Chapter Text
15 giugno 2009
Era passato quasi un mese dalla morte di Lele, e Cristiana non riusciva a chiudere gli occhi senza rivedere il corpo prono dell’ex collega a terra, con frammenti ossei misti a materia grigia sparsi sul suolo cementato della Vela di Torvergata.
Il posto era stato chiuso a seguito del ritrovamento del cadavere incenerito dell’agente, che ancora non erano riusciti a riconoscere. Tuttavia, la scomparsa dell’ispettore non era passata inosservata e il bossolo di quella che pareva una pistola d’ordinanza nel cranio del ragazzo aveva portato all’apertura di un’inchiesta che sarebbe con tutta probabilità durata anni.
Neanche una manciata di giorni dopo il suo stentato rapimento, era stato ucciso anche Samurai e la speranza di rompere le catene della sudditanza cui era soggetta le erano scivolate tra le dita come sabbia.
Nel salotto di casa sua l’aria era pesante e rarefatta, le finestre non venivano aperte da troppo tempo e la ragazza sembrava essere diventata quasi intollerante alla luce del sole.
In piedi di fronte al tavolo di legno si rigirava tra le mani i fogli della confessione di Lele, delle quali aveva provveduto a fare una copia il giorno della sua deposizione.
Il nome di Samurai riecheggiava in quella manciata di fogli più e più volte, riproponendosi in maniera insistente assieme a quello di Aureliano Adami e Alberto Anacleti, detto Spadino. Entrambi, gli aveva confessato lo stesso sbirro, erano stati in quegli eventi disastrosi due suoi cari amici, ma anche loro non erano più sulla piazza. Aureliano Adami era morto in una sparatoria di zingari, nella quale non riusciva a spiegarsi fino in fondo la presenza; Spadino invece era scomparso, assieme al corpo del collega, probabilmente in fuga dalla sua stessa famiglia dopo aver sgozzato il fratello Manfredi, altro pezzo grosso del clan sinti.
In mezzo a tutte quelle lettere stampate nero su bianco, c’era un altro nome che si era impresso a fuoco nella memoria della poliziotta.
Amedeo Cinaglia.
Cinaglia, che dopo le fruttuose elezioni si era distinto come esponente della destra romana, era l’unico di tutti quei personaggi che Lele aveva nominato ad essere ancora in circolazione. L’unico ad essere rimasto fino all’ultimo momento a contatto sia con l’Adami e lo zingaro, sia con lo stesso Samurai.
E fu lì, che Cristiana realizzò che non era tutto finito. C’era ancora qualcuno che poteva aiutarla ad ottenere tutto quello che voleva.
Accese il portatile e tramite uno dei registri della polizia recuperò il recapito del politico. Senza pensare oltre, guidata dalla stessa impulsività che poco tempo prima l’aveva portata a creare terra bruciata attorno a se, afferrò il telefono e compose il numero che compariva sullo schermo luminoso. Non dovette attendere molto e non appena sentì, dall’altro capo, una voce chiedere chi fosse, raccolse tutto il coraggio che aveva in corpo e parlò.
«Amedeo Cinaglia? Sono Cristiana Massoli, e ho bisogno di parlarle».
L’appartamento di Cinaglia si trovava di fronte al Campidoglio. Sarebbero bastati pochi metri e ci sarebbe stato proprio dentro. La sala era ariosa, non troppo grande come la maggior parte delle case di età moderna al centro della capitale, ma dal corridoio che attraversava l’atrio si riusciva a immaginare tutta la sua estensione.
Cristiana cercava insistentemente una parola per descriverla da quando aveva messo piede dentro l’abitazione. Riuscì a trovarla solo quando si sedette sul divano al centro dell’ambiente e in controluce vide fluttuare una miriade di granelli di polvere.
Intonsa.
Quella era la parola che stava cercando.
Non che mancassero mobili, anzi, talvolta sembravano essercene anche troppi, magari per riempire dei vuoti che non erano solo quelli fisici delle stanze fredde. Ma non vi erano soprammobili, oggetti personali, se non per un paio di foto che occupavano gli spazi in maniera quasi chirurgica, geometrica. Tutto ciò che era lì dentro sembrava come congelato in un’eterna immobilità. Un’immobilità quasi innaturale.
La poliziotta fu sfiorata dall’idea che in quel posto, Amedeo Cinaglia, doveva starci davvero per poco. Il che era plausibile, se si pensava alla routine che doveva aver ereditato con la morte di Samurai. Una vita fatta tanto di doveri quanto di scadenze stringenti.
La ragazza sentì avvicinarsi la nuova promessa della destra romana. I passi rimbombavano nei corridoi grazie al soffitto alto e non fu colta di sorpresa quando l’uomo la superò con passo svelto e si piazzò di fronte a lei con la mano tesa. Per la prima volta guardò Cinaglia da così vicino, e gli parve un uomo come tutti gli altri. Un uomo con la faccia stanca, le occhiaie e qualche ruga più o meno evidente sulla fronte. Cristiana pensò che, forse, era proprio grazie a quell’apparente normalità che era riuscito a diventare ciò che era. Un lupo mascherato da agnello.
«Mi perdoni per l’attesa signorina Massoli», disse mentre prendeva posto accanto a lei, facendo ben attenzione a non spiegazzare il bordo della giacca blu notte.
«Non si preoccupi, non ho fretta»
«Dalla sua chiamata avevo capito il contrario. Di cosa voleva parlarmi?», tagliò corto Cinaglia. Cristiana non lo sapeva, ma tante di quelle volte si era ritrovato lui al suo posto negli ultimi mesi che avrebbe sentito arrivare la proposta di un accordo da chilometri di distanza. Alla ragazza serviva un favore.
