: non ti immischiare, quei due si amano. Sembra strano ma è un sentimento genuino e ti proibisco di continuare le tue indagini, se anche la metà quello che mi ha raccontato Armand è vero io ti ordino di smetterla, ne ha passate troppe per meritarsi il tuo astio >> le aveva rivelato Lenora, il tono estremamente serio, clinico e professionale. E per la prima volta in quarant’anni di vita Kate Iglesias nata Molloy era rimasta senza una pronta replica.

Aveva quindi riattaccato e poco dopo aveva avuto una riunione quindi altro a cui pensare. Lenora era psicologa, specializzata in psicologia infantile quindi perché un uomo adulto avrebbe dovuto sentire il bisogno di rivolgersi proprio a lei? E perché Lenora aveva detto si? Sua sorella era buona, generosa e ingenua ma Kate aveva sempre creduto che almeno nel suo lavoro fosse brava e che avesse la tendenza a fidarsi troppo perché credeva che in ognuno ci fosse del bene, come se sotto sotto fosse rimasta ancora una bambina.

Lenora era cresciuta con una madre sana di mente, devota al proprio lavoro e alla propria famiglia, con un padre particolare ma che tutti credevano pulito e tranne qualche pianto non aveva mai mostrato troppa sofferenza per il divorzio. Aveva ritagliato gli articoli che Daniel aveva scritto, comprato i libri, era stata persino lei a proporre che Daniel l’accompagnasse all’altare e seppure in maniera sporadica aveva mantenuto i contatti, d’altronde verso la fine degli anni novanta Daniel Molloy aveva imparato a contenersi, o a fare finta per come la vedeva lei.

Gerry Iglesias considerava suo suocero “un guero molto divertente” ma Gerry considerava tutti gli statunitensi divertenti, quando non direttamente idioti quindi non faceva testo, e sua madre Alice le aveva sempre raccomandato di essere comprensiva. Parole al vento dette da una ex tossica che si sarebbe fatta scopare da un cartello intero per un grammo di coca aveva ribattuto lei, intenzionata a non dimenticare la sua infanzia in Messico.

Alice Molloy era passata dallo sniffare almeno sette strisce di coca di fronte a lei a tenere conferenze su meditazione e auto aiuto per tutti e cinquanta gli stati portando la propria esperienza, lei e Daniel erano del tutto incapaci di moderarsi, o un estremo o l’altro. E anche a causa loro lei aveva sempre cercato di avere una vita normale, anonima e borghese.

E ora ci si metteva tutto quello, quel… odiava dover pensare a quello come un matrimonio, meglio pensarlo come la stipula di un contratto, d’altronde sarebbe avvenuto in municipio, un funzionario avrebbe messo davanti ai loro occhi un documento, suo padre e la sua troia lo avrebbero firmato e dopo di quello sarebbe stato ufficiale, almeno ci avrebbe guadagnato un pranzo gratis si era detta. Se doveva trovare un lato positivo era quello aveva pensato mentre si cambiava nel suo studio, non aveva tempo di tornare a casa e per fortuna aveva abbastanza abiti casual.

<< Potresti almeno provarci >> le disse Gerry mentre erano in taxi.

<< Ti rendi conto che quando tu hai avuto lo scooter Armand poteva seguirti in passeggino? >> replicò lei cercando di contenersi.

<< Sarebbe stato divertente, rilassati, e ricorda nessuna boda es eterna, al massimo tuo padre divorzierà tra qualche mese >> dichiarò suo marito, doveva aggrapparsi a quel pensiero si disse Kate, altrimenti sarebbe impazzita.

 

***

 

Mi sposo venerdì e voglio che tu sia presente.

Quando aveva sentito quelle parole il primo istinto di Lestat de Lioncourt era stato chiudere il telefono e scoppiare in una risata isterica. Non che fosse contrario in principio al fatto che Armand si sposasse, anzi questo significava che l’altro aveva finalmente superato la sua ossessione nei suoi confronti, ma era contrario al fatto che Armand avesse trovato un’altra persona su cui riversare le sue ossessioni, compiangeva il povero martire ma era anche curioso di conoscerlo e di stringergli la mano per congratularsi.

Lui ed Armand avevano un rapporto… complicato.

Erano amici, lui lo aveva salvato e allo stesso tempo non erano amici dato che avevano avuto una relazione quando lui ufficialmente stava ancora con Nicky. E poi lui e Nicky avevano incluso Armand e quando tutto sembrava che si fosse sistemato… era avvenuta quella cosa.

Non ne aveva mai parlato apertamente e non l’avrebbe mai fatto ma era sicuro che i postumi di quella settimana avessero contribuito ad allontanarli, senza contare quell’altra questione. Era stato Armand a consigliargli di far internare Nicky e a distanza di anni era sicuro che fosse stato un inganno per poter eliminare Nicky dall’equazione ma non ne aveva prove, specialmente quando i dottori gli avevano garantito che nel giro di un anno o due Nicky si sarebbe ripreso.

E invece no, Nicky non c’era più e a lui restavano solo l’amarezza e i ricordi. E Armand che fin dalla prima commemorazione gli era letteralmente saltato addosso, e lui quando sentiva il corpo dell’altro diventava debole. Anche per quello era andato negli Stati Uniti e aveva deciso di restarci, e per fortuna aveva trovato la band, e Louis.

I ragazzi della band erano adorabili, non avevano paura della gavetta e lentamente si stavano costruendo un piccolo pubblico, quel genere di successo locale che ti porta ad essere la terza scelta di pub e locali, subito i gruppi famosi a livello regionale e ancora dopo i nomi realmente famosi, e andava bene a tutti loro. Il suo inglese accentato francese a New Orleans non sollevava alcun problema, cercava di toglierselo almeno quando cantava ma Louis sosteneva di adorarlo e qui iniziava e finiva il discorso.

Louis era identico a Nicky e allo stesso tempo ne era l’opposto.

Entrambi erano pessimisti di natura, con la tendenza a riflettere troppo ma dove Nicky si era lasciato vincere dai suoi pensieri peggiori Louis trovava uno stimolo per reagire. Louis era materialista, razionalista ed escluso il suo senso di colpa cattolico era assolutamente perfetto ai suoi occhi.

E poi c’era Claudia, sua figlia.

Inizialmente aveva cercato di impressionarla scoprendo che la bambina era indifferente a grandi regali o ad eccessive manifestazioni di effetto preferendo presenza costante e un impegno duraturo, e quello poteva farlo. Claudia era intelligente, vivace e forse troppo sarcastica per una bambina di undici anni ma sapeva farsi voler bene e quando aveva accettato l’invito di Louis a convivere non aveva fatto grandi scenate, a patto che non cercasse di imporsi e rispettasse i suoi ritmi, e quello poteva farlo.

