Chapter Text
Due ragazze camminano nel deserto di sabbia bianca e pura che si estende fino all'orizzonte.
I resti di una civiltà perduta giacciono sparsi qua e là nella sabbia. Resti di automobili distrutte, binari ferroviari rotti e torri che si ergono altissime. Sembrano tutti testimoni di un'epoca lontana, ma agli occhi delle ragazze sembra tutto un sogno lontano, spazzato via dal vento e dalla sabbia.
Fio, la ragazza con i capelli legati in trecce e la fronte sudata per il caldo riporta alla mente dei bei ricordi. Prima di arrivare sulla Terra, si trovava in un posto chiamato "La Gabbia". Si tratta di una torre di pietra che si erge alta nel mondo cibernetico di un server installato sulla superficie della luna. Era un luogo in cui preservare i ricordi della razza umana estinta.
Fio, che si era persa nella ``Gabbia'', incontrò un mostro di nome Levania, un caro amico che ha salvato Fio quando era sola.
Fio viaggiò con lui attraverso la Gabbia e apprese informazioni sui vari mondi e i desideri in essa registrati.
E alla fine del suo viaggio incontrò una ragazza dai capelli bianchi, la stessa che le sta camminando davanti proprio ora. Fio voleva starle accanto dopo che lei aveva perso un suo caro amico ed era rimasta completamente sola.
Scelse così di separarsi da Levania e venne con lei sulla Terra.
E ora, su suggerimento di Fio, stanno viaggiando attraverso il deserto alla ricerca dell'amico perduto della ragazza dai capelli bianchi, ma il viaggio si sta rivelando più arduo del previsto. Fio è sfiancata dalla luce cocente del sole, mentre la ragazza dai capelli bianchi è ignara delle sue condizioni e prosegue.
«Ehi, Kano, forse dovrei riposarmi un po'.» Fio chiama così la ragazza dai capelli bianchi visto che non ha un vero nome: la ragazza dai capelli bianchi è solamente “lei” e il suo caro amico scomparso è semplicemente “lui”. Fio ha pensato quindi di darle il soprannome di “Kano”.
“Lei” si ferma e si volta. «Capisco.» Lo sguardo di “Lei” però si sposta rapidamente da un’altra parte verso quello che sembra un puntino nero nel vasto deserto bianco che si avvicina rumoroso alle ragazze. Anche Fio lo nota. Si tratta di un’enorme scatola nera.
«Dobbiamo scappare!» Fio afferra la mano di “Lei”. Non è facile correre sulla sabbia. Corrono a zig zag con la speranza di seminare la scatola nera. Le ragazze notano un grosso tubo che spunta dalla sabbia e che si estende per chilometri. Ci camminano sopra, facilitando così la corsa.
Improvvisamente un rumore sordo: il tubo si alza verso l’alto e non rimane alle ragazze che aggrapparsi disperatamente per evitare di essere sbalzati giù.
Quello che si pensava fosse un tubo è in realtà un'arma lasciata dagli alieni che un tempo avevano invaso la Terra: una “biomacchina”.
La terra trema violentemente, sollevando un polverone.
La biomacchina, il cui lungo corpo simile a quello di un serpente, si contorce nel deserto.
Prima ancora che possa emettere un grido, “Lei” viene scagliata in aria.
Fio si lancia in avanti istintivamente e le tende la mano. Cadono insieme sulla sabbia, producendo un forte rumore.
La biomacchina rivolge lo sguardo verso le due. La situazione sembra disperata, ma accade qualcosa di inaspettato: la scatola nera si scaglia verso la biomacchina che rotola alcuni metri nella sabbia. Quest’ultima, probabilmente spaventata, fugge via nascondendosi nella sabbia.
Il rumore assordante della scatola nera emerge da una nuvola di polvere. La scatola si ferma all'improvviso proprio davanti alle ragazze: da essa esce una biomacchina. Tuttavia, non si tratta di un esemplare terrificante come il serpente gigante di prima. È più bassa di Fio e assomiglia a una bambola di ferro. «Mi dispiace, mi dispiace.»