«Ho una cosa che potrebbe interessarle». La poliziotta tirò fuori dalla tasca un foglio piegato in quattro parti, leggermente stropicciato per averlo tenuto lì anche quando si era incurantemente seduta sul sofà. Decisamente non dava l’impressione di essere una professionista, ma non le interessava. Cinaglia afferrò i documenti e, svolgendoli, lesse velocemente l’intestazione. All’iniziò sembrò non capire, poi, come un fulmine, gli occhi azzurri furono attraversati da un lampo di consapevolezza. Comunque, l’uomo non si scompose: poggiò le pagine sul tavolino di fronte a loro e la guardò voltandosi con le spalle nella sua direzione.
«Perché dovrebbe interessarmi la confessione di un investigatore scomparso?».
«Perché nella deposizione di Gabriele Marchilli si parla anche di lei, dottor Cinaglia. In parte viene spiegato anche il successo che in modo tanto sorprendente ha ottenuto nelle ultime elezioni».
Cristiana non lo notò, ma le mani di Amedeo avevano iniziato ad essere attraversate da piccoli e quasi impercettibili tremori.
«E perché le sta portando da me, agente?»
«Diciamo che potremmo stringere un accordo, che potrebbe essere utile ad entrambi».
«Se è qui, sa benissimo che non è nella condizione di avanzare pretese», disse Cinaglia abbozzando un sorriso cordiale. Cristiana lo ricambiò, impacciata e indispettita allo stesso tempo.
«Lei crede davvero che io sia venuta qua, senza assicurarmi di avere una garanzia?». In un attimo tornò seria.
«Se mi succedesse qualcosa, questa confessione diverrebbe pubblica, e lei verrebbe distrutto dai suoi stessi elettori, nonché dalla legge, con la stessa velocità con cui è arrivato fino a qua». Bluffó.
«Non mi piacciono i ricatti signorina Massoli». Stavolta Cinaglia mostrò i denti, mantenendo sempre una calma spaventosa, ma allo stesso tempo sfregando le mani sudate sui pantaloni del completo. Negli ultimi mesi aveva imparato tanto, ma non poteva fare a meno di sentirsi ancora “quello nuovo”, di sentirsi troppo vulnerabile.
«Potrei avere altro da offrirle, oltreché un banale ricatto».
«E cosa?» chiese l’uomo, con una sincera vena di curiosità.
«Alberto Anacleti».
L’uomo lanciò uno sguardo d’intesa alla poliziotta che annuì piano con la testa. Di una cosa erano certi entrambi: chi non ha nulla da perdere, sa essere più pericoloso di chiunque altro.
Alberto serrava tra le braccia il corpo freddo di Aureliano. Un riempitivo tanto perfetto quanto doloroso della voragine che gli stava erodendo il petto. La coperta nella quale l’aveva cinto non era stata di alcun aiuto nel fargli preservare quel minimo di calore corporeo che gliel’avrebbe fatto sembrare ancora vivo. Non si ricordava manco di essere andato a prenderla quella coperta. Ne aveva avuto il tempo? Come c’era arrivato all’albergo? Non aveva incontrato nessuno?
Lo cullava avanti e indietro, come per rendergli la discesa in quel limbo più piacevole. Come per non farlo sentire solo. Come per non sentirsi solo.
Era in poppa alla barca degli Adami, guardando l’orizzonte, forse sperando in un immediato nuovo tramonto che avrebbe portato anche lui a spegnersi come aveva fatto l’amico. Le lacrime gli rigavano calde il viso e pur provando a modulare il respiro non riusciva a controllare quella sensazione che faceva chiudergli la gola e bruciare la pelle.
Ma poi, perché era lì? Era cenere che Aureliano avrebbe voluto diventare. Non sarebbe stato più giusto nei suoi confronti offrirgli quello che desiderava? Almeno adesso che quella non poteva che essere la sua ultima richiesta?
Avrebbe potuto si… ma il pensiero di assistere di nuovo a quel rogo di rimpianti e dolore, sentire l’odore della pelle mentre ardeva sul legno incandescente… sarebbe stato tutto troppo. Almeno così c’era un corpo su cui vegliare. Almeno così Aureliano si sarebbe lasciato accarezzare dalle onde del mare che tanto amava. Era un pensiero egoistico, certo, ma Alberto non avrebbe potuto impilare una nuova pira. Non senza la certezza di correre poco dopo in mezzo alle fiamme per poter raggiungere l’unica cosa di cui gli fregasse qualcosa.
Nel più rumoroso silenzio che potesse immaginare in mezzo al mare calmo, prima un bip più lontano poi sempre più prossimo cominciò a disturbare la sua apparente quiete, fatta di parole sussurrate all’orecchio e di preghiere. Quando il rumore cominciò a farsi più insistente, sfilò il telefono dalla tasca della felpa nera e senza rivolgergli neanche uno sguardo lo lanciò in mezzo al mare.
Sobbalzó quando ancora una volta quel suono lo raggiunse.
Il dolore lo corrodeva, il pianto gli toglieva il respiro, gli annebbiava i sensi e tutto attorno a lui cominciava a farsi sempre più scuro e freddo. Fino a che Spadino non venne avvolto dall’oscurità. Vagò per poco in quella oscurità, tanto spaventosa quanto appagante. Non c’era dolore lì, non c’era nulla. Poi una luce accecante lo colpì, come se fosse tornato a galla dopo essersi immerso profondamente nell’acqua gelata di Ostia.