Non aveva però parlato a Louis di Nicky limitandosi ad accennare che in passato c’era stata una persona importante della sua vita e tantomeno gli aveva parlato di Armand e… di quella cosa. Voleva lasciarsi il passato alle spalle, mettere un oceano di distanza, letterale, tra sé stesso e quello che gli era capitato e se doveva ricominciare meglio farlo libero da sensi di colpa e rimpianti si era detto. Inoltre si vergognava di esserci ricascato e di aver tradito Louis con Armand esattamente come aveva fatto con Nicky, la carna è debole si era detto per tutto il viaggio di ritorno giurando che non ne avrebbe mai parlato con Louis che non se lo meritava, lontano dagli occhi lontano dal cuore dicevano e così avrebbe fatto.

E ora Armand non solo sembrava aver definitivamente voltato pagina ma si sposava, a New York.

Non avendone mai parlato con Louis aveva giudicato che non fosse quello il momento per introdurre il periodo più complicato della sua vita e così gli aveva mentito, di nuovo. Si era inventato di doversi recare a casa, in Francia, per un controllo perché “il vecchio potrebbe morire da un momento all’altro e devo sapere cosa possiamo salvare” e Louis non aveva fatto domande.

Suo padre godeva di una salute di ferro, avrebbe sicuramente seppellito lui ed Augustin e soprattutto non aveva alcuna intenzione di vederlo. Aveva però comprato un volo per Parigi con scalo a new York, da lì con tre ore di treno sarebbe arrivato a Clemont Ferrand, quattro se prendeva il cambio a Lione, aveva rassicurato Louis. E in effetti tornare per uno o due giorni gli avrebbe fatto bene, che poi non avesse alcuna intenzione di tornare a casa era un altro discorso. Lo scalo a New York era stato accuratamente progettato, otto ore di scalo che gli avrebbero permesso di recarsi in municipio, assistere al migliore spettacolo della sua vita e infine un pasto gratis, perfait.

Louis non aveva fatto domande, lo aveva persino accompagnato all’aeroporto e poco prima di salutarlo si era detto che gli avrebbe rivelato tutto… un giorno, prima o poi.

Se solo avesse avuto più tempo per godersi New York si era detto quando era sceso dal taxi, nella hall lo aspettava David Talbot con un cardigan che lo faceva assomigliare ad un professore di Oxford e sorpresa delle sorprese c’era anche sua madre. Tentare di contattare Gabrielle era impossibile, ovunque si trovasse il suo telefono non prendeva mai e a quanto sembrava nelle giugne di tutto il mondo non c’era il wii fii.

<< Qualcuno di voi sa chi è lo sposo? >> domandò, aveva intravisto Armand con un gruppetto di persone e pur sapendo di come entrambi non avessero problemi era cosciente di come Armand fosse maggiormente inclinato nei confronti degli uomini.

<< Io, l’ho conosciuto a Dunkerque e devo dire che si completano a vicenda, una coppia strana ma potrebbero durare più del previsto >> rispose David con un sorriso divertito, e così Armand e la compagnia andavano ancora al carnevale di Dunkerque. Ci era stato una volta con gli altri ma non faceva per lui, ed era da tanto che non si esibiva, forse quando sarebbe andato per la commemorazione poteva chiedere se fossero disposti a farlo esibire con lui.

<< Il tizio che sembra un contabile ebreo? >> domandò sua madre, e in effetti quel tizio sembrava proprio riflettere lo stereotipo.

<< No, e comunque sono tutti irlandesi più un messicano >> rispose David indicando l’altro tizio, un guero discendente dai conquistadores di Cortes senza dubbio pensò lui, quindi il futuro sposo… oh cazzo! Quello si che era un risvolto imprevisto.

<< Stai scherzando? Avrà il doppio della sua età >> disse a bassa voce. Sapeva che Armand non aveva avuto una vita facile, che nonostante i tentativi suoi e di David ancora si rifiutare la verità su colui che definiva “il primo grande amore della mia vita” ma la cosa era preoccupante, o forse si stava facendo troppi castelli in aria.

<< Dai trentasette ai quaranta, so solo che sono una bella coppia e a quanto sembra lo fanno due volte a notte. Se ce la fa a reggere allora non è un nostro problema >> chiosò David con un sorriso sarcastico mentre lui sospirava.

<< Questo matrimonio andrà a puttane >> si limitò a dire lui prima che Armand li vedesse, aveva visto coppie con differenze d’età maggiore si ricordò.

<< Questo matrimonio andrà a puttane >> ripeté sua madre però in italiano. Si stampò in volto un sorriso di circostanza e fu la prima volta in tre anni in cui Armand lo salutò con un bacio sulla guancia e non con uno sulla bocca, finalmente si stavano facendo dei progressi.

<< Onorato di averla qui madame la marquise, la foresta amazzonica le manca? >> domandò Armand a Gabrielle, e così sua madre era stata in Brasile… e perché Armand lo sapeva e lui no?

<< Trovo il mondo civilizzato tedioso e poco stimolante, motivo per cui dopo questo matrimonio prenderò il treno per il Canada dove passerò l’inverno >> rispose sua madre, e prevedibilmente Armand cominciò a fischiettare un motivetto.

<< Io mi chiederò sempre com’è possibile che tu conosca queste canzoni e allo stesso tempo non sia in grado di fare le frazioni >> dichiarò. Molte cose nell’educazione di Armand erano carenti, specialmente nel lato scientifico dove… quella persona non era mai intervenuta e per quanto ci avessero provato tutti e tre per alcune cose era semplicemente troppo tardi. Aveva passato una settimana a cercare di spiegargli come funzionavano le frazioni e aveva rinunciato limitandosi a dirgli che era meglio se si serviva della calcolatrice, e così Armand faceva.

<< Ho un’ottima calcolatrice per quello >> fu infatti la risposta, almeno aveva delle conoscenze di base per quel che riguardava la socialità e da quel che sapeva gli incubi erano diminuiti.

<< Anche quella va bene, io ho ricominciato a studiare matematica quando si trattava di fare l’inventario, e all’epoca era tutto manuale >> si intromise David.

<< E tu passavi una settimana con la calcolatrice a fare l’inventario? >> domandò curioso.

<< Assolutamente no, io andavo a Bahia per una settimana, uno o due privilegi come capo bibliotecario dovevo pur averli, no? >> rispose David sorridendo sornione. Si era dimenticato che David aveva… delle particolarità, recarsi in Brasile almeno una volta l’anno per rimorchiare ragazzi bellissimi, quindi turismo sessuale, era una di queste.

<< Doveroso, piuttosto, come ti senti ad essere nonno senza essere padre? >> domandò rivolgendosi ad Armand.

<< Francamente non saprei, prima dovrei conoscere i nipoti di Daniel, al momento ho incontrato solamente le sue figlie >> gli rispose costui, e c’era qualcosa nello sguardo di Armand che lo inquietò più del solito.

<< Ne accadono di cose strane al mondo >> chiosò sua madre, e su quello aveva ragione pensò Lestat de Lioncourt prima che fosse il loro turno.