Fio e Kano rimangono di stucco quando vedono la biomacchina gettarsi a terra e chiedere scusa.
Sebbene le biomacchine un tempo abbiano combattuto una guerra con l'esercito umano, pare che non tutte siano state schierate come armi.
Questa biomacchina sta raccogliendo i resti dell’umanità, caricandoli su un veicolo nero, un rimorchio per precisione, e trasportandoli alla sua base.
Quando prima ha visto le ragazze avvicinarsi a una gigantesca biomacchina, decise di inseguirle per avvertirle del pericolo.
«Forse allora puoi aiutarci!» Fio si rivolge alla biomacchina con entusiasmo. Forse potrebbe avere un indizio sull’amico di “lei”.
«Purtroppo non ho questo tipo di informazioni.»
Fio rimane delusa.
«Però nella nostra base ci sono molte reliquie. Forse troverai un indizio che ti aiuterà a individuare il tuo amico.»
Un piccolo barlume di speranza si accende negli occhi di Fio. «Forse troveremo l’amico di Kano!»
Fio salta felicemente sul rimorchio, con il cuore pieno di aspettativa. Tuttavia, mentre “lei” osserva la scena, un'emozione opposta le turbina nel cuore.
Io so la verità. Nonostante i miei sforzi, non avrei mai rivisto il mio insostituibile amico: "Lui".
Perché io ho visto i suoi ultimi momenti.
Ma non posso dirlo a Fio.
Non lo rivedrò mai più.
Fio ha addirittura lasciato il suo caro amico Levania per unirsi a me, solo per il mio bene. Non riesco a dirle la verità, non posso.
*
Le due arrivano con il rimorchio davanti un enorme edificio che si erge solitario nel mezzo del deserto. Le pareti esterne argentate brillano e riflettono la luce del sole. La sua forma è come quella di una nave arenata.
Seguendo la guida della biomacchina, entrano e trovano una serie di oggetti che non hanno mai visto prima. All'interno di una custodia trasparente è custodita una macchina dalla forma strana, mentre sul muro è appesa l'immagine gigante di una stella. Fio si guarda intorno con curiosità. «Cos'è questo posto...?»
«Il museo della scienza, una mostra sull'universo e su ogni genere di argomento che l'uomo ha studiato,» risponde “Lei”, mormorando. “Lei” un tempo aveva il ruolo di osservare i ricordi dell'umanità, mentre oggi non perde mai occasione di insegnare qualcosa a Fio.
«Che cos'è lo spazio?» Fio continua a fare domande. Non c'è da stupirsi che non lo conosca. Dal posto in cui proviene, non si parla di queste cose.
«Lo spazio è un luogo molto lontano dalla Terra, dove brillano la luna e le stelle.»
«Quindi anch'io vengo dallo spazio,» commenta Fio con ingenuità. “Lei” sente un leggero dolore nel petto, conseguenza del senso di colpa che prova per averle permesso di seguirla sulla Terra. Cerca di scrollarsi la sensazione spiacevole che sta provando e si guarda intorno. La biomacchina invece si era già allontanata da un po'.
Fio continua a osservare la mostra.
«Kano, andiamo a vedere le altre cose!" Fio le afferra la mano e corrono attraverso il museo della scienza.
Razzi, satelliti, grandi antenne, telescopi e frammenti di meteoriti. “Lei” cerca di soddisfare il più possibile la curiosità di Fio.
«Kano, tu sai davvero tutto!»
Poi le due arrivarono in una stanza a forma di cupola.
Nella stanza non ci sono finestre. L'unica luce su cui potevano contare era quella del sole che filtrava attraverso la porta d'ingresso aperta e quella emanata dagli occhi dalla biomacchina che era arrivata lì per prima. «Questo è il mio posto preferito.»