Aprì gli occhi, boccheggiò e strinse le dita attorno a qualcosa di caldo, qualcosa che era proprio di fronte a lui. Mise a fuoco e solo allora realizzò di trovarsi ancora, come da due giorni a quella parte, nella stanzetta asettica dove Aureliano era incollato al letto bianco, sprofondato in un coma indotto che gli era stato ricambiato da suo fratello Manfredi.
Finalmente, quando vide il petto dell’amico abbassarsi e rialzarsi, lo zingaro si lasciò andare in un profondo sospiro che gli fece percepire le braccia molli e la schiena troppo debole per reggere tutto quel peso. Quei bip che fino a poco prima erano stati delle fastidiose distrazioni ora gli riempivano le orecchie ed erano il suono più bello al mondo.
Era stanco, arrabbiato, preoccupato. Stanco perché negli ultimi due giorni aveva chiuso occhio solo per poche ore, sognando il suo peggior incubo in maniera insistente e vivendolo come fosse vero; arrabbiato per quello che la sua famiglia aveva organizzato contro di lui e arrabbiato con lo stesso Aureliano che si era buttato nella mischia così insensatamente. E infine, era preoccupato. Preoccupato che il suo compagno non tornasse più come prima, o che una volta sveglio gli riserbasse rancore per quello a cui lo aveva portato l’amicizia con uno che era zingaro e pure frocio.
Spadino strinse la mano dell’amico alla sua. Incastrò le dita talmente forte a quelle di Aureliano che per un attimo temette di fargli male. Ricacciò indietro tutto il rimorso che non aveva mai smesso di perseguitarlo da quando era venuto al mondo.
«Sto ancora qui, fratè».
Il Paradiso dei Bambini era deserto.
Le giostre ferme se ne stavano immobili sotto il velo d’afa romana che aveva stretto la città da circa una settimana. La partenza di Spadino e Aureliano sembrava aver sancito definitivamente l’arrivo dell’estate, che quell’anno tardava a presentarsi nella capitale. Tutti a Roma, sapevano l’ultimo degli Adami morto, e questa era la versione che Spadino voleva continuasse a circolare, nella disperata speranza che per un po’ l’amico sarebbe stato al sicuro.
Nadia era seduta al suo solito posto, di fronte alla cassa vuota e con la schiena appoggiata alla sedia girevole color fuxia acceso. Flavio entrò spalancando la porta dietro di lei e lasciandola socchiusa. Si avvicinò alla ragazza e poggiò entrambe le mani sulle spalle piccole e strette di quella che da poco meno di due settimane si trovava a capo di una delle famiglie malavitose di Ostia. I terreni di Aureliano erano stati espropriati ormai da un po’ e i lavori sembravano procedere senza sosta. L’unica cosa che era ancora in piedi di quella spiaggia dell’Idroscalo era il diroccato chiosco della madre dell’ostiense, che dopotutto sembrava quasi vivesse di una volontà propria.
Ora Nadia era lì, da sola, con solo Flavio accanto e Angelica rinchiusa come una prigioniera nella casa dove era cresciuta, tenuta lontana dagli occhi di tutti come un oggetto sacro e profano allo stesso tempo. Alla ragazza di Ostia era rimasto in mano solo quella che per anni era stata la copertura di suo padre e dei suoi cugini: quel vecchio parco giochi polveroso che solo di tanto in tanto, nelle domeniche estive si riempiva.
«Na, te devo parlà», disse Flavio, riportandola alla realtà.
«Non ce se capisce più un cazzo. Ieri so morti due dell’omini de Titto».
Da quella maledetta serata allo sfascio poco lontano dal cavalcavia nei pressi di santa Trinità, la situazione a Roma era sprofondata nel caos. Le bande di zingari avevano iniziato a spacciare e prendere possesso di quasi tutte le piazze della città, approfittando del vuoto di potere causato dalla morte di Manfredi e Sale e della dipartita di Spadino e Aureliano. Solo nelle ultime quarantotto ore la situazione sembrava essersi ridimensionata e per poco aveva regnato la pace; almeno fino alla sparatoria di fronte al locale di Titto Zaccardelli, dove due dei suoi c’erano rimasti secchi, sempre per mano degli zingari. Nessuno era certo di chi avesse rotto quella silenziosa tregua ma il nome degli Anacleti strisciava viscido per le strade di Roma ed era arrivato fino ad Ostia.
Le famiglie dell’idroscalo se ne erano state buone, un po’ perché non avevano nulla da smerciare e un po’ perché sembrava che sui loro territori nessuno osasse mettere piede, forse per non fare un affronto troppo sfrontato ai Badali, che su quei terreni avevano scommesso tutto.
«Quindi?». La ragazza rispose quasi non curante delle parole che Flavio aveva pronunciato tanto gravemente. In fondo, non le stava dicendo nulla che non sapesse già.
«Sarà il caso de capì che impicci stanno a fa sti zingari no?».
Il figlio di Romoletto sapeva che, allo stato attuale delle cose, era scontato che qualcuno stesse tirando i fili di quella confusa rivoluzione e in quel puzzle mancavano dei tasselli essenziali che non gli permettevano di decifrare a pieno tutti gli eventi delle ultime ore. L’unica carta scoperta di cui potesse servirsi era l’essere venuto a conoscenza ormai da un po’ di quanto gli Anacleti fossero implicati con gli stessi Badali. E dai loro affari era meglio stare lontani, dato dove li aveva condotti l’ultima loro collaborazione.