Sul momento ci era anche rimasto male che come testimone gli fosse stato preferito David ma doveva riconoscere che David Talbot era indubbiamente più affidabile di lui. Le figlie di Daniel erano state gentili e cortesi ma nulla più, specialmente la maggiore che palesemente odiava tutta quella situazione a differenza del marito che si divertiva un mondo. La coppia felice per fortuna sembrava completamente disinteressata alla faccenda, e si stava rilassando poco dopo aver chiamato un taxi quando Josh, il marito della secondogenita che era si contabile ma non ebreo, domandò da quanto tempo Daniel Molloy ed Armand si conoscessero.

<< Un anno, quando lo sai lo sai inoltre meglio non riflettere su certe questioni >> rispose Molloy, e per poco lui non si strozzò con l’acqua. Un anno fa, era dicembre e quindi significava da novembre dell’anno passato e… cazzo! Cazzo!

A maggio lui ed Armand si erano visti in occasione della commemorazione di Nicolas ed erano andati a letto. Andare a letto era un termine un po’ esagerato dato che Armand lo aveva intercettato nel corridoio del teatro e avevano scopato contro una parete ma al di là di quel tecnicismo erano entrambi impegnati. Ed era sicuro che Armand non ne avesse assolutamente parlato con Daniel oltre a non accennargli affatto al fatto che stava frequentando qualcuno e che quella era una frequentazione seria, chissà cosa si agitava nella testa di quel maledetto gremlin il quale aveva avuto la sfacciataggine di invitarlo al suo matrimonio. E questo significava che forse l’ossessione non gli era passata ma che riusciva a controllarla, e per lui non era affatto un bene, anzi.

Per evitare che tutti lo guardassero fissò il suo cellulare sperando che il taxi arrivasse in tempo, almeno non si era rovinato il pranzo anche se quella rivelazione non gli piaceva per niente.

<< Sicuro che non vuoi rimanere per cena? >> gli domandò Armand in italiano con voce flautata. Si, per scoparlo nei bagni del ristorante prima che l’altro andasse a godersi la sua notte di nozze, ci mancava solo quello pensò Lestat de Lioncourt.

<< Come se avessi accettato, ho un areo tra due ore >> rispose, le ore erano tre ma meglio evitare le tentazioni si disse prima di salutare sua madre e David, alla fine la tribù Molloy era anche interessante… ma continuava comunque ad essere convinto che quel matrimonio sarebbe andato a puttane.

Notes:

- le parti in corsivo sono in italiano
- direi che Kate ha ogni ragione per essere prevenuta, tuttavia sappiamo dalla storia madre che 5 anni dopo lei ed Armand avranno un rapporto cordiale
- il prestavolto di Gerry è ovviamente Luis Gerardo Méndez, uno dei miei attori preferiti assieme a Pacho Herrera e Gael Garcia Bernal
- Lenora santa subito
- avevo avvisato che Lestat sarebbe, forse, comparso ed eccolo qui assieme a Gabrielle
- la canzone che Armand ha fischiettato è "Una Casetta in Canadà", presentata per la prima volta a Sanremo nel '57 eseguita per la prima volta da Gino Latilla, Carla Boni, Duo Fasano... si, credo che sia una coincidenza ma passatemelo come inside joke. Si, la sottoscritta pur sapendo che sia improbabile adorerebbe sentire nella 3x01 Lestat canticchiarla o almeno fischiettarla
- viva gli sposi
- un altro capitolo e poi un epilogo per rimettersi in pari con la storia madre

Chapter 9: chapter 7

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

E anche quella era fatta.

Aveva temuto che Lestat si facesse sfuggire qualcosa ma per fortuna l’altro era stato zitto pur avendo intuito la verità. Nonostante fosse impulsivo, arrogante e generalmente incosciente Lestat de Lioncourt era anche intelligente e doveva essersi fatto due conti deducendo che l’ultima volta che si erano visti a Parigi lui e Daniel Molloy già si frequentavano. E non aveva intenzione di negarlo, quello che aveva con Lestat era completamente diverso da quello che aveva con Daniel e non vedeva alcun motivo perché entrambi i sentimenti non potessero convivere, inoltre Daniel non lo avrebbe mai saputo, ne aveva avuto la conferma quando Lestat aveva capito tutto ma era rimasto in silenzio.

E se Lestat avesse provato a dire qualcosa avrebbe saputo come silenziarlo. Non c’è nulla al mondo più prezioso di un segreto, e lui ne aveva uno capace di distruggere la fragile esistenza del biondo in pochi secondi, e non aveva paura di servirsene se fosse stato messo alle strette.

Lui li aveva visti, era forse la scena più eroticamente depravata che avesse visto ma li aveva visti, e se qualcuno avesse provato a dire qualcosa lui lo avrebbe detto, incurante della devastazione che si sarebbe lasciato dietro. Non era avvenuto ma era sicuro che prima o poi se ne sarebbe servito.

Ci avrebbe pensato dopo, adesso aveva altre priorità, farsi scopare tanto per dirne una.

In municipio era tutto finito in cinque minuti, il tempo di ascoltare la ripetizione degli articoli riguardanti il matrimonio, firmare il certificato e il bacio di rito, il pranzo era stato divertente ed era sicuro di aver capito perché Daniel volesse trasferirsi in Francia. Lenora era anche disposta ad accettare la situazione, specialmente dopo che avevano avuto una sessione di prova in cui le aveva raccontato parti del suo passato. Sapeva di averla manipolata raccontandole tutto ma non se ne pentiva, doveva capire per quale motivo si fosse aggrappato a Daniel e a tutto ciò che significava per lui, e per fortuna Lenora aveva capito.

Kate era una causa persa, confidava di riuscire ad arrivare ad un rapporto cordiale nel corso degli anni grazie anche a Gerry, aveva provato a chiamarlo Gerardo ma l’altro gli aveva subito detto che non solo preferiva la versione inglese del proprio nome ma anche quel diminutivo; ma per il momento non doveva mostrarsi troppo insistente. Per qualche strano motivo entrambi i generi di Daniel non avevano alcun problema per lui e quella era un’opportunità da sfruttare Gerry e Josh potevano essere una corsia preferenziale per risultare gradito a Lenora ma soprattutto a Kate.

<< E ora? >> domandò a Daniel, non avevano realmente pensato ad una luna di miele ma volendo potevano organizzarsi, era anche vero che non erano affatto una coppia tradizionale e quindi potevano farne a meno ma voleva sentire il parere dell’altro.

<< Ora scopiamo, poi ci facciamo una bella dormita e poi prendiamo l’aereo per Parigi >> rispose prosaicamente Daniel.