Man mano che gli occhi Fio e di “Lei” si abituano all'oscurità, cominciano ad avere una vaga visione di ciò che le circondava.
Innumerevoli posti a sedere circondano una misteriosa macchina al centro. Fio inclina la testa confusa.
«Questo è un planetario,» dice Kano.
Su uno dei sedili è seduta una biomacchina molto simile a quella che li aveva guidati, ma sembra immobile.
«Chi è?» domanda Fio. L’altra biomacchina le risponde. «È un mio prezioso amico, anche se ora non si muove più. Un giorno, mentre vagavamo senza meta nel deserto, ci imbattemmo in questo museo scientifico. Quando comprendemmo che questo luogo era la “cristallizzazione della saggezza umana”, rimanemmo affascinati.»
La biomacchina osserva Fio e continua con il solito tono. «Ciò che ci interessava particolarmente era il planetario. Secondo le istruzioni, il proiettore al centro può proiettare un cielo stellato scintillante sul soffitto a cupola. Tuttavia, quando arrivammo sul posto, il proiettore era già rotto. Abbiamo provato a risolvere il problema in qualche modo, ma senza successo.»
Rivolge lo sguardo alla sua amica biomacchina. «Sono passati quindici anni da quando il suo nucleo si è rotto e il mio amico ha smesso di funzionare.»
Il tono di voce non cambia, ma sembra triste. «Non me la sento di distruggere il suo corpo. Prima che ciò accada, voglio in qualche modo realizzare il nostro sogno. Un giorno le stelle brilleranno in questa stanza.»
«Ehi, questo... planetario. Possiamo ripararlo insieme?» borbotta Fio mentre fissa il proiettore.
La tristezza di una biomacchina che ha perso un caro amico.
Un desiderio che voleva realizzare insieme a lui.
“Lei” sa che a Fio stanno a cuore certe cose: è il tipo di persona che si fa sempre carico del dolore degli altri.
Se l’avesse aiutata a riparare il planetario, forse Fio non avrebbe dovuto farsi carico di tutto da sola anche stavolta.
Forse questo è anche un modo per espiare al mio errore per aver separato Fio da Levania, pensa “Lei”.
*
Utilizzando i ricordi delle passate osservazioni umane, “Lei” trova un modo per riparare il proiettore del planetario.
Per prima cosa, impostano l'illuminazione e creano una stanza buia in cui lavorare. Poi, seguendo le istruzioni di “Lei”, i tre raccolgono parti utilizzabili dalle mostre del museo e dal carico che è stato portato, e procedono con le riparazioni andando a tentativi.
Ora, i tre stanno girovagando per il museo della scienza alla ricerca delle lenti necessarie per fotografare le stelle.
«Oh, eccolo!»
Gli occhi di Fio si illuminano mentre indica un modellino di satellite appeso al soffitto. Nota l'obiettivo scintillante di una macchina fotografica attaccato ad esso.
Tuttavia, nonostante gli sforzi di tutti e tre, non riescono a raggiungerlo. Fio parla dolcemente alla biomacchina triste. «Lascia fare a me!»
Fio si arrampica su una grande antenna parabolica esposta lì vicino e da lì salta su un modellino di satellite.
Con destrezza rimuove la lente del satellite, per poi cadere nel vuoto. E poi un tonfo.
“Lei” corre da Fio. «Stai bene?»
Fio le sorride. «Sto bene, si alza da terra con aria imbarazzata. Nonostante fosse caduta da una grande altezza, teneva comunque saldamente l'obiettivo tra le mani.
«Ti metto sempre in situazioni sbagliate…» “Lei” voleva tanto scusarsi con Fio.
Non mi ero accorta che Fio era stanca nel deserto. Anche se ero io ad aver detto che avrei potuto riparare il proiettore, non sono riuscita nemmeno a raccogliere tutti i pezzi da sola
Era colpa mia se Fio mi ha seguita sulla Terra e ho finito per portarmela appresso. Colpa mia che ho rotto con “Lui”.