Nadia tirò un sospiro profondo e finalmente si girò per guardare il ragazzo negli occhi.
«Cercamo de parlà coi Sale. Non s’è capito Angelica quanto conta ancora dentro a quella famiglia. Magari ce po’ da na mano a capicce qualcosa». La risposta dell’amica lasciò Flavio interdetto. Quelle parole sembravano celare una certa ingenuità che saldamente affondava le proprie radici nella speranza di poter ritrovare un’amica perduta.
«Se je rompemo il cazzo quelli ce fanno fori. C’hanno già provato e ce so quasi riusciti. E uno dei nostri j’ha ammazzato un sacco de gente». Disse Flavio riferendosi ad Aureliano, ma senza pronunciarne il nome. Da quando era “morto”, parlare di lui era quasi un tabù, come se temessero che qualcuno avrebbe potuto ascoltarli, sentirli, anche quando erano totalmente soli.
«L’hai detto te che bisogna capì che impicci stanno a fa sti zingari. Da qualche parte dovremo pure inizià, e non me pare il caso de presentamme da Adelaide co un pacco de cioccolatini». La ragazza tamburellò spazientita le dita sul bracciolo della sedia girevole.
«Te famme parlà coi Sale, che magari riesco a portacce pure qualche altra famija de Ostia. Qui nessuno sta a lavorà, e peggio de così non po’ annà».
«Non sapemo per certo che alleanze se so create però».
L’affare Sale era una cosa che andava gestita con delicatezza. La famiglia di Angelica, per quanto ne sapevano loro, poteva ancora essere in combutta con quella di Alberto, e questo di certo non andava a loro vantaggio. Comunque, su una cosa Nadia aveva perfettamente ragione: per quanto fosse difficile da credere, ora erano tutti sulla stessa barca. Se davvero gli zingari avevano deciso di alzare la testa, quella poteva essere la loro opportunità per riscattarsi. Tuttavia, Flavio era conscio del fatto che su quel campo di battaglia avrebbe dovuto muoversi in punta di piedi, cercando di non alzare la polvere che inevitabilmente li avrebbe soffocati.
Nadia fece una pausa prima di rispondere, portandosi le mani dal grembo fino ai braccioli della sedia girevole. Osservava fredda Flavio, con sguardo distante.
«Se c’hai paura, posso pure annacce da sola. Tanto, nun c’ho più niente da perde». Spingendosi con un solo piede tornò a dare le spalle all’amico. La ragazza in silenzio si ritrovò, di nuovo, a guardare lo scheletro di quella che era stata la sua vita.
«Organizzo n’incontro, ma no co li Sale, penso de avecce n’aggancio migliore». Flavio parlò mentre si stava già incamminando fuori dal chioschetto polveroso.
Se voleva essere sicuro di non ricadere dritto tra le grinfie dei siciliani, l’unico modo era contattare la sola persona a Roma che mai si sarebbe alleata con la famiglia Badali, e quella portava il nome di Maurizio Spada.
Gabriella Forsini sedeva al tavolo del lussuoso ristorante in piazza del comune in compagnia di suo marito. L’uomo teneva gli occhi fissi sul piatto di tagliolini al salmone infrangendo di tanto in tanto quella tacita compagnia col solo rumore della forchetta che strideva sul piatto di ceramica bianca. La donna più che mangiare, pareva intenta a torturare le foglie di indivia che giacevano all’estremità del tagliere di salumi, il quale delineava, con una linea orizzontale, lo spazio personale di entrambi. Ogni qualvolta lo sguardo del marito correva dalla mano affusolata al volto di Gabriella, lei lo ricambiava con un sorriso sereno, ma che lasciava trapelare dalle rughe che le segnavano la pelle una certa ma quasi del tutto celata preoccupazione.
«Ho parlato con Chiarelli», disse Stefano abbandonando definitivamente la posata nel piatto e portandosi alla bocca il tovagliolo bianco.
«E quindi?».
«E quindi, tra meno di un mese il Vaticano darà ufficialmente il via al Giubileo straordinario. Pare che il rilancio di Roma, con l’evento, possa essere la conferma della scelta fatta dai romani nelle ultime elezioni».
«Non capisco dove vuoi arrivare, Stefano».
L’uomo fece rimbalzare a tempo della musica che si diffondeva in sottofondo nel locale le dita sulla tovaglia ricamata.
«Se questa cosa va in porto, tra cinque anni confermeranno lo status quo, e lo sai bene tanto me che quello che succede a Roma, succede in Parlamento».
Finalmente Gabriella sollevò gli occhi dalla foglia martoriata d’insalata e rivolse a Stefano uno sguardo profondo, pregno di un’intuizione che tonava nella sua testa ma che non aveva coraggio di trasporre a parole. D'altronde, non voleva crederci manco lei.
«Cinaglia non arriverà al Parlamento». Tanto era il risentimento che l’attuale marito provava nei confronti dell’ex che era quasi spontaneo per lei elaborare una linea diretta tra le preoccupazioni di Stefano e Amedeo.
«È un azzardo, e non possiamo permettercelo. Quell’uomo rischia di far saltare tutto».
«E cosa dovrei fare io, Stefano? Di certo non posso boicottare il Giubileo».
«No, di certo. Anche se per come stanno le cose ora qui a Roma…».
«Fargli fare una figura di merda sarebbe controproducente anche per noi. Siamo comunque all’opposizione».