<< Tra due settimane sarà Natale, vuoi che torniamo per stare con la tua famiglia o partiamo tra due settimane? >> domandò curioso. Quando viveva a Venezia entro il venti erano rimasti solamente lui e Marius dato che gli altri tornavano dalle rispettive famiglie sparse per l’Italia, e quanto amava quei giorni. Si divertivano, ridevano, Marius gli leggeva Christmas Carol in inglese e guardavano in tv Natale a Casa Cupiello la sera della vigilia. Non aveva mai visto la neve tranne in un’unica fantastica occasione, sulla laguna raramente nevicava e Marius pur essendo romano di origine non aveva mai trovato alcun motivo valido per ritornare, e alla fine a lui andava bene così. Il giorno di Natale arrivava la signora Bianca e pranzavano tutti e tre insieme, un pasto da re aveva pensato più di una volta di fronte a tutto quel ben di dio, poi il pomeriggio a giocare a carte con la signora Bianca che gli aveva insegnato le regole della scopa, del burraco e della scala quaranta, e soprattutto la notte lui e Marius si addormentavano abbracciati, che bei ricordi erano quelli, quanto gli erano serviti durante i primi anni a Parigi.

<< Non che mi importi poi tanto, Kate e Gerry vanno in Messico dai genitori di lui, Lenora ogni anno non sa mai se invitare me oppure sua madre e il suo nuovo marito, almeno così la tolgo dall’imbarazzo >> spiegò Daniel prima di abbracciarlo.

<< Parigi con la neve ti piacerà, inoltre il ventisette la compagnia va al parc Asterix, ormai è una tradizione >> disse lui. Aveva visto i film a Venezia principalmente perché Riccardo aveva una cotta per la signora Bellucci, cotta di cui non si era mai vergognato, e una volta a Parigi aveva letto i fumetti, non erano il suo genere ma lo facevano ridere con poco. Secondo gran parte della compagnia Disneyland era fin troppo frequentato e fin troppo americano, motivo per cui quando bisognava organizzare le uscite di gruppo, il meno possibile per sua fortuna, si puntava sempre sul parc Asterix.

<< Asterix? I film? >> domandò Daniel, meravigliosamente americano.

<< Quante cose devo ancora insegnarti >> rispose lui prima di baciarlo. Si erano baciati infinite volte eppure quel bacio fu diverso, speciale. Erano ufficialmente sposati, per la legge erano ufficialmente una coppia, alla loro relazione era stato messo un timbro che la rendeva legale e lui... lui esisteva. Ufficialmente per la legge statunitense lui aveva un documento autentico, era ufficialmente Armand de Romanus, coniugato con Daniel Molloy e… quello era vero, forse il primo vero documento della sua vita.

Daniel ricambiò il bacio prima che cominciassero a spogliarsi con gesti lenti e misurati, avevano tutto il tempo del mondo e… era perfettamente legale, stranamente rispettabile e quel concetto solo era sufficiente a farlo eccitare.

Finirono a letto con una spontaneità rara e aprì appena le gambe, tutto sarebbe stato perfetto, avrebbe avuto il suo lieto fine e non avrebbe permesso a niente e a nessuno di portarglielo via. Cercò con la mano dentro il cassetto alla ricerca del lubrificante, non avevano più bisogno del preservativo e… era sicuro che Lestat fosse sano ma non doveva pensarci, non mentre sentiva le mani di Daniel che lo accarezzavano. Intuiva che l’altro avesse creduto che l’età fosse uno svantaggio ma per come la vedeva lui non lo era affatto, maggiore età significava maggiore esperienza, maggiore abilità e maggiore resistenza, che importava farlo tre volte a notte se una sola era assolutamente soddisfacente?

Si morse appena le labbra mentre sentiva le dita dell’altro prepararlo, in parte era geloso dei precedenti amanti di Daniel, e delle due ex mogli, ma era anche vero che era grazie a lui se Daniel sapeva perfettamente come farlo godere e… come si diceva, gelosia riconoscente?

Non voleva pensarci, non in quel momento, in quel momento doveva pensare solo a Daniel, i suoi occhi, le sue mani, il suo corpo, lo trovava bellissimo e non aveva mai condiviso i dubbi e le indecisioni dell’altro. E quando sentì l’altro cominciare a farsi strada dentro di lui non riuscì a fare altro che gettare la testa indietro e gemere, era tutto perfetto.

Rimasero per un istante a guardarsi, poi portò la sua mano sulla guancia di Daniel sapendo che l’altro aspettava solo un segno da lui.

<< Non mi rompo mica? Non… non sono di vetro >> disse con voce rotta prima che Daniel ridacchiasse divertito.

<< No, tu sei di acciaio, resisti a tutto e ti adatti, sei straordinario e per questo ti amo >> replicò Daniel prima che lo baciasse, quello che Lestat e David Talbot avevano sempre visto come un difetto ossia la sua abilità nell’adattarsi e sopportare per Daniel era un pregio, e non c’era cosa migliore che l’altro potesse dire pensò prima che Daniel cominciasse a spingersi lentamente dentro di lui, sapeva esattamente come muoversi e cosa gli piacesse.

<< Solo… solo il cielo sa quanto ti amo >> replicò lui prima di portare le mani sulla schiena di Daniel tracciando linee invisibili, Daniel aveva visto oltre i suoi traumi, oltre le sue mancanze e lo amava lo stesso, non era fuggito come Lestat o aveva cercato di modellarlo come Marius, lo amava per quello che era pur sapendo tutto di lui, e quello gli bastava, quell’amore incondizionato gli sarebbe bastato per tutta la vita, ne era sicuro. E lui aveva fatto lo stesso, la differenza d’età, il passato di Daniel e le sue dipendenze, scompariva tutto di fronte alla persona meravigliosa che era Daniel Molloy e che lui amava come mai aveva amato in vita sua.

Continuarono a baciarsi mentre Daniel lo possedeva lentamente, prendendosi tutto il tempo del mondo facendolo lentamente impazzire, assolutamente perfetto si disse mentre portava le sue gambe attorno ai fianchi dell’altro come per imprigionarlo, Daniel non doveva andarsene, non poteva, non lo avrebbe assolutamente permesso, e poi sentì una mano dell’altro sulla sua erezione, quello era un colpo basso.

<< No… no così… no, solo… no >> disse sperando che l’altro capisse, e infatti Daniel tolse la mano. non che gli dispiacesse che l’altro lo masturbasse in quei momenti ma quella notte voleva venire solo grazie al sesso di Daniel dentro di sé, non chiedeva altro, non voleva altro in quel momento, nemmeno della mano dell’altro, solamente quel pezzo di carne bollente dentro di sé che lo possedeva lentamente e inesorabilmente

<< Sei tremendo… ma ti accontenterò… solo per questa notte >> gli disse Daniel di rimando e lui rise poco prima che l’altro cominciasse a baciarlo ovunque lasciandolo libero di gemere il suo nome. Non sarebbe durato a lungo, e nemmeno lo voleva, voleva solo che tutto quello non finisse mai.