«Mi dispiace di averti fatto preoccupare. Mi insegni sempre cose diverse. Quindi se sono con te, posso vedere un mondo che non sarei in grado di capire da sola. È davvero emozionante e divertente.» Fio le sorride dolcemente.
“Lei” non sa ancora come comportarsi con Fio, ma sa che è sincera.
Finora gli era stato fatto capire più volte che Fio è una persona dal cuore puro, incapace di mentire.
E il lavoro per riparare il proiettore continua. Hanno fallito molte volte, ma ogni volta i tre si sono incoraggiati a vicenda.
Tuttavia, nonostante abbiano raccolto pezzi da ogni parte del museo, non hanno ancora le lenti necessarie per le riparazioni. Una telecamera satellitare, la spazzatura raccolta da biomacchina. Avevano già utilizzato tutto ciò che era utilizzabile.
Le due ragazze si guardano con espressione turbata, chiedendosi cosa fare.
«Facciamo così: possiamo usare un occhio mio e uno del mio amico come lenti.»
Fio e “Lei” sembrano contrariate, ma la biomacchina sembra decisa ad andare fino in fondo. Fio e “Lei”, vista la determinazione della biomacchina, annuiscono silenziosamente.
Gli occhi che hanno visto tante cose sin dai tempi in cui erano ancora armi per combattere l'umanità, abbandonano i loro corpi e d’ora in poi continueranno a guardare le stelle dall'interno del proiettore. L'universo che hanno sempre desiderato.
“Lei” distoglie lo sguardo da entrambe le biomacchine.
Fio lucida attentamente le lenti.
È momento di una preghiera.
Una volta pronte le lenti, “Lei”completa gli ultimi ritocchi.
Il proiettore che Fio, “Lei”e le due biomacchine hanno ultimato insieme è un po' rudimentale, ma è comunque completo.
I quattro siedono uno accanto all'altro sui sedili e guardano il cielo stellato. Le stelle si diffondono sulla cupola. Innumerevoli luci brillano intensamente nel cielo scuro. La luna fa la sua comparsa, illuminando Fio e gli altri con un debole chiarore argenteo.
«Questo è un animale carino... è bellissimo, sono felice.» La biomacchina si rivolge al suo amico.
Fio guarda “Lei”. «È tutto merito tuo, Kano. Grazie.» Gli occhi di Fio sembrano brillare più delle stelle nel cielo notturno. Attratta da quell'espressione, “Lei” ricambia con un dolce sorriso.
*
Le stelle che ruotano lentamente sul soffitto all'improvviso si fermano completamente.
Una voce di donna risuona nella stanza, con grande sorpresa di Fio e biomacchina.
«La voce ha la funzione di “narrazione” e spiega i vari aspetti legati alle stelle,» dice “Lei”.
Poi tutti e tre ascoltano in silenzio la voce della donna.
Fin dall'antichità, l'umanità ha desiderato ardentemente raggiungere le stelle lontane che brillano nel cielo notturno.
Quindi, appena ne ebbero la possibilità, si prepararono a viaggiare verso lo spazio.
Il primo obiettivo era la luna. La stella luminosa più vicina, attratta dalla Terra dalla forza di gravità.
L'uomo ha cercato di raggiungere la Luna in vari modi.
Uno di questi si chiama "Progetto Apollo".
«Cosa volevano fare nello spazio?», chiede Fio.
“Lei” trova la risposta perfetta. «Penso che gli esseri umani... volessero trasmettere i numerosi ricordi che hanno del pianeta Terra a qualcuno, possibilmente da qualche parte nello spazio.»
La narrazione termina e le stelle nel planetario cominciano a muoversi.
Come un orologio fermo che ricomincia a ticchettare, la luce del cielo notturno attraversa la stanza seguendo un percorso circolare.
“Lei” sente che ora può dire ciò che sente dentro e così si rivolge a Fio. «Vieni con me e andiamo a cercare Levania...troviamo un modo per incontrare di nuovo il signor Mostro.»