Era innegabile che la destra sarebbe stata danneggiata dalla mal riuscita di quel restauro forzato della città, cagionato da un evento della portata di un Giubileo. Ma di certo anche loro non ne sarebbero usciti illesi. Avevano bisogno di più tempo per pensare ma quello sembrava stringere e necessitavano di disporre le carte in tavola per assicurarsi una vittoria schiacciante. Far morire la città per “colpa” della negligenza destrorsa non sarebbe stato un vero e proprio un suicidio, ma li avrebbe nemmeno avvicinati al quorum. Creare un problema per poi risolverlo, non era sufficiente quando ci si trova a giocare con più di quattro milioni di persone.
Gabriella si reclinò verso lo schienale della seduta, accavallando le gambe mentre rifletteva sull’evidenza dei fatti riferitegli dal marito. «Poi, dietro al Giubileo straordinario c’è proprio Amedeo. Se è riuscito ad assicurarsi quello, non mancherà di fare lo stesso con la commissione e con l’assegnazione degli appalti».
L’uomo prese a fissarsi ossessivamente le mani, mentre letteralmente si rigirava i pollici. Sua moglie era sempre stata una donna tanto intelligente quanto lungimirante e, talvolta, riusciva a partorire idee geniali senza neanche accorgersene. Come in quel momento.
«Potremmo partire da lì».
«Che intendi?».
«Intendo che intanto potremmo garantirci degli appalti, sono entrate sicure e anche una buona pubblicità per il partito, poi avremo altri e quattro anni per capire come affondarli». Stefano sorrise alla moglie che però lo ricambiò scuotendo la testa con un’espressione corrucciata. «E come toglierci dal cazzo il tuo ex marito».
Stefano odiava quel verme così profondamente che a volte Gabriella si trovava a chiedersi chi dei due avesse rubato la moglie all’altro.
«Non abbiamo niente in mano per poter trattare con il Vaticano».
«Gabriella, sei sempre stata più furba di me. Sono sicuro che ti verrà un’idea».
La donna annuì e il movimento parve quasi increspare la superficie dei propri pensieri. Un passo alla volta, avrebbe riscattato il debito di un morto e, si, per una sorta di contrappasso, doveva essere lei a gestire quell’affare. Amedeo era ancora un suo problema.
Per un attimo pensò che il discorso fosse bell’e che terminato, ma poi fu richiamata all’attenti da Stefano che, come faceva spesso, le pose una domanda alla quale anche lei non sapeva più rispondersi.
«Ancora non mi spiego come hai fatto a sposare quel coglione».
Maurizio Spada era un uomo maestoso e corpulento, con una grande pancia sporgente che lo faceva apparire ancora più maestoso. Pur essendo appena arrivato alla cinquantina i capelli stavano cominciando a cadergli, per rimanere però saldamente aggrappati ai bordi della testa, mostrando in un’ampia stempiatura la fronte già di per se alta.
Da quando Samurai era morto per mano di quei due ragazzi, aveva iniziato a guardarsi attorno e si era reso conto che con il boss fuori dai giochi poteva mettere finalmente le mani su un affare molto più grosso rispetto a quelli che erano i suoi soliti impicci con la mafia della capitale. Gli Spada avevano fin dagli anni ’90 stabilito un piccolo impero nei più grandi centri abitati di Abruzzo e Marche. Ma ora annusavano finalmente la possibilità di farsi strada tra i grandi. E quello, potevano farlo solo a Roma.
Sua moglie Maria, donna saggia ma fin troppo cauta, aveva provato a dissuaderlo dal mettersi contro i Siciliani. E lo aveva fatto con delle ragioni piuttosto valide. Tuttavia, lui non si era lasciato scoraggiare e, muovendo su quello che di sicuro poteva considerarsi il punto debole della sua gente, era riuscito in pochissimo tempo a creare attorno a se una fitta rete di alleati, tutti accomunati da due desideri in particolare: il potere e i soldi. Ma soprattutto i soldi, per lo meno per quanto riguardava i clan di zingari che ormai da anni avevano messo le radici nella metropoli laziale. Maurizio Spada, nel tempo, era riuscito a spiccare per la sua natura riflessiva, che lo distingueva da tutti gli altri sinti – e di certo anche dagli Anacleti – e ormai da mesi, avendo percepito i tentennamenti dei Badali sulle questioni di Ostia e avendo interpretato il loro temporeggiare come una debolezza, si era più volte trovato a ponderare la possibilità di un tanto agognato avanzamento di carriera. Tutti, nella penisola volevano mettere le mani su Roma che era famosa per essere una fonte certa di guadagno, ma lo era anche per essere indomabile e difficilmente amministrabile. Governabile, men che mai.