Daniel sapeva esattamente dove toccarlo, per quanto tempo e il suo sesso dentro di sé gli stava regalando il paradiso, quello non poteva essere altro che non il paradiso pensò. No, è questo il paradiso pensò un istante prima di venire, le labbra di Daniel premute contro le proprie e lui che gemeva. Subì le ultime spinte dell’altro come se stesse sognando, la sua mente in uno stato estatico che raramente aveva sperimentato e il corpo completamente rilassato, invitante e aperto, tutto per Daniel. Lui era suo nella sua forma più pura, suo da baciare, suo da abbracciare, suo da amare, suo da possedere, suo per sempre, suo.

Non si dissero niente mentre riposavano uno accanto all’altro e sentiva i loro respiri regolarizzarsi, aveva la sensazione che qualsiasi frase li avrebbe fatti uscire da quello stato di perfetta unione in cui si trovavano, un’intima più profonda persino del sesso in sé.

<< Vuoi fumare? >> gli domandò Daniel riportandolo alla realtà.

<< Credevo odiassi il fumo >> rispose lui, aveva voglia di fumare, la sigaretta del dopo lo chiamava ma sapeva che era meglio non fumare accanto a Daniel, pur non avendo mai fumato tabacco era meglio non provocarlo, Daniel era pur sempre un ex alcolista e un ex tossicodipendente, sobrio da trent’anni ma meglio non rischiare comunque.

<< Non m’importa, se vuoi fumare fallo subito, ammiro che tu sia passato da tre pacchetti a settimana a due >> gli rispose suo marito, che strano chiamarlo così, e fu tentato di baciarlo. Aveva ridotto il numero di sigarette ma perché ultimamente era più rilassato e se tutto andava bene entro l’anno sarebbe riuscito a neutralizzare Santiago ridimensionando le sue pretese.

<< Si fa quel che si può >> rispose lui prima che fosse Daniel a baciarlo.

<< A me va bene tutto, e se mi dai dieci minuti, o venti, possiamo anche azzardare un secondo round >> dichiarò Daniel quando si separarono, e quella si che era una prospettiva oltremodo invitante pensò lui. A lui andava bene anche una volta ma non era certo contrario ad una seconda, era la sua notte di nozze, meritava il meglio, anzi entrambi meritavano il meglio quella notte.

<< Anche trenta amore mio, tutto il tempo che ci vuole >> rispose prima di baciare Daniel con trasporto, tutto sarebbe andato bene, sarebbero stati felici, sarebbero stati insieme e non chiedeva altro, non aveva bisogno di altro.

 

***

 

Nessuno dei suoi matrimoni era mai stato ordinario, e Daniel Molloy non capiva perché dovesse cominciare proprio ora.

Aveva sposato, nell’ordine, una pasionaria senza speranza che aveva bisogno di investire pesantemente in qualcosa per potersi sentire viva, una maniaca delle regole e infine un sopravvissuto alla schiavitù sessuale, e forse era messo peggio di tutti e tre.

Armand di sicuro viveva facendosi scivolare tutto e aveva una capacità di adattamento eccezionale, qualcosa che gli invidiava e che lo rendeva sicuro del fatto che suo marito sarebbe stato assolutamente capace di sopravvivere a tutto senza riportarne danni visibili. Era sopravvissuto alle sue figlie e quello non era poco, e non aveva avuto alcuna obiezione sul fatto che lui volesse lasciare New York il prima possibile, d’altronde non ricordando la sua famiglia e non avendone poi avuta nessuna Armand non era molto incline ad accettare quel concetto.

Avevano visto film e serie tv su nuclei familiari ma Armand li guardava con una certa attenzione medica simile a quella di chi guarda i documentari sulla natura alla ricerca di grandi verità. Aveva si un gruppo di persone fidate ma era palese che non fossero un surrogato della famiglia, e a lui andava bene così. Con i suoi genitori aveva avuto un pessimo rapporto, dei cugini l’unico con cui era in contatto era Patrick e il rapporto con Kate e Lenora era debole, molto debole, anche lui non era esattamente una persona che credesse nel sacro valore della famiglia. Per fortuna le sue famiglie avevano le famiglie dei loro mariti a cui appoggiarsi, specialmente Kate dato che Gerry veniva da una famiglia numerosa e affiatata e sua figlia aveva bisogno di quel genere di stabilità, lo sesso che lui ed Alice non erano mai stati in grado di darle.

Alla fin fine stavano bene, loro due a Compiègne, Piccardia, quasi in isolamento. Armand tre volte a settimana andava a Parigi per incontrarsi con la compagnia, lui e Stan erano giunti alla conclusione che in attesa della pensione poteva lavorare da remoto, d’altronde sembrava che in Francia non accadesse nulla di così rilevante e quindi poteva occuparsi delle sue amate inchieste e migliorare il francese.

Aveva vissuto in Francia ma erano gli anni settanta, lui ed Alice erano strafatti e ricordava molto poco di quel periodo, tantomeno la lingua. Armand gli aveva comunicato che non aveva alcun problema nel fare tutto lui o comunque aiutarlo ma gli aveva garantito che era qualcosa di cui doveva occuparsi da solo, anche per orgoglio personale; e tenere allenata la mente non gli avrebbe certo fatto male.

Avevano trascorso il natale da soli, una bottiglia di champagne, un piatto di lasagne cadauno e un ottimo pomeriggio a letto intenti in quelli che la generazione dei suoi genitori chiamava “divertimenti da scolaretti” ossia strusciamenti e lavoretti di mano, un natale assolutamente riuscito. E poi quanto entrambi non ce l’avevano più fatta a resistere e quello non era più stato abbastanza… che fantastica scopata.

La sera di capodanno aveva chiamato le ragazze a mezzanotte ricordando loro del fuso orario e poi si erano goduti i fuochi artificiali dal balcone. Avrebbero potuto andare fino a Parigi, aveva scoperto che a suo tempo Armand e Lestat avevano diviso un appartamento assieme al defunto partner del biondo ma sembrava che l’altro non ne avesse buoni ricordi e quindi meglio evitare. David Talbot si era limitato a dire che i giovani amavano intensamente, vivevano intensamente e poi quando si facevano male dovevano esternare il proprio dolore, che voleva dire tutto e niente, e non era francamente interessato a conversare con Lestat de Lioncourt o con sua madre Gabrielle. Una donna notevole, senza dubbio ma anche stranamente glaciale, c’era qualcosa nella signora marchese che allontanava le persone aveva notato.

<< Buon duemilaventi >> disse dopo il bacio di rito.

<< Buon duemilaventi >> rispose Armand con un sorriso, com’era possibile che apparisse ogni giorno più bello?

Daniel Molloy era sicuro che molti lo avrebbero considerato fortunato per avere un partner di diversi anni più giovane, incredibilmente bello e che lo amava ma lui si considerava fortunato perché dopo due matrimoni falliti e una vita passata ad assecondare i propri vizi e le proprie ambizioni aveva trovato qualcuno che non affatto intenzionato a cambiarlo ma che lo amava proprio per quello che era. E sapeva bene che non era poco.