Le racconta tutto: il sentirsi in colpa per averla separata da Levania e di averla coinvolta nella ricerca inutile di “lui” che ormai è perso per sempre.
«Come tu hai cercato di rimediare alla mia solitudine, ora voglio essere io a rimediare alla tua.»
«Grazie, Kano,» disse Fio sorridendo, mentre le lacrime le rigavano le guance. È un’emozione che aveva nascosto a lungo.
«Ridevo tutto il tempo. Ho cercato di non buttarmi mai giù, ma la verità è che pensavo non avrei più rivisto il Signor Mostro.» Le lacrime di Fio brillano sotto la luce del planetario.
“Lei” abbraccia dolcemente Fio. Tra loro due non ci fu più bisogno di parole. Si asciugano le lacrime a vicenda e ridono. Le stelle del planetario brillano come a benedire i sentimenti di ogni persona.
E così, dopo essersi assicurati che il planetario fosse stato completamente restaurato, i due lasciano il museo scientifico.
La macchina ripete "Grazie" mentre si separa tristemente dalle due ragazzine. Decide che avrebbe continuato a trascorrere il resto del suo tempo in quel posto con il suo amico rottame.
Si era arreso ormai al sogno di vedere lo spazio con il suo amico, ma quando vide Fio e “Lei” riparare il proiettore, cosa che sembrava impossibile, aveva capito che c’era speranza e molto lavoro da fare.
«Forse ci incontreremo di nuovo.» L’ultimo saluto da parte di Fio e “Lei”.
Le due decidono di intraprendere un viaggio alla ricerca di un modo per andare nello spazio e raggiungere la luna.
Anche la "gabbia” si trova sulla superficie della Luna.
Fio è sulla Terra e Levania sulla Luna. Gli amici sono come due stelle che si attraggono. Forse sono proprio come la Terra e la Luna.
L'umanità è riuscita a raggiungere la Luna grazie alla navicella spaziale Apollo. Loro sono ottimiste che riusciranno a fare altrettanto.
All'improvviso tirano fuori qualcosa di piccolo dalla tasca. A quanto pare era un regalo della biomacchina, dei souvenir.
«Ehi, questo è per te.»
Sul palmo della sua mano c'erano due anelli scintillanti a forma di stella. Sembrano dei giocattoli fatti per bambini. “Lei” ne mette uno al dito di Fio, poi la fissa in silenzio e dritto negli occhi. «Voglio essere tua amica.»
Fio sbatte le palpebre. «Grazie mille!»
Poi le due ripartono.
Il vento solleva delicatamente la sabbia, cancellando le impronte delle ragazze.
*
Sotto il cielo stellato generato dal proiettore, le biomacchine stanno esaminando le reliquie dell'umanità che hanno raccolto.
I componenti di comunicazione interni interferiscono con il proiettore.
Il messaggio viene proiettato su tutta la stanza a forma di cupola. È un segnale che veniva da molto lontano, dallo spazio.
È un codice che non svanirà mai e che ci mostra il percorso da seguire finché si incontreranno di nuovo.
[WARNING]: Protocollo di ripristino inizializzato...
[ERROR]: Reindirizzamento al nodo di backup: < https://www.jp.square-enix.com/nierreincarnation/ >
È una "gabbia".
Una torre ricoperta da un'oscurità più profonda dell'oscurità stessa.
Il mostro resta in bilico sul bordo, riflettendo su ciò che ha perso.
Da lì non si vede nulla.
Solo un mare di nuvole che continua senza fine.
Ma sta cercando le impronte di un’amica che non può assolutamente vedere.
Spera di rivedere quella bambina un giorno.
«Ti prometto che verrò sicuramente a trovarti anche se non potrò incontrarti.»
Il mostro attende di ricongiungersi con la sua amica.
[INFO]: Commenti di analisi aggiunti al codice sorgente.
[FATAL]: Processo interrotto forzatamente.