Per il momento, Maurizio Spada era tranquillo, pur provando un certo fastidio nell’essere venuto a sapere che gli Anacleti erano venuti meno all’accordo che avevano raggiunto solo una manciata di giorni prima. Sapeva, in cuor suo, che i siciliani non si sarebbero esposti troppo, e di sicuro non personalmente ed era rimasto anche un po’ deluso per il fatto che, ancora una volta, i Badali avessero deciso di far affidamento proprio sugli zingari più abietti della città. Tuttavia, non si poteva di certo dire che non avessero accusato il colpo della morte dell’Adami. Da quella sera avevano perso la fiducia di tutte le famiglie di Ostia, che avevano impiegato meno di niente a trovare un altro reggente che gestisse i loro affari; e anche dei sinti della città – almeno la maggior parte -, che sentendo fin da lontano il fruscio di soldi contanti non avevano c’avevano messo tanto per scodinzolare attorno alle gambe di Maurizio, come avessero appena trovato una cuccia decisamente più confortevole della precedente. Forse i malcapitati Badali, all’inizio, avevano creduto che con la scomparsa di Aureliano e la fuga di Spadino dalla città avessero ottenuto una mano che non poteva essere più fortunata. Ma, evidentemente, si sbagliavano di grosso. La dipartita di quelli che erano stati seppur per brevissimo tempo i due nuovi re di Roma aveva dato il via ad una vera e propria anarchia. E Maurizio era quello che, di nascosto da tutti, ne aveva per primo raccolto e tirato i fili a suo piacimento. Era una lotta aperta, ormai, tra i vicoli bui della capitale e i piani alti. Ma se c’era una cosa che Maurizio Spada aveva imparato nel corso della sua vita, era che c’era un solo modo per risalire i gradini del palazzo del potere. E quel modo era cominciare dal basso. A quelli che erano già in alto, invece, non rimaneva che venire catapultati giù. Era una guerra tra patrizi e plebei, e se non altro, sarebbe finita con una rivoluzione.
I braccioli della sontuosa poltrona nella camera di Maurizio erano accarezzati dalle mani dell’uomo, che, in uno stato di dormiveglia, si trovava di fronte alla scrivania in mogano, inondata da scartoffie e fascicoli di ogni genere. Le prime luci dell’alba penetravano timide dagli spiragli delle pesanti tende damascate e illuminavano solo di scorcio Maria che dormiva riversa su di un lato sotto il solido baldacchino. Ad un tratto il silenzio anomalo della residenza Spada venne rotto dallo squillare del cellulare di Maurizio, che non appena ridestatosi dal quieto torpore di una tipica notte insonne iniziò a frugare tra i documenti davanti a lui, con crescente nervosismo e impazienza. Intanto, sua moglie iniziava a rigirarsi nel letto, infastidita forse da quel suono insistente. Quando finalmente l’uomo intercettò l’apparecchio, lo portò subito all’orecchio aspettando che chiunque fosse dall’altra parte parlasse.
Titto Zaccardelli, con la sua voce tipicamente nasale, riportò definitivamente lo zingaro allo stato di veglia.
«So Titto, noi ci siamo tra mezz’ora».
«Vogliamo vederci davanti al tuo locale?», chiese l’uomo ricacciando indietro uno sbadiglio.
«No, no, dopo quello che è successo l’altro ieri meglio de no. Vediamoci a Piazza Vittorio».
«Va bene, arriviamo».
Maurizio, con a seguito numerosi dei suoi uomini ci mise meno di venti minuti ad arrivare sul luogo dell’incontro. Prima di scendere dalla vettura attese di veder comparire, dalla direzione opposta dalla quale erano arrivati, Titto sulla sua macchina sportiva e i suoi scagnozzi, tutti sempre ben vestiti. Lo zingaro in realtà apprezzava quella caratteristica dei criminali pariolini e si sentiva con loro molto più a suo agio di quanto non facesse quando con gli altri sinti. Maurizio riconosceva la sua classe, anche negli affari, ed era per questo che fino a poche settimane prima mai si sarebbe sognato di intrattenere transazioni di quel genere con gente del calibro degli Anacleti. Persone rozze, che nascondevano la propria ignoranza sotto lo sfarzo di ambienti dorati. In un certo senso era quasi grato ai Badali per averli allontanati da lui, portandoli dalla loro parte.
Ma ora, in quella ordinata e silenziosa piazza, a parte i suoi uomini, non c’era alcun sinti, ma solo l’incravattato Zaccardelli con i suoi compagni. Maurizio aveva deciso di infiltrarsi a Roma Nord ancor prima di riportare nei ranghi gli zingari della città e aveva assicurato agli eleganti boss dei Parioli la propria protezione. Purtroppo, gli Anacleti avevano deciso di spezzare quell’ipocrita quiete partendo proprio dai quartieri alti, forse per non fare uno sgarbo alle altre famiglie sinti che fino a poche settimane prima erano state delle fidate alleate nella guerra per il controllo della suburra.
«È un piacere incontrarti di persona», disse Maurizio scendendo finalmente dall’auto scura.
«Si, pure per me. Sbaglio, o s’era detto che nelle palestre nostre avremmo spacciato solo noi?».
«Sono rammaricato per l’inconveniente, ma come potrai ben immaginare quello che è successo non è accaduto per mia iniziativa. E fidati, caro Titto, in caso contrario non ci sarebbe stato alcun bisogno della mia presenza qui e ora». Maurizio abbozzò un sorriso rituale, mentre Titto faceva schizzare gli occhi scuri a destra e a sinistra, prima su di lui e poi sui suoi uomini alle sue spalle, segretamente intimorito dalla pacatezza che l’uomo riusciva a dimostrare. Una pacatezza quasi terrificante.
«È già la seconda volta che commetto l’errore di allearmi con voi zingari, e di nuovo ho perso due dei miei uomini», disse Titto con le braccia immobili lungo i fianchi.
«Mo che dovrei fa?».
Maurizio sospirò, sopprimendo contemporaneamente una risata per l’ostentata sicurezza che l’uomo di fronte a lui stava provando a mostrare
«Esattamente quello che hai fatto finora».
«Io voglio delle garanzie Maurizio, altrimenti ce metto un attimo a trovà altra roba da spacciare che non sia la tua».
Maurizio annuì, ricacciando solo per poco lo sguardo verso il basso, mentre con passo lento si avvicinava a Titto per fronteggiarlo. Una volta di fronte a lui, parlò quasi sottovoce, forse per nascondere le sue velate minacce agli scagnozzi dell’uomo e non farlo sentire ancora più piccolo di quanto non facesse già. In un certo senso, voleva fargli un favore.