<< Propositi per l’anno nuovo? >> domandò curioso.

<< Imparare una nuova lingua, sperare nel ritorno del gollismo e provare a mettere in scena un musical. E amarti ogni singolo giorno della mia vita, sempre che tu me lo permetta >> rispose Armand prima che lui gli sfiorasse il volto con le dita, quanto era bello, sembrava uscito da una fiaba delle mille e una notte pensò Daniel.

<< Tu sei gollista? >> chiese, quello si che era strano. Sapeva a grandi linee cosa fosse il gollismo ma era sempre stato sicuro che fosse appannaggio dei suoi coetanei, non dei giovani della stessa età di Armand.

<< Da anni, trovo il gollismo un sistema di pensiero che mi si confà particolarmente >> gli spiegò Armand, sempre pieno di sorprese suo marito si disse Daniel.

<< Perché ho la sensazione che mentalmente tu sia più vecchio di me? >> domandò prima di attirarlo a sé. In parte conosceva già la risposta ossia che tutto quello che aveva subito Armand aveva contribuito a farlo maturare prima e quindi pur non avendo ancora trent’anni era già disincantato come un settantenne, e temeva il giorno in cui l’altro sarebbe giunto alla sua stessa conclusione.

<< Un’istruzione sbilanciata e un background non facile, ma a tutto c’è rimedio >> rispose Armand prima di baciarlo, se tutto fosse stato davvero così facile.

In attesa del primo spettacolo di gennaio erano andati a Versailles e doveva ammettere che la reggia in inverno era veramente fantastica. Certo, le fontane erano inattive, faceva freddo e c’era ghiaccio ma i giardini parzialmente coperti dalla neve erano uno spettacolo, un racconto d’inverno aveva pensato.

Contravvenendo alle sue regole Armand aveva preso l’auto, vietandogli assolutamente di utilizzarla perché era con cambio manuale e lui era abituato solo al cambio automatico in vigore negli Stati Uniti e su quello aveva ragione. Sono stati gli altri, gli assistenti di Marius ad insegnarmi a guidare, andavamo sulla terraferma e pazientemente domenica dopo domenica mi hanno insegnato gli aveva spiegato Armand, e Daniel custodiva con cura quei resoconti di un passato che doveva essere ristoratore per l’altro, tra l’abuso subito nel bordello e quello subito dalla setta. Era sicuro che anche nel rapporto con quel Marius ci fosse qualcosa che non andava ma non sapeva come introdurre l’argomento, a sentire Armand era stato un grande amore, il primo grande amore della sua vita ma c’era comunque qualcosa che gli suonava strano, come una nota stonata, delle righe sbagliate, qualcosa che non era come sembrava ma non sapeva ancora cosa.

Non doveva pensarci, non ancora almeno e intuiva che non doveva contestare i ricordi di Armand dato che la psiche dell’altro non poteva prenderla bene. Lenora aveva accettato di averlo come paziente e i due si sentivano una volta a settimana, per fortuna il fuso orario era di sole sei ore si era detto, e sua figlia ovviamente non gli aveva rivelato nulla, segreto deontologico papà si era limitata a dire.

Era sicuro che prima o poi ne avrebbero parlato ma non voleva far precipitare le cose, non con Stan che gli aveva chiesto se poteva scrivere nuovamente le sue memorie, a sentire lui il suo terzo matrimonio meritava da solo un libro ma aveva decisamente rifiutato. Armand proteggeva con forza la sua privacy, gran parte dei documenti che possedeva erano falsi, o per meglio dire le premesse erano false ed era meglio così gli era stato spiegato.

Avevo un altro nome una volta, anzi due. Mi chiamavano Arun ma non ricordi chi fosse a chiamarmi così, se i miei genitori o le persone in quel posto, ricordo solo che alzavo la testa quando sentivo quel nome. Poi ne ho avuto un altro, datomi da Marius e che ho custodito nel mio cuore per anni, un nome è qualcosa di potente e chi meglio di me che ne ho avuti ben tre può dirlo? È stato Santino a darmi questo nome, il mio secondo nome non gli piaceva, e pensare che era un prete.

E preso dalla curiosità aveva provato a cercare anche quel Santino ma non aveva abbastanza informazioni e di preti con quel nome ce n’erano tanti inoltre lui non parlava l’italiano e quindi aveva dovuto interrompere la sua ricerca.

<< E ora? >> gli aveva domandato Armand, le notizie dalla Cina le aveva lette anche lui ma non gli sembravano così grave, e non era la prima volta che in Cina si sviluppava una malattia che poi il governo riusciva a contenere.

<< Ora niente, non ho stima del governo cinese ma sarà come per l’influenza aviaria di quasi vent’anni fa. Doveva essere una pandemia globale e invece tranne rari casi la malattia non è riuscita a fare il salto dagli animali agli esseri umani e in quel caso era incredibilmente debole >> aveva detto lui. Aveva uno o due contatti a Pechino compresa la sua ex Peggy Ling che forse era ancora disposta a parlare con lui a distanza di tanti anni, poteva sempre provare.

<< Me lo ricordo, ne parlarono tutti i giornali, le tv non facevano altro che riproporre il tema e per mesi evitammo di mangiare pollame ma poi è finito senza conseguenze >> aveva risposto Armand, quindi per allora era già a Venezia, utile a sapersi.

<< Sembra che questo virus abbia fatto il salto da animale ad umano rimanendo quasi inalterato ma tempo qualche settimana e finirà tutto, e si parlerà di altro >> aveva replicato lui pragmatico, non era nemmeno una notizia da seconda pagina per come la vedeva lui.

<< Dobbiamo tornare a New York per novembre in maniera tale che tu possa votare? >> gli aveva domandato Armand, il quale tranne alcune preferenze di carattere filosofico era apolitico e indifferente alla classe politica in generale.

<< Voto per corrispondenza, saranno dodici anni che non lo faccio ma dovrei avere i moduli >> aveva risposto lui. Potevano sempre tornare a New York ma non certo per votare. Aveva deciso di vendere l’appartamento, lui ormai viveva da tutt’altra parte e non aveva alcun interesse a tenerlo, Armand gli aveva fatto notare che poteva sempre servire ma aveva ribattuto che in caso si sarebbero fatti ospitare da Kate o Lenora. Certo, nessuna delle sue figlie sarebbe stata felice di averlo come ospite ma Alice era sempre in viaggio e non voleva imporre la sua presenza a Saoirse, Lenora aveva avvisato sua madre del suo secondo matrimonio e come previsto Saoirse aveva avuto dei dubbi, che poi avesse dovuto chiamarlo alle due del mattino, ora europea, per esprimere suddetti dubbi era qualcosa a cui non voleva affatto pensare.

<< Se a te va bene, sicuro quindi di voler vendere la casa a New York? >> domandò Armand.

<< Assolutamente, possiamo sempre andare in albergo >> propose, e non era una cattiva soluzione, così non avrebbero dovuto preoccuparsi di non fare rumore, anche perché Armand… in quei momenti era discretamente vocale e lui si era ormai abituato a certi suoni, inutile negarlo.

<< Se a te va bene, abbiamo tempo per pensarci >> rispose Armand prima di baciarlo. A Compiègne non c’era molto da fare ma quella vita tranquilla gli piaceva, e quando sarebbe stato più caldo aveva in mente diverse passeggiate nella vicina foresta, quel posto lo calmava inoltre… si poteva fare, si poteva fare, perché no?

<< Non cambio idea ma hai ragione, abbiamo tutto il tempo del mondo >> replicò Daniel Molloy quando si separarono.

Erano felici, erano legalmente sposati, i rispettivi lavori proseguivano bene, non avevano preoccupazioni o scadenze di cui occuparsi, cosa poteva mai accadere di così devastante da mettere in crisi i loro progetti, i quali progetti erano a breve raggio tra l’altro?

Notes:

- ultimo capitolo prima dell'epilogo
- 2020, e non aggiungo altro
- i francesi preferiscono il parc Asterix ad Eurodisney, visto come qualcosa ad uso e consumo dei turisti, inoltre il parc Asterix è più economico
- i fumetti di Asterix non sono noti negli USA come in Europa, con mia grande sorpresa
- non so perché ma ho sempre avuto l'impressione che Armand sia gollista, o quantomeno sia moderatamente conservatore

Chapter 10: Epilogue

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Ammetteva di essersi sbagliato.

Daniel Molloy aveva sottovalutato quella nuova malattia, per fortuna il covid aveva avuto uno scarso impatto nelle loro vite. Lui già lavorava da remoto quindi quello non era cambiato, e Armand aveva comunque istituto che si proseguisse con le prove in maniera tale da poter ricominciare con la stagione il prima possibile. Questo significava che tutto doveva essere fatto online tramite zoom e Daniel aveva scoperto a sue spese che tra dei teatranti e dei bambini dell’asilo c’era poca differenza, entrambi erano isterici, portati al dramma e ai litigi.

Aveva anche notato un altro aspetto di suo marito di cui entrambi non avevano parlato. Armand non si arrabbiava come le persone normali, non gridava o urlava, semplicemente il suo tono diveniva sempre più cortese e impersonale, quando arrivava a quello che Daniel definiva “livello robot” allora voleva dire che era davvero incazzato, e solitamente in quei momenti si intrometteva e spegneva l’i-pad per evitare danni peggiori. Aveva l’impressione che fosse una conseguenza degli anni passati in quel posto, che ormai era evidente fosse un bordello, dove sicuramente le urla e i pianti da parte dei più giovani venivano severamente puniti.

Si era quindi detto che doveva insegnargli a non reprimersi ma era anche consapevole che potevano volerci anni, e secondo Lenora stavano comunque facendo dei progressi. Escluse le prove via zoom alla fine quel periodo di quarantena era trascorso in maniera relativamente tranquilla. L’hotel particulier, come si ostinava a definirlo Armand, aveva un giardino e si trovava abbastanza vicino alla foresta di Compiègne, e avevano abbastanza tempo libero per poter fare tutto quello che volevano. Scopare, ovviamente, dato che grazie al suo terzo matrimonio stava vivendo una seconda gioventù, e ovviamente dedicarsi ad apprendere una nuova lingua o quantomeno ascoltare Armand che ci provava, con ottimi risultati.

Lenora preoccupata chiamava ogni giorno per informarsi e cosa strana persino Kate li aveva contattati, nel suo caso una volta a settimana ma visti e considerati i rapporti tra lui e sua figlia quello era un grande risultato. E ammetteva di aver cominciato a notare i primi sintomi proprio in quelle settimane.

All’inizio era stato solamente un piccolo tremore, qualcosa che poteva nascondere e aveva pensato alla stanchezza e allo stress ma poi più le misure si allentavano e meno i sintomi svanivano e aveva cominciato a preoccuparsi. Armand non se n’era accorto per quasi due mesi ma quando se n’era reso conto e aveva scoperto che lui lo sapeva… il “livello robot” aveva raggiunti nuovi limiti sicuramente non previsti dalla natura umana.

Era sicuro che tutto si potesse gestire con un po’ di calma e forse attività fisica ma Armand non aveva voluto sentire ragioni e lo aveva letteralmente trascinato all’ospedale per un controllo ricordandogli che pur non essendo gratuita la sanità francese era oltremodo abbordabile.

Era sicuro che prima o poi il suo corpo gli avrebbe presentato il conto per una vita di eccessi e infatti così era stato: Parkinson.

Era disposto ad accettare la situazione, a differenza di Armand che aveva chiesto un secondo parere e giurato che non appena fosse stato possibile lo avrebbe portato da un altro dottore, in Svizzera, Stati Uniti, Israele, ovunque.

<< Di qualcosa bisogna pur morire, e sapevamo che sarei morto prima io >> aveva cercato di razionalizzare. Avrebbe preferito trascorrere gli ultimi anni in salute ma con le medicine giuste e con un buon trattamento poteva rallentare la malattia.

<< Ma non così, potevamo avere vent’anni di pace e tranquillità, e non te lo meriti >> era stata la pronta risposta di Armand. Non aveva combattuto per poter avere la propria felicità solo per vedersela strappare via come se niente fosse… non l’avrebbe permesso, non se lo meritava.

<< Me lo merito eccome, sono stato un pessimo marito e un pessimo padre, e credo che tu sia l’unica persona in grado di poter parlare bene di me >> era stata la risposta di Daniel, e no, non serviva a calmarlo. Armand si era quindi informato sull’argomento, tra testi medici ed internet e poi aveva preso il controllo, occupandosi delle dosi dei vari farmaci e di aiutarlo con degli esercizi, era proprio vero che trovare qualcosa di cui occuparsi lo aiutava.

Daniel Molloy era però deciso a non trasformarsi in un invalido, non lui e non ora, e soprattutto non voleva essere di peso. Armand aveva appena compiuto trent’anni, aveva una vita intera da vivere e dopo tutto quello che aveva passato meritava pace e tranquillità, non di dovergli fare da infermiere, ma l’altro si era rifiutato categoricamente di parlare di divorzio o di altre soluzioni, lui sarebbe rimasto e sarebbe rimasto perché lo voleva, punto.

E per fortuna la malattia aveva un decorso straordinariamente lento.

Il tremore alle mani era sempre presente ma riusciva a mascherarlo e quando non ci riusciva Armand interveniva con discrezione ed efficienza. Se erano in pubblico gli prendeva la mano mentre a casa gli bastava uno sguardo per capire cosa dovesse fare per poi subentrare al posto suo, ed era diventato bravissimo nell’allacciargli i bottoni della camicia a tempo record la mattina, e il sesso non aveva riscontrato alcun problema di sorta. Approfittando della vicina foresta facevano frequenti camminate e quando per qualche motivo non poteva andare allora lo invitava comunque ad avviarsi senza di lui, nel corso di quattro anni Daniel Molloy poteva tranquillamente affermare di essere divenuto un esperto della foresta di Compiègne.