«Credo tu sia un uomo abbastanza intelligente da capire che è meglio trovarsi contro la sola famiglia Anacleti, piuttosto che tutti gli zingari di Roma», si interruppe un momento per fare un passo indietro e tornò a parlare con voce potente, per farsi sentire da tutti i presenti «mi sembra, se posso permettermi, che questa alleanza convenga ad entrambi».
Titto non rispose, immobilizzato dalla vicinanza del capo degli Spada. Il suo corpo fremeva e le braccia erano ancora tese lungo i fianchi. Accennò solo un verso d’assenso con la testa, senza incrociare gli occhi dell’uomo, e poi si infilò le mani nelle tasche dei pantaloni color kaki.
«Me pare che l’Anacleti però non c’hanno tutta sta paura de te».
«Vedrò come occuparmi di loro. Per il momento però direi di lasciare invariato il nostro accordo».
Detto ciò, l’uomo si avviò di nuovo alla macchina e mentre si allontanava continuò per un po’ a fissare dallo specchietto retrovisore Titto, che se ne stava ancora in piedi al centro della piazza. Non appena svoltato l’angolo il telefono di Maurizio squillò di nuovo. Stavolta, una volta accettata la chiamata, sentì la voce di sua moglie pronunciare con preoccupazione il suo nome.
«Dove stai, Maurì?».
«Sto tornando a casa Maria, torna a dormire».
L’uomo non fece in tempo a riagganciare la chiamata che un rumore fortissimo, seguito dall’esplosione del vetro del parabrezza, lo rese momentaneamente cieco e sordo. L’auto sbandò per un attimo ma poi fu subito riportata in carreggiata dall’autista che muoveva veloci le pupille tra lo specchietto retrovisore e la strada di fronte a se. Quando riacquistò i sensi anche Maurizio gettò un’occhiata nello specchietto del passeggero, giusto in tempo per vedere quattro giovani su sgargianti moto da cross affiancare la vettura dietro alla loro e cominciare a trivellarla di colpi.
Quando il guidatore venne trapassato da un colpo alla testa, l’auto al loro seguito finì fuori strada e andò a cozzare addosso ad una fila di cassonetti, emettendo un rumore simile a quello di mille lattine che venivano schiacciate con forza tutte assieme. Una delle due motociclette si accostò alla macchina e presumibilmente completò l’opera facendo fuori tutti e cinque gli uomini al suo interno, ormai inermi e privi di sensi. L’altra invece stava lentamente avvicinandosi sempre di più alla Mercedes del boss sinti, continuando a sparare colpi senza sosta. Quando riuscì ad affiancarsi al lato del passeggero, il guidatore giusto in tempo spinse più profondamente il piede sull’acceleratore, per allontanare quanto bastava il motociclo dallo sportello di Maurizio. Il colpo partì ugualmente, rompendo in parte il finestrino posteriore e uccidendo sul colpo lo scagnozzo sinti più vicino a loro. Gli altri passeggeri, che prontamente avevano estratto le pistole dalla cintura, stavano rispondendo al fuoco nemico cercando di proteggersi meglio che potevano. Maurizio Spada non capì da chi fosse partito quell’ultimo colpo quando vide la moto sbandare e schiantarsi rovinosamente a terra, portando con se due dei quattro uomini che avevano attentato alla sua vita.
L’autista accelerò più che poteva per scampare agli altri due che dopo aver eliminato il resto della sua scorta erano ripartiti all’inseguimento, ma, inaspettatamente, la moto rallentò e si fermò a fianco dell’altra ormai riversa a terra. I due ignoti nemici continuavano a stare a cavallo e li guardavano da sotto il casco mentre Maurizio e i pochi sopravvissuti si allontanavano verso casa.
Il capo degli Spada non dovette interrogarsi troppo a lungo per poter dare un volto a coloro che avevano attentato alla sua vita. Un nome, che aveva ripetuto poco prima nei pressi di piazza Vittorio con Titto, tornò a rimbombargli nella testa.
Poi di botto, scoppiò finalmente a ridere sotto allo sguardo stralunato dei suoi ultimi scagnozzi. Era una risata amara, ma anche velata da una certa ironia.
Devono averli pagati proprio bene.
Pensò sospirando poi profondamente e riconoscendo, almeno a se stesso, che agli Anacleti le palle, non mancavano di sicuro
Albè.
La voce di Aureliano gli tuonò nelle orecchie. Meravigliose campane a morto.
«Eo, Spadì».
Alberto aprì gli occhi impastati dal sonno e tirò su la testa di fretta ma un po’ a fatica, per colpa della posizione scomoda in cui aveva dormito non sapeva per quanto.
In quei giorni aveva completamente perso il senso del tempo e dello spazio. Aureliano lo guardava insistentemente in cerca di una risposta alle mille domande che gli frullavano per la testa. Aveva il viso totalmente sconvolto ed era visibilmente sofferente. Non aveva ancora recuperato il colorito e sembrava che facesse fatica a respirare. Alberto lo ricambiava imbambolato, come se si trovasse di fronte ad un fantasma. Fino a quel momento, pur sapendolo vivo, era come se la paura di averlo perso per sempre non lo abbandonasse mai.
Finalmente dopo una manciata di secondi riuscì a rispondere,
«Aurelià». Il sinti era sicuro di avere gli occhi lucidi ma non ci fece troppo caso.
«Pensavo che quelli zingari de merda t’avessero staccato la lingua». Scherzò Aureliano, accennando quello che avrebbe dovuto essere un sorriso.
Solo allora Spadino sentì il nodo che aveva in gola sciogliersi e scoppiò a ridere.
«Te sei svejato adesso e sei già più cojone de prima?».
«N’do stamo?».
La testa ad Aureliano stava letteralmente scoppiando; si sentiva anestetizzato dagli antidolorifici (che non facevano poi così effetto) e da quel sonno che sembrava essere stato il più lungo della sua vita. Si era risvegliato pochi minuti prima e si era ritrovato con la mano di Alberto intrecciata alla sua. Non gli aveva dato fastidio. Era contento di averlo lì e di vederlo vivo.
I suoi ultimi ricordi erano confusi. Ricordava di essere uscito allo scoperto per fare in modo di stanare quegli stronzi e per proteggere Spadino, di aver fatto fuori gli ultimi zingari rimasti e di essersi accasciato a terra in preda ad un dolore atroce, che in breve era stato sostituito da un senso di torpore che gli aveva fatto perdere tutte le forze. Ricordava le mani di Alberto sulla faccia e la sua voce che lo pregava di non lasciarlo. Dunque, non gli dispiacque risvegliarsi così, perché pensò che almeno una persona nella sua vita era riuscito a proteggerla con successo: quello zingaro frocio sembrava non avesse nemmeno un graffio. Eppure, aveva la faccia più stravolta della sua.
«Poco fori Bologna, su li colli. Non potevamo rimanè a Roma Aurelià. Te pensano tutti tre metri sotto tera».
«Ammazzete Spadì, mo ho aperto l’occhi e già me stai a fa rosicà», Alberto scoppiò di nuovo a ridere, stavolta con le lacrime agli occhi, e con una voglia assurda di buttare le braccia al collo del suo amico, vivo per miracolo.
Per l’ora seguente aggiornò Aureliano sulla situazione attuale e, come aveva previsto, non era troppo contento di stare lontano da Ostia. Gli riportò quello che aveva saputo da Nadia, riguardo le nuove dinamiche che imperversavano in tutta la capitale e tutto ciò che pensava potesse essere utile all’amico per tornare a capirci qualcosa.
«T’hanno detto quanto ce vole per rimetteme in piedi? Devo tornà a Roma». La voce di Aureliano era ferma, ma Alberto pensò che non fosse ancora del tutto lucido. D’altronde, Aureliano non era mai lucido.
«Te non vai proprio da nessuna parte, Aurelià. Quelli se te rivedono t’ammazzano. Avemo fatto na strage e mo c’hai tutti li zingari de Roma contro. Te sei messo contro de loro troppe volte».
«Io non ce rimango qui Spadì, forse n’hai capito. M’hai da ammazzà pe famme rimanè qua».
«E allora comincia a scejete il completo elegante, perché te da qui, via, non ce vai». Aureliano lo fulminò con lo sguardo e rispose con un grugnito. Prima che potesse controbattere ancora, allo zingaro venne in mente che forse, per una volta, poteva essere lui ad aggirare l’amico sfruttando quello che era il suo peggior difetto. L’orgoglio.
«Pensace bene Aurelià, noi se ne stamo qui nascosti e intanto se architettamo un piano pe tornà più forti de prima e piasse Roma». Lo disse in maniera convinta, forse perché quell’idea era venuta realmente pure a lui. Spadino voleva vendetta e nessuno poteva togliergli la possibilità di riscattare quel torto subito. Tuttavia, negli ultimi giorni, dopo tutte quelle ore passate a vegliare sul corpo di Aureliano, un altro pensiero gli si era insinuato in testa. Se l’amico fosse morto, infatti, lui di tutta quella merda non avrebbe più voluto saperne nulla, sarebbe scappato il più lontano possibile, all’inseguimento di una vita da ramingo, ma dove forse, prima o poi, si sarebbe potuto sentire libero. Ma ora che Aureliano era lì, cosciente e armato della sua solita arroganza, quel pensiero che aveva momentaneamente accantonato stava di nuovo attirando l’attenzione su di se.
«Ma te perché stai qua?».
Quella domanda colpì Spadino come uno schiaffo. A tutti gli effetti lui avrebbe potuto portarlo in salvo e andarsene il più lontano possibile, dato che tutti lo cercavano e di certo non si sarebbero fermati al confine della capitale. Ma dopo quello che era successo gli era fisicamente impossibile allontanarsi più di dieci chilometri da lui. Non ora che aveva visto quanto effettivamente fosse fatto di carne e ossa. Ciononostante, lo sapeva bene, con Aureliano non poteva più parlare di “sentimenti” e quindi finse di non capire la domanda mirata del compagno.
«Te l’ho detto, Aurelià. Poi come m’ero immaginato me stanno a cercà e de sicuro n’è pe famme na festa de ben tornato. Non dopo il casino che ho fatto».
«Te l’hanno detto quanto devo sta sdraiato come uno stronzo co sto vestito da checca? Me comincia a fa male rculo».
Spadino lo guardò corrugando le sopracciglia e sbattendo le palpebre.
Aureliano gli aveva fatto capire che quella fuga, andava pur bene farla insieme. D'altronde, insieme si erano messi in quel casino e insieme avrebbero dovuto risolverlo. L’espressione dell’amico intanto si fece confusa, come se non capisse cosa ci fosse di tanto complesso nella domanda che gli aveva appena posto. Ma Alberto, di tutta risposta prese a sghignazzare e continuò per un bel po’.