Kate e Lenora erano state ovviamente avvisate e mentre Lenora era diventata così ansiosa da non sapere cosa dire Kate si era stranamente avvicinata ad entrambi giungendo ad una sorta di tregua con Armand, non lo avrebbe mai pienamente accettato ma gli era riconoscente per tutto quello che faceva, e ci aveva tenuto a dirlo a voce alta in occasione dell’unica vacanza in cui lei, Gerry e i loro figli erano stati a trovarli in Francia.

<< Ci hanno aggiunto ad un gruppo whatsapp >> gli comunicò Daniel quella mattina.

<< Chi? >> domandò Armand, non che fosse interessato ma facendo poca vita sociale non conoscevano poi così tanta gente. Le figlie di Daniel con relativi mariti e figli, la compagnia, David, Lestat e la signora marchesa erano tutte le sue conoscenze e gli andava bene così.

<< Una certa… Claudia de Point du Lac, conosci qualcuno con questo nome? >> gli domandò Daniel, il cognome era certo di averlo già sentito ma non sapeva dove.

<< No, il cognome mi è familiare ma potrebbe essere un’omonimia >> rispose Armand mentre un dubbio cominciava ad insinuarsi nella sua mente. Per precauzione prese comunque il proprio cellulare e controllò, in effetti era stato iscritto ad un nuovo gruppo e qualcuno stava scrivendo in quel momento.

<< O forse no >> disse Daniel quando finalmente il messaggio divenne visibile e lui ebbe bisogno di tutte le sue forze per non urlare.

Lestat si sposava. Lestat de Lioncourt si sposava. Lestat de Lioncourt sposava un americano, creolo ma pur sempre americano. Lestat era innamorato di un americano, amava un altro da anni e… quello gli era intollerabile.

Quello che avevano lui e Lestat era un fragile equilibrio che avevano perfezionato nel corso degli anni e che andava bene ad entrambi perché… perché Lestat de Lioncourt era il grande amore della sua vita. Amava Daniel Molloy, lo amava con tutto il cuore e non gli pesava stargli accanto nonostante la malattia, anzi quella era qualcosa che potevano attraversare insieme e che li avrebbe rafforzati ma con Lestat era diverso, lo era sempre stato.

Si erano rivisti in occasione della commemorazione per Nicky ed era avvenuto di nuovo, e quanto era stato sublime quell’abbraccio adulterino.

<< E Daniel? Glielo dirai? >> gli aveva chiesto Lestat mentre si rivestivano.

<< Daniel non esiste, non ci siamo ancora incontrati, qui siamo solamente noi due, fuori dal tempo e dallo spazio >> aveva replicato lui prima di baciarlo.

E aveva funzionato, per quasi cinque anni quel fragile equilibrio aveva funzionato alla perfezione e ora Lestat osava fargli quello.

<< Dobbiamo portare un regale? >> domandò cercando di controllarsi, perdere le staffe non sarebbe servito a nulla, se urlava o piangeva ci sarebbero state delle conseguenze, aveva dovuto impararlo a sue spese.

<< Il messaggio non dice nulla, sei mai stato a New Orleans? >> gli chiese Daniel.

<< Non sono mai andato oltre New York da un lato e Dubai dall’altro >> aveva risposto. Erano andati a Dubai per occuparsi di un suo cliente che voleva trattare di persona e per fortuna l’arte grigia rendeva estremamente bene, che poi avessero soggiornato in una suite e avessero doverosamente testato il letto per una notte intera era un altro discorso.

<< E allora andiamo, mi sembra di capire che sarà un matrimonio in grande stile, dici che posso chiedere a Luchanbaum di prestarmi lo smoking che avete tra i costumi di scena? >> gli domandò Daniel con un sorriso divertito.

<< No, ti compro qualcosa ma quello no, se poi Luchenbaum comincerà a sentirsi indispensabile a pochi mesi dalla pensione sarà impossibile mandarlo via >> replicò lui poco prima che una notifica segnalasse anche David Talbot aveva letto il messaggio e a differenza loro aveva devotamente risposto.

<< Mi vizi, sappilo, organizziamoci con gli altri, se va bene riusciamo anche ad infilarci due o tre giorni a New York >> dichiarò Daniel.

<< Avvisa le tue figlie, mi chiedo se dovrei avvisare la compagnia, io e Lestat siamo soci al cinquanta per cento >> disse Armand, prima o poi sarebbe riuscito a sfilargli la compagnia e il teatro. Lestat non se ne occupava limitandosi ad incassare gli assegni, non voleva essere coinvolto e negli ultimi cinque anni era salito sul parco per recitare solamente tre volte a differenza di lui che con l’eccezione de La Cage Aux Folles ci teneva a fare almeno due spettacoli. Sapeva che l’altro aveva cominciato una piccola carriera come cantante ma non era una scusa valida per trascurare il teatro e la compagnia, non dopo quello che era successo.

<< Naaa, non hanno ricevuto l’invito e non sapremo dove metterli, nelle valige non c’è posto >> disse Daniel prima che lo baciasse di slancio.

<< Che farei senza di te amore mio, che farei? >> concluse lui quando si separarono. Non erano la coppia perfetta, sapeva fin troppo bene che attiravano sguardi ogni qualvolta che uscivano insieme e che i sussurri erano tanti ma allo stesso tempo erano felici, stavano insieme da sette anni ed erano sposati da cinque, niente e nessuno si sarebbe intromesso nella loro felicità, non lo avrebbe permesso; quello era il suo lieto fine e se lo sarebbe tenuto stretto.

Notes:

- et voilà, ci siamo
- ovviamente si finisce dove la storia madre comincia ossia con l'idea di Claudia di invitare Daniel, Armand, David e Gabrielle al matrimonio loustat
- sono indecisa tra un sequel con focus principalmente sulla loustat + claudeleine + devil's minion o un secondo prequel sulla famosa estate Armand/Lestat/Nicolas

Notes:

è da quando ho finito la storia principale che volevo scrivere questo spinn off prequel
- non è necessario leggere la storia principale dato che per l'appunto è un prequel
- ambientato sette anni prima degli eventi di "L'UAcvsintAcM"
- non sapendo assolutamente nulla delle figlie di Danny boy, i nomi Kate e Lenora sono fanom, mi sono sentita libera di procedere a briglia sciolta, ma i nomi li tengo
- si, ho nominato Bianca
- tutto a suo tempo
- se ve lo steste chiedendo, si, esiste una Paris in Arkansas, e in Iowa, e in Idaho, è un nome popolare di città negli USA a quanto sembra

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